I libri migliori

Breece D’J Pancake: “Trilobiti”

I libri si leggono anche, o forse soprattutto, per affinità e ossessioni. Non intendo quindi, in questo spazio soprattutto, difendermi da tale accusa o atto di merito, fa lo stesso. Riuscire a staccarsi dall’oggetto di indagine, oltre che impossibile, come ha dimostrato l’ermeneutica fino a Ricoeur, non permetterebbe forse di entrare davvero in questo libro (Breece D’J Pancake, Trilobiti, Isbn 2005), capitatomi tra le mani grazie al consiglio di un amico e che non conoscevo per niente. Inoltre, tale impossibilità di staccarsi dal proprio “oggetto”, nello stesso autore di questi racconti, diventa un discrimine tragico e fondamentale. Dico subito che a lettura terminata è quello che si vorrebbe: lasciare immagini e frasi di questi brevi racconti sopra a un tavolino come reliquie per potersi liberare da quel mondo (che forse è anche il nostro), per abiurare alla responsabilità cieca che incarna fino alla malattia e alla paralisi queste pagine. Ma non so se sia possibile, se sia eticamente e umanamente possibile. E non so nemmeno se lo voglio davvero. Forse non appare a prima vista, ma in tale tensione tra ripulsa e fedeltà, senza nessuna predica o presa di posizione ideologica, attraverso una narrazione spoglia, spigolosa, di soli fatti, paesaggi e dialoghi, si gioca gran parte del fascino tremendo di questo libro.
La prima ossessione che non posso liquidare è sicuramente Ezechiele 37: la valle delle ossa aride. André LaCoque, in rapporto a tale immagine biblica, sostiene quanto segue:

La question divine au mortel (« fils de l’homme ») Ezéchiel l’atteint au nœud même de cette double impossibilité : que ces ossements desséchés puissent vivre à nouveau ; que ces ossements desséchés puissent rester sans vie pour toujours. Ezéchiel répond avec sagesse : toi seul Seigneur, peux dénouer le nœud gordien, «Seigneur Dieu, c’est toi (seul) qui le sais».

E mi pare che queste poche frasi, da sole, potrebbero già dire molto, anche troppo di questa scrittura; ma mi proverò comunque a metterla a fuoco fino alla fine: l’ho fatto per tutto il tempo occupato dalla lettura, cercando di schivarla, di non vederla, ma ritrovandomela sempre appiccicata alla pelle e agli occhi, sentendola maledettamente precisa, giusta, quasi irrevocabile.
Non penso che l’appoggio alle Scritture sia motivo di forzatura dato che, anche nell’introduzione all’edizione italiana, si dice che l’autore, pur non nominando mai Dio, salvo una volta in tutti i racconti, non è immune dall’interrogazione religiosa e, anzi, negli ultimi anni si definiva e si comportava come un cattolico fervente. A parte questa dichiarazione, che può valere anche poco o niente, il paesaggio attraversato dalla scrittura di Pancake è davvero molto simile alla tremenda immagine profetica delle ossa aride: una provincia americana profonda, desolata e immobile, selvaggia e senza tempo, fatta di campi e ruggine, di animali vivi e morti e delle loro ossa, di violenza, di polvere e vento secco (tra gli svariati e non sempre conciliabili significati del termine biblico ruach c’è anche quello di vento secco), di macchine immobili nel giardino di casa, dove vanno a rintanarsi le bisce, di favi di miele bruciati dal fuoco, di lunghe strade che attraversano deserti di silenzio e cieli pesanti quanto la mano di Dio, di possibili omicidi senza motivo (“la gente muore così facilmente” ci dice l’autore in uno dei racconti in cui un autostoppista accetta di salire sul camion di un potenziale omicida che per puro caso non lo fa fuori; ma forse questa frase è intessuta anche di una ironia tragica e velenosa, perché niente è morto davvero in questi racconti ma tutto è vivo nella sua immobilità, nel suo morire infinito).
Come indica la citazione di LaCoque è il tempo, in Ezechiele, ma anche in Pancake, a diventare centrale; un tempo che si allarga a dismisura, che contiene in se tutto da/per sempre e che quindi appare immobile, senza nessuna sicurezza di redenzione. Tutto è estremamente “vecchio”, la vecchiaia è una condizione permanente e pervasiva che abbraccia oggetti, persone, luoghi. La stessa violenza, potremmo dire, è anziana, lenta, immobile – e per questo forse più sorda, profonda, non sradicabile, fino a diventare parte integrante del tutto, senza mai essere spettacolarizzata e, quindi, sputata fuori:

Dicevamo del tempo. Che allaga lo spazio, in questi racconti, fluido e immobile. Le tartarughe che agonizzano all’amo, le volpi cacciate, i galli combattenti che sanguinano, le vespe bruciate e gli esseri umani che popolano queste storie, semplicemente, ci sono. […] Nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste. È. Anche quello che muore. […] «Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni”. Tutto permane, ogni sensazione, ogni colore, ogni parola ascoltata, ogni gramigna che cresce al lato dell’asfalto, lancinante e meraviglioso, nello spazio e nel tempo, nell’istante e nel luogo, in questo infinito morire»(Giacomo Papi, dalla prefazione).

Sempre come il profeta Ezechiele, l’autore sembra aver mangiato il libro, sembra avere avuto la forza e l’obbligo, misto di amore e repulsione, di ingoiare tutto il suo mondo per poi rimanere muto a ruminarlo, in vista del suo nuovo parto (ma sarà davvero un parto, una nuova nascita, una giovinezza? Non ci è dato saperlo: la fedeltà cieca dell’autore non permette vie di fuga se non vengono, forse, da un Altro, da una redenzione che non diventa mai, proprio mai, un alibi per staccare l’ombra da terra), senza tradire niente:

La scheggia di una granata. Era dentro di lui fin dalla guerra. L’aveva nel sangue. […] Faccio schioccare le dita. Voglio parlare, ma le immagini non diventano parole. Mi vedo disintegrato, ogni cellula a miglia di distanza dalle altre. Le rimetto tutte insieme e mi inginocchio sull’erba scura. Mi sdraio a faccia in su e guardo a lungo nel vuoto prima di chiudere gli occhi.
[…]
Mi guardo attorno. Tutte queste persone sono uscite dalle loro tane perché per loro non ci sono feste a cui andare. Sono sconosciuti che giocano a biliardo o a flipper, mentre si fanno un goccetto. Tutto l’anno stringono i denti, pompano petrolio e servono ai tavoli e scopano puttane o provocano i gay, e non gli piace niente di tutto questo, ma sanno che la loro fortuna è averlo.

Anche il tema della sterilità ritorna prepotente: anch’esso è un tema biblico importante. È sempre l’Altro che concede, anche ad un mondo invecchiato e rotto dagli anni, una remota possibilità di vita, di eternità intesa non come esistenza paradisiaca e oltremondana, ma come generazione che può continuare a camminare sulla terra, tra l’esodo, il deserto e una mai raggiunta terra promessa. Nell’antichità biblica, infatti, il concetto di eternità per l’uomo era legato alla figliolanza e alla sua discendenza, non ad un paradiso come noi oggi lo intendiamo. Ma tutto è qui maledettamente più difficile:

Dalla chiusa ricoperta di un tappeto di muschio, Reva stava contemplando due lune, una che se ne stava tranquilla nel cielo sopra l’Ohio, l’altra rotta dalla lenta corrente del fiume. Le zanzare le ronzavano nelle orecchie, le succhiavano il sangue sotto il tenero cuoio capelluto, ma lei non si muoveva. Dietro di lei, lo zoccolo di un cervo s’infossò nel fango morbido, ma Reva continuò a osservare la luna tra le onde, la stessa luna che, lei sapeva, stava guardando Clinton insieme alla sua puttana di Cincinnati. Si toccò la pancia per sentire il bambino che non sarebbe mai arrivato e fu quasi contenta di disfare, persino di dimenticare, quello che aveva fatto.
Dall’altra parte del fiume, tremolava un fuocherello di un pescatore e per qualche istante ebbe l’impressione di riuscire a sentirne l’odore. Si alzò, le sue articolazioni crocchiarono dopo che era stata seduta tanto a lungo nella rugiada, e seguì la traccia delle incisioni nell’albero con le dita fredde; sentì che era tutto quello che le era rimasto della sua famiglia: L. C. N. C. ’67.

Ritornano alla mente, tra i molti esempi contemporanei, le pagine di Heaney e quelle di McCarthy: il primo, soprattutto in un libro come North, si sforza di penetrare in un terreno fangoso e argilloso, mobile, ricco d’acqua, alla ricerca dei morti, di un passato che viene conservato intatto, tirato su dalla palude come un pezzo di burro ancora bianco, con tutto il suo carico di violenza ma anche di possibile germinazione. Il secondo, probabilmente più vicino a Pancake, descrive invece un terreno privo d’acqua e immobile, in violento disfacimento, come in questo brano:

Nel giro di due giorni cominciarono a vedere ossa e vestiti abbandonati. Videro scheletri di muli semisepolti, con le ossa così bianche e lucide da sembrare incandescenti perfino in quell’arsura accecante, e videro gerle e basti e ossa umane, e videro un mulo intero, la carcassa essiccata e annerita, dura come il ferro. Continuarono a cavalcare. Il biancore del mezzogiorno li vide allungati nel deserto come un’armata fantasma, pallido com’erano per la sabbia, vaghe ombre di figure cancellate su una lavagna. Ancora più pallidi, i lupi procedevano a balzi e si raggruppavano e si sparpagliavano e levavano all’aria il muso sottile. La sera i cavalli mangiavano dalle mani degli uomini la farina d’avena presa dalle sacche e bevevano dai secchi. Nessuno si era più ammalato. I sopravvissuti giacevano quieti in quel vuoto tutto crateri e guardavano le stelle ardere e rigare il buio. O dormivano con quei cuori stranieri che pulsavano sulla sabbia, come pellegrini esausti sulla faccia del pianeta Anareta, aggrappati a un ignoto che roteava nella notte. Proseguirono il cammino e la pomice lucidò il ferro dei cerchioni fino a farlo brillare. A sud le cordigliere azzurre si ergevano dalla loro stessa immagine sbiadita sulla sabbia come riflessi sulla superficie di un lago, e ora non c’erano più lupi.
[…]
Ogni giorni si alzavano e si preparavano al buio, prima dell’alba, e mangiavano carne fredda e gallette senza accendere fuochi. Il sole sorgeva su una colonna che nel giro di sei giorni era già cenciosa. I loro vestiti andavano poco d’accordo, e i cappelli ancora meno. I piccoli cavalli pezzati avanzavano di buon passo, indocili e riottosi, e una feroce nube di mosche si dibatteva senza posa nel cassone del carro della selvaggina. La polvere che la brigata sollevava si disperdeva rapidamente e scompariva nell’immensità di quel paesaggio e altra polvere non c’era perché il Vivandiere Pallido che stava loro alle costole viaggia non visto, e il suo magro cavallo e il suo carro scheletrico non lasciano traccia su quel suolo né su qualunque altro. No, lui tiene il suo commercio presso i mille fuochi che punteggiano il crepuscolo blu acciaio, ed è un bottegaio furbo e ghignante, buono a seguire qualsiasi spedizione militare o a stanare uomini dai loro buchi proprio in quelle regioni imbiancate dove vanno a nascondersi agli occhi di Dio. Quel giorno due uomini si ammalarono e uno morì prima di notte. Il mattino dopo c’era un altro infermo al suo posto. Entrambi vennero stesi nel carro delle provviste fra sacchi di fagioli, riso e caffè, con delle coperte addosso per proteggerli dal sole, e viaggiarono così fra gli urti e gli scossoni del carro che strappavano praticamente la carne dalle ossa finché non gridarono che li lasciassero giù e poi morirono. Gli altri si alzano al buio, di mattino presto, per scavare le fosse con scapole di antilope, poi le coprirono di pietre e ripresero il cammino. (Cormac McCarthy, Meridiano di sangue).

Uno dei racconti che forse più di altri ci fa penetrare fino in fondo nell’universo di Pancake si intitola, non a caso evangelicamente, Che ne sarà del legno secco e narra di un personaggio che ritorna – dopo un allontanamento (una fuga) per un lavoro che si svolge in mare (il mare può avere un significato di redenzione, di vita, di esodo verso una presunta terra di liberazione, promessa e mai avuta) – nei luoghi tragici del suo passato, dove è nascosto con radici profonde un trauma, un incidente che ha rovinato l’esistenza ad un suo amico ridotto a poco più che un vegetale e alla ragazza che forse entrambi avevano provato ad amare. C’è la Bibbia, citata dal livoroso vecchio della casa («Perché se trattano così il legno verde, che ne sarà del legno secco?»), c’è un aratro bloccato dalla ruggine – e la ruggine è dappertutto, come in un immenso sepolcro rovesciato sulla terra, a cielo aperto ma senza nessun compiacimento liquido e liquoroso. E non c’è, lo ripetiamo, come è giusto che sia, la sicurezza di una possibile rigenerazione: è il dramma tremendo che ancora una volta ritorna, il dramma delle ossa aride: soprattutto in un tempo come il nostro, mai così lontano da Dio e forse, proprio per questo, kenoticamente mai così vicino. Ce lo ricorda, giustamente in maniera interrogativa, nella prefazione all’edizione italiana della Teologia dei tre giorni di Balthasar, Giuseppe Ruggieri sostenendo che la solidarietà di Cristo con la condizione di quanti vivono nella lontananza da Dio, anzi nell’abbandono di Dio, è essenziale per comprendere come il rapporto dell’uomo con Dio vada posto proprio laddove sembrerebbe impossibile: laddove Dio non parla, laddove domina la negazione. È possibile che proprio in questo posto sorga un’analogia tra Dio e l’uomo, che si possa parlare di Dio quindi dentro l’assenza di Dio? Dove si costruisce quindi il discorso su Dio?

«Sia lode all’aratro» dicono i protagonisti del racconto. Questo è il luogo della speranza, della nuova semina e della nuova nascita: è una lode che l’autore mostra di condividere e di non condividere: è forse più giusto restare morto accanto ai morti, in quella condizione di refaim, senza forza, immobili tra i morti in una solidarietà inaudita, che la tradizione biblica ci ricorda.

Breece D'J Pancake

Ma la contraddizione, il peso del passato quando non è più tale ma è diventato un infinito presente, si fa sentire mentre il protagonista vede il suo vecchio amico, ridotto a un legno secco, che si appresta a mangiare: “Dovrebbero tutti mangiare da soli, tutti senza passato, non c’è nessuna vita qui”. Il protagonista ripensa alla sua ossessione per conservare che, ora, si dimostra inutile:

«…pensavo che conservassi questo genere di cose».
Pensa al tavolino nella sua stanza, alle punte di freccia, all’angelo di gesso. Vede ancora il cranio del cervo che ondeggia, svolta tra i rami, impaurito. Il suo sorriso se ne va.
«No, ho smesso di conservare».

La durissima consapevolezza che la stessa letteratura, lo stesso raccontare storie, corra sempre il rischio di essere questo: forse l’impossibilità di conservare senza rimanere immobili; o forse la letteratura come atto di conservazione attraverso lo smettere di conservare. La scrittura di Pancake sembra avere questa unica dinamica, almeno in superficie (nel profondo, tutto è immobile e presente): questo dissidio mai davvero risolto. Le sue pagine sono quel tavolino di reliquie, e nello stesso tempo sono l’odio e l’amore per quelle cose morte, talmente morte da/per sempre da essere infinitamente e drammaticamente vive e presenti:

Si chiede quanti cervi sono morti con tutta la neve degli inverni, quanti topi si sono trasformati in polvere. Camminando per il campo, Ottie capisce che la fattoria appartiene a Bush e che lui l’ha bloccata in un tempo dove riesce a vivere ogni giorno. E Ottie li vede insieme per l’ultima volta: un cane che muore e due bambini inutili, fantasmi per sempre, che non possono nemmeno gridare o giocare; anche da morti, combattono per le ossa.

Questa è una immagine tremenda e irrevocabile; in fondo l’immobilità del tempo è la stessa immobilità di Bush, costretto in una sedia a rotelle, praticamente incapace di parlare, o di fare qualsiasi altra cosa, se non fumare a stento, disperdendo cenere (come il legno vecchio gettato nella fornace) e intrappolando gli altri che vivono con lui.
Tornato all’interno della casa che lo ospita, Ottie attraversa le stanze e «una patina gli si attacca alla pelle via via che si avvicina al pianerottolo. Attraversando il corridoio per andare nella sua vecchia stanza, oltrepassa la porta di Sheila, alza lo sguardo. La vede in piedi, nuda, sulla porta; grigia, che aspetta; la ascolta respirare. Lentamente, solleva la mano, le tocca il viso e sente la sua guancia dolce che si mescola alla polvere sul suo palmo». Altra immagine tremenda.
Il tentativo di fuga è altrettanto lacerante, è uno strappo violento e un’azione buia:

Sale nella sua stanza, si strappa di dosso quello straccio bianco e lo lascia sul letto…; un rumore terribile: Fuori, il cortile è vuoto, buio. Sale la scaletta del suo semirimorchiatore e cerca di ricordarsi di un ampio spiazzo vicino alla raffineria, un posto dove fermarsi. La campana dell’accensione suona e le marce, fino alla decima, si sforzano di gemere, in un’altra notte, un rumore terribile.

Basterebbe questo. I nostri tentativi di lettura, per forza di cose, per quella benedetta e maledetta a un tempo coazione al movimento, ci strappano forse con un suono meno terribile da questo mondo immobilizzato in una sedia a rotelle – il fragore è meno terribile, le metafore che ci sforziamo di trovarvi, attutiscono in parte quel fracasso pesante e lacerante, cupo e profondo, del rimorchiatore che si stacca dal porto: non c’è nessuno spirito che aleggia sulle acque, non c’è nessuno che abbia la forza di Ezechiele che, con l’aiuto del divino, ha l’ardire di “profetizzare alle ossa” (profezia e ruach sono da sempre strettamente connessi, per forza di cose). Forse è per questo che il personaggio del racconto – forse il più vicino all’autore, dove almeno si mostra più nudo che negli altri, se mai fosse possibile – è completamente solo: perché ha in sé tutto, è quello stesso paesaggio desolato e secco, preciso e immobile della sua terra, stratificato e violento; la sua solitudine è dovuta, paradossalmente, ad una apertura totale, che contiene tutto, ogni pietra, ogni pelle, ogni organismo, ogni ruggine come un corpo infinito, quasi divino. Un dio di terra e di pietre, un dio legato all’umano da un’alleanza terribile e sempre rinnovata nonostante il sangue, le delusioni, le lotte. È forse il dio dell’Antico Testamento, la sua fedeltà: il concetto ebraico di ‘emunah (fedeltà, stabilità), strettamente apparentato, in quel contesto, a quello di verità come fedeltà nel tempo e nella storia – un peso e una grazia tremendi. Ma anche il dio che abbraccia, dalla profondità rovesciata della croce, tutto l’umano, tutto il creato, con estrema fatica, senza escludere.
I racconti di Pancake sono come bloccati, nella dinamica del triduo pasquale, in un sabato eterno: non danno per scontata la resurrezione e la redenzione, come spesso siamo abituati a fare, perdendo così la fondamentale fedeltà alla terra, all’umano.
È forse il frutto di una estrema e sovrumana (e proprio per questo umanissima) stanchezza: «Non fa niente, è solo che mi fa sentire stanco, qualcosa del genere», dice a un certo punto un personaggio di questi racconti – e ci fa venire in mente le parole di un altro scrittore:

Saldamente convinto della divina fondazione e della sua durata fino alla fine della storia, preferisco tuttavia ritirarmi nella cripta. Sento il canto da lontano. So che Egli è risorto, ma la mia forza vitale è talmente sprofondata che essa non è più in grado di sollevarsi dalla tomba, di tenere e di desiderare oltre la morte. Io non riesco ad immaginare un Dio così poco misericordioso da svegliare un dormiente morto di stanchezza, un malato che è finalmente riuscito ad addormentarsi (R. Schneider, Winter in Wien. Aus meinen Notizbüchern 1957-1958, Herder, Freiburg 1958).

Ma forse anche il segno di un amore e di una fedeltà difficile e sconfinata per la terra, per l’uomo in tutte le sue sfaccettature, fino all’autolesionismo. L’unica cosa che forse la lettura ci chiede è quella di prendere su di noi quel peso, di cercare di farlo staccare da riva, verso il mare e l’esodo, come fa il rimorchiatore – non a caso, forse, immagine di una piccola nave che deve trascinarne una più grande, immensa, a riva o in mare aperto – alla fine di questo racconto. Il giogo pesante che il Cristo propone a tutti nella sequela, quello stesso giogo che dovrebbe diventare leggero e dolce nel messaggio del vangelo, non è forse più possibile.

Andrea Ponso

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5 thoughts on “Breece D’J Pancake: “Trilobiti”

  1. Contento, Andrea, delle tue parole. Contento che tu abbia provato le stesse cose che provai nel leggere Trilobiti (che mi consigliò Gezzi). Sono 5 anni che ogni tanto, lo riprendo. Grazie per questo articolo.
    Gabriel

  2. Ivan, purtroppo ho paura che l’opera di pankake sia composta solo da questi 12 meravigliosi racconti. Per me bastano e avanzano

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