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A cielo aperto

a cielo aperto

Quando A cielo aperto di Joao Gilberto Noll uscì in libreria per l’editore Barbera (Barbera Editore 2006) non se ne accorse praticamente nessuno. E, a dire il vero, rischiai di non accorgermene nemmeno io.
Fortuna volle che in quel periodo stesse per uscire anche un mio libro per la stessa casa editrice, circostanza che mi costrinse per forza di cose a parlare direttamente con l’editore. Così un giorno al telefono, tra molti discorsi di vario tipo attorno ai libri, l’editore mi parlò di questo tizio, Joao Gilberto Noll, conosciutissimo in patria ma da noi mai tradotto prima, magnificando la forza di un romanzo che sarebbe andato in libreria da lì a pochissimo e dicendo che loro anche il vecchio libro d’esordio avevano pubblicato quell’anno, con grande soddisfazione anche se non era andato benissimo. A proposito dei molti discorsi che facemmo sui libri l’editore non ebbe poi tutta questa ragione ma su Joao Gilberto Noll e A cielo aperto aveva ragione da vendere.
Dopo quella fortuita imbeccata dovuta alla situazione la cosa, per quanto mi riguarda, andò così.
Pochi giorni dopo quella chiacchierata telefonica andai in libreria e cercai di recuperare il libro di Joao Gilberto Noll che era arrivato in libreria un paio di mesi prima. Il libro era un libro di racconti che prendeva il titolo da uno di essi: Il cieco e la ballerina (Barbera editore 2006). Nell’attesa di vedere se avrei acquistato quel romanzo che doveva uscire da lì a poco decisi di sfogliare un po’ il libro di racconti (sono solitamente molto diffidente verso i libri di racconti) per vedere come scriveva questo tizio allora a me sconosciuto. Lessi quasi tutti gli incipit dei racconti e qualche frase qua e là, rimisi il libro sullo scaffale, mi guardai attorno con aria da cospiratore politico, mi appoggiai ad una colonna che stava lì a reggere il soffitto e pensai a lettere nere e grosse: non ho capito nulla di quello che ho letto.

Dopo qualche minuto decisi che era il caso di approfondire la questione. L’ultimo libro che avevo preso in mano senza capirci nulla era stato, dieci anni prima, Godel Escher e Bach di Douglas R.Hofstadter (la mia edizione è quella Adelphi 1994) che era però un saggio e in seguito si era comunque rivelato un libro fondamentale per me come per molti altri. Così acquistai ad occhi chiusi e cervello intontito Il cieco e la ballerina.
In un paio di serate lessi ogni racconto del libro e quando lo chiusi e lo appoggiai sul comodino fissai i miei piedi che si grattavano sotto il piumone: non avevo capito nulla, ancora.
Si, avevo anche letto, c’erano delle strane atmosfere in quei racconti e la scrittura era strappata e acida, pregna di una strana malia, ma non avevo capito nulla di quello che aveva scritto questo tizio di nome Joao Gilberto Noll che, intanto, godeva della mia stima soltanto per il fatto di portare un così bel nome.
Ci meditai sopra, rileggendo qua e là il libro per qualche giorno. E dopo i primi attimi di terrore e vaghi pensieri sull’atrofizzarsi del mio cervello abbandonai la rilettura dedicandomi ad altro con una summa di considerazioni del genere, piuttosto incongrue: “Questo libro non mi è piaciuto, ci ho capito poco, e che racconti sono poi questi?, però certo questo tizio scrive delle cose che a tratti hanno un respiro veramente strano, e bello, però qui sono come soffocate, forse il racconto non si addice a questa scrittura, la limita, qui bisogna fare qualche cosa.”
Decisi dunque di fare qualche cosa e mi misi in fervente attesa dell’uscita di A cielo aperto, il romanzo di questo tizio brasiliano nato nel 1948. Nel frattempo prendevo informazioni su Joao Gilberto Noll e mi invaghivo del titolo di un altro suo libro: A furia do corpo. Mi piaceva anche il fatto che Joao Gilberto fosse nato a Porto Alegre, perché quando ero molto piccolo e guardavo il campionato di calcio brasiliano trasmesso dalle tivù locali tifavo sempre Porto Alegre, ovviamente perché il nome mi metteva allegria, anche se preferivo di gran lunga la maglia del Flamengo.
Questo scrittore brasiliano insomma mi era in qualche modo entrato visceralmente sotto pelle, pur non avendo capito quasi nulla di quello che voleva raccontarmi con quei maledetti racconti ma sentendo bene quello che provavo mentre lo leggevo e soprattutto dopo averlo letto: smarrimento, traslazione (sapete quando vi viene in mente una parola e non sapete perché proprio quella? …ecco…), acidità, incarnazione e pelle, incomunicabilità, impossibilità. Sospensione. Tutte cose che non mi potevano lasciare indifferente.
Finalmente uscì A cielo aperto e io corsi in libreria ad acquistarlo. Volevo proprio vedere che mi succedeva e, per grette questioni di orgoglio personale, pregavo che almeno qualcosa sarei riuscito a capire alla seconda occasione.
Niente da fare.
Lessi di filato in un altro paio di sere l’intero romanzo, non troppo lungo, che forse era esagerato definire romanzo ma siccome ancora nessuno mi aveva convinto per bene di cosa fosse un romanzo (e a tutt’oggi nutro dei seri dubbi) continuai a chiamarlo romanzo.
A cielo aperto apriva la sua narrazione portando il protagonista e il fratello in mezzo ad un campo di battaglia. E la motivazione di questa passeggiata dal letto al campo di battaglia era chiedere soldi al padre per curare la malattia del fratello di quello che si rivelerà essere poi il nostro “protagonista”. Appena messo piede nel campo di battaglia cominciavano, per il nostro protagonista, una serie di traslazioni (ecco il perché di quella parola…), o almeno così me le immaginavo io leggendo: veniva arruolato per caso, disertava, finiva a fare il guardiano in un capannone, litigava, oziava non poco, rubava, uccideva e finiva per imbarcarsi su un cargo. Insomma, accadevano nel libro una serie di cose che apparentemente senza senso e motivo si susseguivano in una narrazione dove non erano le persone il centro ma tutto ciò che cambiava attorno a loro semplicemente passando da uno stato emotivo ad un altro. Per questo, mentre leggevo, non vedevo tutto sommato un protagonista, un personaggio, una persona, ma come la narrazione della traslazione di un’anima umana da una situazione ad un’altra, una stessa anima che s’incarnava in corpi uguali ma diversi, lasciandoci a contemplare le macerie che lentamente digradavano nella storia fino a diventare cenere. O polvere: polvere sei e polvere tornerai.
Ebbi delle sensazioni vertiginose dal libro ma tutte queste sensazioni le ebbi dopo, dopo che ebbi finito di leggerlo e il mio cervello cominciò a codificare qualcosa e a rigettarmelo in faccia.
Durante la lettura invece la sensazione predominante era stata quella del viaggio lisergico, di un delirio a più ricadute, dell’onda immensa o quasi inesistente che scappa e ritorna, che si alza e si infrange. Di una scrittura sporca, imprecisa e fuori posto in ogni parola, ma proprio perché portata a questo estremo perfettamente necessaria alla propria esistenza di parola solo in quella veste. E se per la maggior parte del libro la scrittura era dura riuscendo però a mantenere un’ atmosfera assolutamente vaga, rarefatta e cangiante, i tagli, i cambi di scenario (e anima) erano quasi sempre innescati dalla violenza del sesso che esplodeva in alcune scene facendone conseguire un’altra doverosa traslazione, come se solo in quei frangenti l’incarnato umano prendesse vita e senso per poi tornare, abbandonata la carne esibita, la carne violentata, la carne come attrazione nel mondo, a vagare semplicemente in un mondo di ombre privo di senso e dei sensi che abitualmente ce lo descrivono.
A cielo aperto è un libro che mi ha fatto male e che ho letto per intero con un senso di nausea e vertigine, di stanchezza profonda e irritazione a tratti, con un senso di impotenza di quei giorni in cui sentite degli ingranaggi che scricchiolano dentro la vostra testa e, anche se fanno rumore, gli ingranaggi non producono nulla, se non una bolla di straniamento e nebbia e distacco.
Scoprii, qualche giorno più tardi, che certe frasi che non sapevo di aver letto, mi tornavano in mente ed erano frasi lasciate correre via nel libro, frasi che avevano quella cosa che io chiamo poesia, e ritornavano potenti, a sottolineare un’altra voce.
Qualcuno, riferendosi a questo libro, dirà: cosa è questa roba, questa volgarità senza senso, questo ciarpame di parole allineate? E lasciatelo dire, e se siete voi, ditelo pure.
Ciò non toglie che secondo me questo è un libro che si dovrebbe leggere, perché il suo tentativo di scrittura lo merita, perché qualche volta fa bene lottare contro ciò che non si capisce e perché questo è un libro che si ama (sempre un po’ da lontano e con circospezione) o si odia (sempre un po’da lontano e con circospezione).
A cielo aperto è un romanzo che non permette di nascondersi, non a noi che lo leggiamo e nemmeno al suo protagonista in fuga, in fuga disperata verso il nulla da cui proviene.

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3 thoughts on “A cielo aperto

  1. leggerò il libro, ma mi preme sottolineare che il tuo attegiamento di fronte al libro è importante e si ricollega a quanto abbiamo detto nei posts al mio articolo su poesia e readings. Tu hai trovato un libro che ti ha spiazzato e il fatto che ti sia chiesto più volte perché non eri riuscito a capire nulla di quanto avevi letto rivela due importanti conseguenze:
    1. la letteratura vera ci anticipa e brucia le nostre attese. In altre parole no ci troviamo quanto già sappiamo
    2. se non abbiamo capito un testo non significa necessariamente che esso è insignificante e/o mal scritto (anche se spesso, però, questo accade), ma che noi dobbiamo fare un salto, il salto per rimetterci in gioco e capirlo in modo nuovo rispetto ai processi ermeneutici a cui ci siamo abituati. Dici “qualche volta fa bene lottare contro ciò che non si capisce “, parole sacrosante…. dove “lottare” significa insistere nell’ascolto e nella interrogazione del testo.

  2. Si Alessandro, credo proprio che siamo in sintonia su questo e i due articoli, questo e il tuo sulle letture poetiche, affrontavano e cominciavano proprio una serie di discorsi che tu hai ben riassunto nel commento qui e all’altro post.

    Sulla questione dell’autore postumo invece io credo che, anche guardando ai significati della parola, postumo non sia necessariamente collegato al fatto che l’autore sarà capito quando sarà morto ma al fatto che non è scritto da nessuna parte che noi tutti lettori abbiamo lo stesso “tempo” nel momento in cui leggiamo un libro. Secondo me i “tempi” sono discronici tra chi scrive e chi legge e quindi postumo può essere definito l’atto del lettore che raggiunge il libro e lo fa suo, indipendentemente dal fatto che l’autore sia vivo o meno, perché è il testo che conta e non l’autore. Io preferisco pensarla così, anche perché altrimenti qui ci tacciano di “romanticismo” eccessivo oppure viene fuori la solita storia che l’autore per consolarsi di non essere letto scrive per i posteri….cosa che io non credo, preferisco pensare che si scrive per tutti gli atti postumi di lettura.

  3. non é che forse la traduzione fa schifo? Lo dico perché un sacco di libri portoghesi e brasiliani sono distrutti da traduttori incompetenti (la gente crede di saper il portoghese solo perché capisce piú o meno lo spagnolo). Non si sa mai, dico. Magari ha avuto un traduttore come quello di Philip Roth (l’animale morente).

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