Recensioni

Centoparole: Paola Mastrocola

Paola Mastrocola, La felicità del galleggiante, Milano, Guanda, 2010.

Diario zen, trascrizione felicemente occasionale di una quindicina d’anni guardati dall’oblò di una sensibilità vigile ma sempre corretta dalla  razionalità e da un’ironia imperturbata, questa terza raccolta poetica di Paola Mastrocola ha una virtù rara: si legge come un racconto. E’ il racconto di una vita qualsiasi, dove la quotidianità non ambisce a diventare epos, né a trasformarsi in meditazione epocale, epifania di orfiche trascendenze, ma viene osservata con affettuosa ostinazione e una certa ritrosia, non di rado venata di sarcasmo (e questo avviene quando l’ironia deborda nell’indignazione): “Ci sono giorni ottusi che non puoi,/nemmeno tu che ti racconti/il falso, non accorgerti del male”.Se una disposizione di fondo persiste, vagamente gozzaniana nel suo accumulo: “Il vaso da riporre, le foto/di quattr’anni da comporre/per ordine di luogo, di data./Mi sento in mezzo a un mare, soffocata”, questa viene costantemente deviata dal gusto beffardo per l’epigramma, che chiude o apre la narrazione con un forte senso gnomico, che non esita a servirsi del motteggio in rima: “Gli amici pensano/soprattutto a sé./Il lavoro, la famiglia,/la palestra e la zia Nenné”. Opera di un moraliste, il libro non nasconde la vocazione (vedi la bella citazione di Rilke apposta alla sezione intitolata Sala di consultazione) a prendere le distanze, a rimanere beatamente inquieta in superficie: “Non mi lasciare, galleggiante./Voglio stare come te/sull’acqua/fluttuante, non scandagliare/le cause e le ragioni: stare/attaccata,/appagata di guardare/il mondo cangiante, e non andare/a fondo./A fondo c’è la sabbia e roccia,/piana o leggermente mossa:/nient’altro che ti possa riportare/a galla”, ma questo è, si direbbe, una necessità di chi ritrae la vita più che una forma d’impassibilità, e nemmeno vale come alibi per le sottili perfidie candidamente confessate, là dove l’identificazione con la placida marmotta svela lo scatto improvviso e il morso: “Scusate l’eccessiva superficie,/la morbidezza che nasconde/l’affondo dei denti;/la finzione del letargo/ (è lì che meglio si distende/il pensiero, si diffonde) e anche questo nostro indisponente/rodere continuo il legno/morto/della vostra mente”.

E ancora un animale del sottosuolo serve per completare la metafora (o l’apologo?): “La scrittura è una talpa scura,/l’animale senza gli occhi/che scava con le unghie il buio.// La scrittura è non aver paura/di ferire,/gli altri,// di morire”.  Insieme all’istinto narrativo non va trascurata la cura per gli strumenti con cui tradurlo in poesia (abbondano non a caso i settenari e gli ottonari) e l’istinto sicuro per il gioco prosodico, condotto spesso con maestria come in questi versi, dove sembra di cogliere  echi ungarettiani: “Invece qui, sulla battigia che declina/in onda, blanda, che dimentica/ di sé non batte, non arriva;/invece qui di nuovo ritornerà mattina,/un’alba luminescente/su un mare denso piatto/come la scia della lumaca sulla foglia/nascente”. E nel cuore di tutto il libro il mare, evocato nei paragoni, oggetto metaforico e al tempo stesso elemento morale, sfondo, paesaggio e insondabile rifugio, deserto d’acque dove sembra ancora possibile il romitaggio delle anime (“Noi invece appartiamoci sul mare”), a tal punto radicato in questa poesia da dettare una infinità di rime con i verbi all’infinito, come a fare da eco alla risacca, alla sua musica semplice, misura di un ordine cosmico.

Bruno Nacci

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