I libri migliori

Fabio Scotto, Bocca segreta. Poesie 2004-2007

di Enrico Minardi*

Fabio Scotto, Bocca segreta. Poesie 2004-2007, Firenze, Passigli, 2008.

Singolarmente prosaica e narrativa, descrittiva, la poesia di Fabio Scotto, cosi come si presenta in quest’ultima raccolta. A codesta grande unità di tono, si aggiunge per altro una forte omogeneità tematica, oltre ad un deciso gusto per le raffigurazioni e le composizioni cromatiche, giustamente messo in rilievo nella prefazione di Francesco di Nicola (cfr. p. 12). Si veda, per esempio, come nel giro di poche pagine ritorni per ben due volte quello che è uno dei topoi della poesia di Scotto, osservato già nella precedente raccolta, L’intoccabile, del 2004 (come per esempio, in testi quali La carne aperta, Al cinema, Seduti su una panchina, La pelle).

Scotto si compiace infatti nel rappresentare l’Io poetico in una ricorrente situazione di carattere erotico, nella quale emerge con vigore un accentuato narcisismo e, complementare, una sorta di disposizione vittimistica altrettanto rilevata. È infatti spesso questione di incontri, anche fugaci, con donne su cui poi il poeta si sorprende a fantasticare, compiangendo la mancata occasione, ma, nello stesso tempo, cogliendola come il pretesto ideale per la sua poesia. Si tratta, a dire il vero, di una situazione-archetipo che si ripresenta con i caratteri dell’ossessione. Se, infatti, è in fondo innocente lo sguardo che l’Io lancia a «Una maglietta bianca / e jeans a vita bassa» (Note Dalmate II, vv. 5-6), la quale subito diviene «Dea sconosciuta / amante perduta» (Ib., vv. 19-20), più imbarazzante è il quadro tracciato nella prima poesia in morte del padre, Guardando un quadro di Kandinskji su un muro d’ospedale con l’infermiera Marina (la prima delle Tre poesie per mio padre). Ivi, infatti, il poeta immagina di possedere l’infermiera Marina che ha assisitito il padre mortalmente malato (cfr. Ib., strofa III) proprio per comunicare ad esso, attraverso l’atto sessuale, quella vita che egli sta lasciando: «[…] qui vorrei spogliarla davanti a te / fino a fremerle dentro / tutto il mio vento / per ridarti vita in lei / se mi sorride smarrita / […] / Padre, morendo in te / in te rinascendo» (Ib., vv. 3-7, 10-11). Da questi pochi versi, si sarà già inoltre notata quella che è un’altra caratteristica formale della poesia di Scotto: la propensione alla rima, che traduce un’attitudine musicale molto pronunciata.

Il linguaggio comune e mediamente non ricercato – ma non pertanto sciatto – della sua poesia ci pare, infine, essere il migliore compagno di questa facile musicalità. Scotto infatti non sembra attirato dalla tentazione di creare metafore da interpretare, non intende assegnare al lettore l’impresa di decifrare i simboli. Tutta la sua poesia intende, al contrario, comunicare con grande immediatezza i suoi contenuti, quasi dietro ad essa ci fosse un’impazienza, un’urgenza drammatica che escluda a priori l’impiego di un codice mediato ed indiretto. Si prendano ancoa due sequenze della serie Note dalmate, la III e la VIII. Nella prima, le ragioni del parallelo fra il gabbiano e l’Io sono enunciate in maniera esplicita, non vi è mistero: «Fermo su uno scoglio / bianco tra i flutti / nel vetro dell’alba / ti specchi nel mare livido / poi ti lasci all’onda / […] / Così simile a me / ti sento / per quel brivido che attraversa l’acqua / e ti culla nel desiderio» (III, 1-5, 12-16). Nella seconda, un breve quadretto, si dichiara che «L’ansa del mare / a Biograd / mi ricorda i tuoi fianchi / Qui potrebbe essere ogni luogo / Grado come la Norvegia / Mi dice che mi manchi.» (VIII) Si constata subito, dunque, che la segnalazione di un linguaggio comune, medio, in realtà non è precisa: da queste poche citazioni, infatti, si può facilmente osservare come l’impasto linguistico di codesta poesia sia infatti estremamente variegato, poiché a parole e sintagmi propri della tradizione (i flutti, il vetro dell’alba) si accompagnano, senza soluzione di continuità, termini appartenenti al linguaggio parlato quotidiano (la maglietta bianca, i jeans a vita bassa). Si giunge su questa linea al bizzarro pastiche all’explicit di Guardando un quadro, ove l’accostamento di due registri situati agli antipodi ci sembra tradire la presenza di un’importante componente sperimentale in seno al linguaggio poetico di Scotto: «“Mi dica cosa vede” / – chiedo a Marina / infermiera di turno / bionda timidina di Belluno / di bianco vestita / in questo torrido giugno» (vv. 1-6).

L’unica maniera per arrivare a farci una ragione di questa sulle prime sorprendente compresenza di registri linguistici così diversi, è forse da individuarsi nel movente di fondo della poesia di Scotto. In conformità a quell’urgenza ed a quel narcisismo che abbiamo segnalato, esso appare coincidere con una sorta di attitudine al diario, alla concezione della poesia in quanto nota di diario. Ove, quindi, le occasioni da cui essa sprizza non devono per forza rimandare a momenti rari ed eccezionali, poiché, al contrario, qualsiasi pretesto può in realtà diventare oggetto di poesia.

Si prenda, a questo proposito, un’ altra sequenza delle Note dalmate, la numero X. Ivi, l’io, vedendo martirizzare un povero granchio da parte di due bambini, non fa altro che dare direttamente voce alla sue pietà e sdegno per le torture inflitte a quella povera bestiola: «Ha stanato il granchio / dopo ostinata caccia / La preda è nel secchiello / la osserva / la sevizia / […] / “Papà perché non cammina?” / (così piccolo / e il cervello già in rovina…) / […] / primi rudimenti di crudeltà infantile / il padre applaude alla bella prova virile / Seminiamo, seminiamo…» (vv. 1-5, 8-10, 17-19). A questa poesia, che non si rifiuta a niente, la qualifica di diaristica sembra veramente calzare, a patto che con codesta si voglia anche indicare l’assenza, in essa, di una precisa e riconoscibile direzione stilistica a caratterizzarla in maniera univoca. A determinarne il precipuo carattere sperimentale appare di conseguenza essere proprio quel narcisismo, della cui pervasività non c’è più oramai da dubitare. Si ricordi, fra l’altro, che anche due importanti sezioni dell’Intoccabile erano state ispirate a viaggi, di cui, come ivi, la poesia era venuta a costituire una sorta di resoconto (si tratta di Quaderno cretese e Diario di Romania).

Che questo tipo di poesia non si rifiuti a niente, ma che possega una sorta di capacità semiologica totalizzante, viene immeditamente rivelato nella sezione successiva, intitolata al Museo Thyssen Bornesmisza Madrid. Codesta è infatti organizzata secondo un principio ekphrastico, poiché ogni testo corrisponde alla “trascrizione” di un quadro, di cui vengono indicati il titolo e la data di composizione. Tutte le poesie corrispondono dunque alla descrizione del quadro prescelto, e sono concluse da una sorta di guizzo semantico, caratterizzato da una rima pronunciata, che intende tradurre il pensiero che quelle immagini hanno fatto nascere nell’osservatore. Si prenda, per esempio, Jan Brueghel I, El Paraiso, 1612, e si veda come alla semplice descrizione segua, come portata dalla forza di suggestione semantica della rima, la conclusione concettuale: «Uccelli ovunque / tra i rami / cavalli e armenti / Sull’acqua / più a valle / la luce sgorga dal fiume / Eva tende la mano verso il ramo / coglie la mela / la porge ad Adamo / Nasciamo» (vv. 9-18).

Quelle di realismo e narratività, chiaramente visibili nelle poesie che abbiamo fino a qui esaminato, sono inoltre le caratteristiche che permettono di iscrivere la poesie di Scotto in “area lombarda”, un’area ove, come è noto, i sussulti del cuore non possono essere separati dalla materiale realtà in cui essi hanno avuto luogo e che di essi è stata testimone. I nomi di Giovanni Raboni e di Maurizio Cucchi, ma anche di Vittorio Sereni (si pensi, per esempio, ad una poesia come la Ragazza di Atene del Dario di Algeria, che pare quasi fungere da archetipo per Scotto), sono, allora, quelli che subito vengono in mente per definire il territorio a cui questa poesia di diritto appartiene. La forza del suo descrittivismo – caratteristica precipua del suo realismo – ci sembra risiedere in particolare nell’evitare qualasiasi incursione nel campo della psicologia, come se tutto, in realtà, avvenisse, e non potesse che avvenire, sul piano della descrizione (ciò che corrisponde ad un’altra caratteristica della scrittura diaristica). La velocità delle notazioni, sotto il peso dell’urgenza di un Io parossistico, non può infatti concedersi ad alcuna deroga rispetto al suo programma di trascrizione infinita dei suoi “moti”.

Abbiamo dunque a che fare con una scrittura solipsistica? Nel compiacimento con cui l’Io si abbandona a se stesso non si puo negare una dose di solipsismo, di cui ci sembra in particolare fare fede la lunga sezione Nello stare della fuga (su alcune foto di Rosalia Filippetti). Qui, però, accanto all’influenza lombarda, emerge forse con altrettanto vigore quella della lezione montaliana. Come nel poeta ligure, infatti, anche ivi nel quadro descrittivo si addensa una breccia nella quale il poeta vede la via maestra di cui approfittare per dare voce al proprio io esuberante. Differentemente da Montale, ed in conformità alla propria ispirazione diaristica, tuttavia, queste brecce non aprono su orizzonti metafisici, né mettono cioè in gioco la tenuta dell’uomo nell’universo. Piuttosto, sembrano solo suscitare domande improvvise, impressioni fuggitive, sulle quali il poeta non intende fare opera di scavo, ma solo annotare, con rapidità. Anche per le poesie comprese ivi, dunque, si può in un certo qual modo parlare di ekphrasis, di una struttura analoga a quelle della sezione precedente (anche codeste sembrano infatti ispirarsi ad immagini, le foto di Amelia Filippetti), compreso il guizzo finale della rima. Si veda la settima della serie, breve quadretto marittimo: «Pescano insieme / Le sdraio ancora calde di loro / Fianchi generosi / in controluce / La canna immersa in un’ovatta lattiginosa / Il peso impalpabile dell’aria / Solitaria». Od ancora, forse vieppiù indicativa della speciale tecnica associativa di Scotto, è la quindicesima della serie, I piedi dentro il mare. Ivi, la sequenza di versi imperniata su un cromatismo e descrittivismo accentuato, è infatti conclusa dall’accostamento di un particolare che non ha nulla a che vedere con il resto della poesia, ma è veramente frutto dell’impressione tutta soggettiva dell’Io, separato osservatore della scena: «Lei china di spalle / lo spazio trasuda vita / in ogni filo d’erba / in ogni legno / Diventi il mare / Fotografare / Dipingere il mare sul mare / Jean-Pierre Léaud / ne I quattrocento colpi di Truffaut» (vv. 7-15). È come se insomma l’Io non possa mai, in Scotto, fare a meno di farsi sentire, mai trattenersi dal far risuonare la propria presenza anche nello scenario descrittivo apparentemente più impersonale. Si veda a questo proposito, la poesia subito precedente, ove, come ivi, la descrizione è conclusa repentinamente da un’osservazione che ne rompe l’equilibrio, a rammentare, con foga – ci sembra – che nessuna descrizione, per quanto fredda e precisa, può aspirare all’impersonalità: «Un corpo seduto / greve / asessuato come un Botero / La barca sul carrello / Nubi basse baciano l’orizzonte / Ma chi ha detto che il bello / è bello?»

Di questo incotestabile primato dell’io altra prova è data da una delle più belle poesie del libro, la ventunesima della serie (Visi colanti luce), dove, facendo riferimento alla propria démarche ekphrastica, il poeta fa in realtà, ci pare, allusione alla fondamentale condizione solipsistica della propria scrittura: «Corpi ricondotti / alla loro essenza effimera / di voce inascoltabile / dietro un vetro isolante / Vi sento con gli occhi / Ombre affiorate dal negativo / Vi scrivo di luce / V’impasto di viva creta / Non la presenza / Ma la sua scia / Mentre restate / E corro via». (vv. 6-17) La poesia di Scotto insomma (ma oramai lo si è già intuito), prende in conto come uno dei suoi moventi sentimentali più importanti una grande e genuina nostalgia per l’altro, con cui il proprio ingombrante narcisismo vieta in qualche, o ne riduce le possibilità, l’incontro (da cui il suo ricorrente atteggiamento vittimistico). Se leggiamo, infatti, la quinta poesia della sezione successiva (Il Tresa non è il Gange), Chiamami, ti prego, guardami, questa particolare disposizione del soggetto risulta con estrema chiarezza nella parossistica situazione di solitudine che ivi si evoca: «Chiamami, ti prego, guardami / se non ti bacio non ho labbra / se non mi parli tremo senza nome / Ti vedo in ogni ombra che sfioro / dai voci alla mia voce / […] / Lo dico a questi vetri smerigliati / chiuso in bagno / al dibattersi delle blatte / capovolte sull’asfalto / A un cane compagno» (vv. 1-5, 13-17). Bisogna qui riconoscere che il dolore dell’Io trova in questi versi un espressione onesta e verace, come se il narcisismo endemico di Scotto potesse a volte anch’esso incrinarsi.

Dopo una sezione ove  non si aggiunge nulla di più a qiunto abbiamo già osservato (Le nubi e il vento), ecco ricomparire il topos del Volto ignoto, a cui si intitola la penultima sezione, la quale ci sembra intimamente legata all’ultima, Verso il nome. È qui evidente che l’Io avverte il desiderio poetico, od, insomma, legato alla poesia quasi come sua causa primigenia. Insomma, parola e sesso legate, la vulva come la vera bocca segreta del poeta. Se si legge il primo testo di Volto ignoto, si può infatti osservare come il solo vero (v. 11) è quello che il «cielo […] spalanca / tra le gambe accavallate / dalla gonna al nulla» (vv. 8-10). Nella sesta poesia dell’ultima sezione, Qui sono passati, il poeta rievoca – per bocca della madre medesima (che della sezione appare essere la vera dedicataria e protagonista) – il momento della nascita nei termini, prelinguistici, di «Quel pianto urlato al mondo / Dolore primo fiato / Nel primo giorno di tutti» (vv. 17-19) Nella prima, invece, la lingua è una mucosa (v. 16), e il ventre materno sembra comunicare alle cose, come una sorta di spirito santo, i loro nomi: «L’aria del ventre / alla lingua mucosa / Linfa parlare per sempre / Scende / Su ogni cosa detta» (vv. 15-19).

Come si nota facilmente, in queste due ultime sezioni il registro linguistico muta, la selezione linguistica si fa più attenta, meno affrettata, e la poesia di Scotto perde in parte i caratteri diaristici assegnatile. Se si legge, per esempio, la secondo poesia di Volto ignoto, in maniera stilisticamente più omogenea si fa ivi infatti riferimento ad uno sguardo puro, come alla condizione regressiva – pre-razionale – necessaria per stabilire un vero contatto con l’altro, sotto il segno del corpo: «Tornare agli occhi / alle caverne delle orbite / […] / un istante / del corpo ignoto / invano pesare / il tanto / il poco» (vv. 12-14, 17-18). È evidente che, da questo punto di vista, il volto altrui non può essere che ignoto, e che bisogna dunque rinunciare alla ragione, agli occhi – suo principale veicolo (si veda il terzo testo della serie, Cadono) – per assurgere ad una reale conoscenza dell’altro. Il sesso è la primitiva e più autentica via per realizzare quest’obiettivo, ed è perciò necessario rinunciare alla parola, alla cultura, per poter finalmente parlare, con il corpo (con la bocca segreta, quella vera!), come sembra suggerire l’ultimo testo della raccolta: «Ride nella penombra / mentre la stringo forte / il tempo si cancella. / […] / Tacere per dire / Incapace di amare / Di finire» (vv. 1-3, 8-10).

[Enrico Minardi ha ottenuto due dottorati di ricerca, il primo alla Sorbonne-Paris IV, il secondo all’Universita’ di Madison-Wisconsin. Ha insegnato italiano a Duke University, Madison-Wisconsin e Truman State University (Missouri). Ha pubblicato la monografia  Pier Vittorio Tondelli (Cadmo, Firenze 2003) e un secondo volume, scritto con Monica Francioso, dedicato ad Enrico Palandri è in uscita ad aprile (Enrico Palandri, Cadmo, Firenze,  2010). Su Palandri ha anche curato, sempre con Monica Francioso, un libro collettaneo (Generazione in movimento. Viaggio nella narrativa di Enrico Palandri, Longo, Ravenna 2010). Ha in preparazione uno studio sull’Exemplum nella Divina Commedia. Collabora regolarmente con quotidiani e riviste].

Annunci

6 thoughts on “Fabio Scotto, Bocca segreta. Poesie 2004-2007

  1. Un percorso che illumina le tendenze di fondo della poesia di Bocca segreta ed i tratti della poesia di Scotto. Non so se sono d’accordo con la premessa che la poesia che rifiuta il momento raro sia da diario o descrittiva. La poesia di Scotto ha una specie di reportage del quotidiano ma filtrato attraverso lo sguardo poetico. E una poesia molto distinta e coerente, piace o non piace. In ogni caso questo articolo aiuta ad entrare nel libro e capirne l’essenza. Anche Valéry, Ungaretti, e Petrarca hanno scritto nelle vesti di Narciso.

    • xara Barbara,
      grazie per avermi letto. Sinceramente ho trovato peggiore questo libro di Scotto del precedente, Bocca segreta, meglio costruito in senso generale, questo mi e’ sembrato un po’ affrettato. Scotto ha una specie di ossessione dela scrittura che non sempre da’ buoni frutti. Ma sono totalmente d’accordo con quello che dici sul reportage del quotidiano etc.
      Grazie ancora
      enrico

  2. Enrico, il tuo scritto illumina molto e in ogni caso anche se magari non sono d’accordo su ogni punto fa riflettere e chiarisce alcune vere tendenze di Scotto. E vero che scrive a volte troppo, ma ha fatto alcune bellissime poesie come quella che citi giustamente come la piu’ bella ed e un vero poeta. E anche vero pero’ che quelle sue poesie scritte forse troppo in fretta, stile reportage hanno spesso qualcosa che ti tira dentro. E un poeta non abbastanza apprezzato. A me piace moltissimo il suo La dolce ferita e Genetliaco (ma non il titolo). Grazie a te! Barbara Carle

  3. Gentile Enrico Minardi,
    la ringrazio molto per questa sua attenta e per me utilissima lettura, della quale apprendo da Barbara Carle, e per il tempo che le ha generosamente dedicato. Non intendo intervenire in dettaglio sullo specifico, rispettando sempre il giudizio della critica ed esprimendomi in poesia prevalentemente attraverso i testi, solo consideri che generalmente pubblico una raccolta ogni quattro anni, che a me pare un tempo ragionevole, conosco poeti ben più assidui e presenzialisti di me. Per il resto, non credo possa esistere in poesia realtà che prescinda dal soggetto che la porge, ma naturalmente è il mio sentire e cerco di essere personalmente coerente con questa visione e convinzione, che ha, mi creda, anche basi teoriche solide, da Bonnefoy a Meschonnic.
    Ancora molte grazie di cuore e cari saluti e auguri per il suo intelligente lavoro critico, che molto apprezzo.
    Fabio Scotto

    • Caro Scotto,
      la ringrazio per il suo messaggio. Credo che, onestamente, fossi rimasto più colpito dalla sua precedente, L’intoccabile, che da questa, che, nella mia risposta al posting di Carla, avevo dichiarato essere stata scritta un po’ in fretta (mi perdoni il semplicismo imperdonabile di questa dichiarazione). Detto questo, anche nell’ultima, trovo tutti gli elementi più caratteristici della sua poesia, che fanno di lei un poeta molto originale e, direi, quasi unico nel panorama poetico attuale. La mia, per di più, è solo un’impressione di lettore che non vuole affato interferire con i suoi tempi di scrittura (per carità!). Se volesse, potremmo parlarne in maniera più dettagliata e distesa tramite lettere o e-mails.
      Un caro saluto,
      suo Enrico

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...