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Contro il realismo

"Scimmia neonata fra due madri finte" (Enrico Mitrovich, olio su tela 2008, 90x90)

di Lorenzo Muccioli

E’ uscito in questi giorni il Meridiano Mondadori dedicato a Emile Zola, una summa completa e ordinata dell’immensa produzione dello scrittore francese.
Leggiamo in quarta di copertina: «Primo carattere distintivo dell’edizione è la qualità delle traduzioni, quasi tutte nuove e condotte – con criteri condivisi – da traduttori di prestigio. Un secondo elemento di novità è dato dall’utilizzo, negli apparati, dei materiali manoscritti da poco tempo integralmente disponibili in francese e mai tradotti in Italia. In questo volume: “Thérèse Raquin” (1867), il primo romanzo dichiaratamente naturalista, con un forte richiamo al noir; “L’Assommoir” (1877), primo dei Rougon-Macquart, romanzo del mondo operaio dove però il tema politico appare in secondo piano rispetto alla narrazione corale di un mondo degradato in cui si collocano infanzia e adolescenza della bella prostituta protagonista del successivo romanzo, “Nanà” (1880), nel quale è messo in scena il mondo delle cortigiane, la loro miseria e volgarità, a volte il loro buon cuore, e quello dei loro sfruttatori, nobili, spesso ricchi, cinici e senza scrupoli».
Tessere le lodi di questa iniziativa editoriale, come faceva qualche giorno fa Pietro Citati sulle pagine di Repubblica, con grande pompa di aggettivi e solenne tono encomiastico, tesserne le lodi, dico, è indubbiamente giusto; per non dire sacrosanto. Un conto, però, è riconoscere il valore e levarsi il cappello di fronte all’imponente lavoro bibliografico e filologico compiuto da Pierluigi Pellini, curatore del Meridiano, nel riordinare e nel guarnire con opportune glosse la sterminata mole di materiale lascito in eredità da un grafomane come Zola; altro è continuare, dopo quasi un secolo, a sventolare l’incensorio attorno all’effige del romanziere francese, come se in tutti questi anni non avessimo mai udito un solo coro di sperticati osanna levarsi al suo indirizzo. Al contrario, troppi sono gli uomini di lettere che ancora si dilettano a portare l’autore parigino in palma di mano; pochi, quelli disponibili a una rivalutazione coscienziosa e super partes del suo operato, a un esame che sappia astenersi dai facili stamburamenti e da affrettate celebrazioni. Perché – guardiamoci dritti negli occhi – Zola, e quel magistero che è il realismo o naturalismo letterario, del quale egli è forse il più alto pinnacolo, ha così tanto ammorbato il nostro modo di fare letteratura che rischia ormai di uscirci dagli occhi. Quanti romanzi occupano un trespolo privilegiato negli scaffali delle librerie solo in virtù di meriti extraletterari, del loro valore come imprescindibile testimonianza di un dato fenomeno o avvenimento sociale?


Pensate a Gomorra: esso ha saputo immergersi nello strato più limaccioso del nostro paese, descrivendoci gli oscuri meccanismi delle cosche, e contribuendo in tal modo alla lotta contro questo tipo di criminalità; il suo grado di aderenza al reale è massimo, l’intreccio combacia alla perfezione con i fatti; ma, letterariamente parlando, il best seller di Saviano resta lo zero più spaccato, il niente, una miscela di gas in sospensione. Estraniazione forzata del narratore, il suo progressivo eclissarsi, smaterializzarsi dal tessuto narrativo; il distacco emotivo; l’impersonalità; un’oggettività fredda e imperturbabile; come diceva Verga, «chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori»: istituzioni entrate di prepotenza nel codice deontologico del narratore moderno, con effetti nefasti per una fetta considerevole della produzione novecentesca. Concentrato sul dramma della quotidianità, sugli aspetti più turpi, ignobili, grotteschi dell’ambiente che lo circonda, impegnato – come l’entomologo che, naso appiccicato alla teca di vetro, annota sul suo taccuino le movenze dello scarabeo e la conformazione della sua corazza – in una cronaca dettagliata di ciò che gli passa dinanzi, l’autore finisce per distogliere l’attenzione da ciò che il lettore si aspetta da lui, dalla durevolezza calcarea dell’osso nel quale i nostri incisivi desidererebbero, più di ogni altra cosa, affondare. Il culto profetizzato dagli apostoli del circolo di Médan è l’apripista del romanzo deviato, snaturato, che spesso e volentieri sconfina nell’inchiesta giornalistica; l’anticamera da cui passano tutti i racconti coniati sul modello del reportage, che fanno propri gli stilemi dell’articolo di denuncia, che lasciano in terra ogni artificio fantastico in favore della precisa messa a fuoco dell’obiettivo telescopico. La degenerazione patologica dell’affresco realista porta all’inconcepibile eresia del romanzo politico, scritto sulla carta intestata della propria sezione di partito: è allora che la prosa si carica di accenti delatori, che la narrazione scade nella becera querelle o nel vibrante j’accuse, che i periodi si trasformano in slogan elettorali. Un traviamento che inevitabilmente conduce, come notava Massimiliano Parente su Il Giornale de il 31 marzo scorso, alla messa alla gogna di scrittori quali Isabella Santacroce, poco inclini a infarcirsi la bocca di vibranti interiezioni, e a sporcarsi le mani con tutte quelle tematiche che costituiscono, meno o male,il  terreno di caccia per i cronisti della carta stampata e della televisione: roba con cui imbrattare veline, notizie Ansa, servizi di Studio Aperto o puntate di Ballarò, non certo la sacralità marmorea ed inviolabile di un romanzo. L’ultimo lavoro della Santacroce (Lulù Delacroix, Rizzoli 2010), evidenziava Parente, è un libro «bellissimo, densissimo, immaginifico, delicato e affilato, un fuoco artificiale che sprofonda in alto, nel cosmo, sulle nuvole». «Tuttavia» intorno ad esso «non c’è sociologia spicciola, non c’è impegno, non c’è Berlusconi, non si parla di mafia, di immigrazione, di camorra, non c’è piccineria narrativa». Di qui le bacchettate, le smorfie di disgusto, le spallucce e i pesanti sfottò sollevati dalla cricca di intellettuali italiani, che hanno liquidato il romanzo della scrittrice riccionese in quattro e quattrotto, senza nemmeno prendersi la briga di leggerlo. La sua colpa, l’orrendo crimine che la condanna al nodo scorsoio della critica forcaiola, è quello di non essersi presentata sulla breccia del reale, di non aver inzuppato la penna nello scarico fognario dell’attualità, delle perversioni erotiche dei politici, del costume e del malcostume, della cronaca mondana, del pettegolezzo da shampista: il peccato commesso quello di aver declinato il truogolo dal quale si servono, allo stesso tempo, i redattori dei quotidiani, gli articolisti dei rotocalchi scandalistici e i così detti “scrittori impegnati”, sempre pronti a vestire la cotta di maglia del crociato e propugnare, in eleganti salotti televisivi, una virulenta crociata contro i più disparati fenomeni. Pietanze, queste, rifiutate in favore di una spedizione alpinistica sulle scoscese altimetrie della letteratura che conta, quelle su cui si sono avventurati i grandi narratori della nostra era. Purtroppo per la Santacroce, oggigiorno, non c’è vertigine artistica che tenga: il lettore vuole diguazzare nelle acque basse dell’ ordinario, del nazionalpopolare, vuole trovare, anche nelle pagine di un romanzo, lo stesso saccarosio, la stessa volgare cagliata rimestata a ogni ora del giorno dai telegiornali, dagli opinionisti tv. E’ così che assistiamo alla tremenda metastasi di libercoli che si autodefiniscono, con un abuso di bronzo sulla faccia, veri e propri capolavori del genere romanzo, che si issano a bella posta, pur senza averne i requisiti, sul capitello della letteratura aurea: abbiamo, ad esempio, Se niente importa (Guanda) di Jonathan Safran, inchiesta shock sul business della carne bovina, mascherata da opera di narrativa (dubito che qualcuno, al di fuori dei vegani più accaniti, troverà costruttivo leggerlo); Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondandori), di Alessandro D’Avenia, che punta tutto sulla drammaticità strappalacrime della vicenda narrata, piuttosto che sullo spessore vero e proprio; Educazione siberiana (Einaudi), di Lilin Nicolai, una amalgama confusa di ricordi spezzettati, riguardanti la vita di un adolescente in una sperduta regione dell’ex Urss, che – come un qualsiasi servizio di inchiesta – tenta di far breccia nel lettore attraverso la giustapposizione gratuita di violenza, sangue e particolari osceni: tutte cose che garantiscono un impatto sicuro e immediato. Stando ai toni caustici con cui mi sono fin qui illividito le labbra, al volume di fuoco da me sprigionato, potrebbe sembrare che voglia commettere l’empietà di cancellare, con un preciso colpo di spugna, quel monumentale patrimonio letterario accumulato dai vari Zola, Balzac, Flaubert, Gouncourt, Capuana, Verga e da tutti gli altri maestri del realismo: che io voglia disconoscere e ripudiare le loro preziose testimonianze. Per carità: se prima ho cominciato parlando del nuovo Meridiano dedicato a Zola, era solo per avere un punto di partenza, un qualcosa che potesse dare la stura al torrente della mia invettiva. Sbagliato pensare che voglia spianare la canna del fucile contro la difficile arte della mimesi letteraria, così come la intende Auerbach nel suo saggio capitale. Una distinzione, a questo punto, è d’obbligo. D’accordo impegnarsi, con minuzia amanuense, a ricalcare la realtà finanche nelle sue sfumature più orride e depravate; d’accordo concentrarsi sul fitto intrico di meccanismi psicologici alla base di un personaggio, le sue tare, le espressioni fisiologiche e somatiche che lo distinguono; agitare sulla tavolozza il pennello della verosimiglianza: purché, la calcografia realista non sia fine a se stessa, non esaurisca in modo sommario il contenuto del romanzo, ma sia, anzi, il trampolino per un tuffo negli abissi dell’umano e dell’inumano, un’immersione batimetrica nel pelago dell’esistenza. Prendere, come termine di paragone, quel genio assoluto che è Dostoevskij. Il suo capolavoro, I Demoni, parte sì da un notissimo fatto di cronaca – l’uccisione dello studente I. I. Ivanov da parte di una cellula rivoluzionaria capeggiata da Sergej Gennadjevic –, ma, e qui sta la differenza fra nano e gigante, non si accontenta di indagarlo, sviscerarlo e chiosarlo come avrebbe potuto fare un comune nerista di San Pietroburgo, bensì va oltre la semplice e grigia banalità di una fatale congiuntura, per cristallizzarsi nelle geometrie pure e immortali del grande romanzo, di una storia capace di raggelarci il sudore sulla pelle e di ustionarci come pece bollente. Le armi usate da Dostoevskij sono le stesse dei discepoli naturalisti: egli però le usa per trafiggerci il torace, per metterci allo spiedo, le scaglia dritte dritte contro l’ombelico dell’uomo, la sua essenza umida e pulsante. Tornando a Gomorra: giustissimo applaudirlo per la sua rilevanza sociale; poco meno che una bestemmia, pensare di posizionarlo sullo stesso scaffale riservato a I Demoni. Quest’ultimo continua, dopo oltre duecento anni, a scuoterci come una tremenda scarica tellurica, a stringerci lo stomaco e a farci saltare le coronarie, senza che il nostro godimento di esso sia per nulla intaccato dalla nostra ignoranza riguardo i fatti dell’epoca; laddove l’opera di Saviano, al contrario, è destinata allo spolpamento operato del tempo, alle tarsie e alla ruggine dell’oblio. Il poeta Nelo Risi diceva che «scrivere è un atto politico». Noi rigettiamo virilmente questa affermazione, la rispediamo al mittente, scagliamo la nostra condanna su ogni tipo di contaminazione non strettamente poetica o letteraria, sull’intrusione – a volte affettata, esagerata e inopportuna – dell’elemento quotidiano. Allo scrittore in camice bianco e mascherina premuta sul volto, che col suo bisturi si arrabatta fra intestini spanciati e ributtanti frattaglie, alla ricerca di un’inesistente ghiandola pineale, noi preferiamo lo scrittore cavernicolo, che accetta il miracolo del fuoco per quello che è, limitandosi ad ammirare con estatica meraviglia lo spettacolo delle crepitanti lingue forcute, senza incaparbirsi nell’ostinata indagine scientifica del fenomeno, e accontentandosi al massimo di attribuirlo a qualche onnipotente divinità allogata nei cieli.

(La riflessione sopra riportata mi è stata in parte ispirata da una conferenza tenuta dagli scrittori Davide Brullo e Massimiliano Parente presso l’Istituto San Pellegrino di Misano Adriatico).

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