Poesia/Recensioni

Paolo Valesio, “Il volto quasi umano”, Bologna, Lombar Key, 2009

di Enrico Minardi

Paolo Valesio è un poeta religioso, e la sua poesia altro non è che la cronaca  del proprio corpo a corpo quotidiano con la fede. Essa non ha neppure in qualche modo bisogno come pretesto di un’occasione, tanto è l’urgenza ontologica da cui appare dettata. Il motivo interno da cui dipende è infatti comparabile ad un movimento impellente, ad una reazione improrogabile, ad una chiamata a cui non si può fare a meno di rispondere. La scrittura di queste poesie traduce dunque il perenne discorso del poeta con se stesso e con il suo vero e proprio “pensiero dominante” riguardo alla presenza-assenza di Dio nelle cose degli uomini. In virtù di codesta ragione d’essere, la loro principale caratteristica è di costituire una sorta di diario – appunto, una cronaca – delle promesse e degli appuntamenti, mancati e mantenuti, di Dio col poeta.

Poiché, come ogni poesia che abbia al proprio centro una sincera e profonda ispirazione religiosa, anche quella di Valesio non può che avvertire il rapporto con Dio come una fragilissima conquista, ogni giorno rimessa in discussione e rósa dal dubbio, in cui a momenti di illuminazione e rivelazione seguono – senza soluzione di continuità né alcuna apparente logica – inspiegabili momenti di silenzio e buio. È per questo motivo che la poesia di Valesio ha l’apparenza di una cascata, cioè di un flusso di scrittura che fa volentieri a meno di un ricco armamentario retorico, per ritrovare, in una pronuncia semplificata, la voce vera, corrispondente – nelle intenzioni del poeta – all’eco di quella divina.

Non è tuttavia vero, come recita la prefazione di Davide Rondoni, che il poeta in questa raccolta  «sta camminando […] lungo un confine. Dove la poesia non è più poesia, o meglio diventa la propria continua e per così dire salutare oltranza negando i propri statuti e certezze.» (p. 11) La poesia di Valesio, al contrario, è vera letteratura: è ora di finirla con il pregiudizio per cui la poesia religiosa o mistica si situa, per sua essenza, in un territorio al di là – od al di qua – della letteratura, in virtù di un suo supposto privilegiato rapporto con la verità. Essa si inscrive piuttosto all’interno di una tradizione che è quella religiosa italiana la quale, fin da San Francesco e Iacopone da Todi, si presenta, fra l’altro, secondo un’analoga fenomenologia. Ed è, infatti, proprio alla figura di Iacopone da Todi che bisogna guardare (ma che, stranamente, il prefatore dimentica) per cercare di definire quel movimento che più caratterizza, ed a cui abbiamo già alluso: la continua alternanza – non dialettica – di apparizione e scomparsa della luce divina, di caduta e disperazione, di innalzamento e speranza. Ma il personaggio che qui invoca Dio e maledice la propria finitudine è uno Iacopone, cela va de soi, tutto novecentesco, il cui dramma si colloca ad un livello dimesso e quotidiano. Nonostante ciò, il dramma narrato in queste pagine traduce il medesimo sentimento iacoponiano dell’impossibile pacificazione fra terra e cielo, o – come abbiamo appena suggerito – dell’impossibile dialettica fra metafisica e natura, la quale non cancella comunque l’aspirazione dell’uomo verso una compiuta pienezza dell’essere.

In questo senso, la poesia di Valesio non può che farsi e costruirsi attorno ed a partire dalle medesime tonalità, consistere nella scomposizione e ricomposizione dei medesimi toni: essere insomma, proprio in senso etimologico, profondamente “monotona”. Ci sembra tuttavia che sia proprio a partire da questa ossessività – garanzia, in questo caso, della purezza e sincerità dell’ispirazione – che essa venga ad acquistare una sorta di vigorosa eloquenza e giunga così a fissarsi nella mente e memoria del lettore. Si prenda, per esempio, la bellissima La coda dell’occhio (p. 49), che va bene citare per intero: «Come uno strascico nella polvere / strascina sconfonde la percezione: / dietro l’oscura vetrata / della vasta porta d’ingresso / a uno dei palazzi anteguerra / una colomba bianca saliscende / ma la vedi soltanto se ruoti / la testa un po’ di fianco e un po’ all’indietro / perché i passi ti han già portato avanti.» Od anche il Duologus de fide, la cui allure filosofica è contrappuntata da una conclusione totalmente in contropiede, la cui funzione è quella di traslare l’impegnativo contenuto del testo in una dimensione più bassa, meno ambiziosa, ma – probabilmente – più autentica (ove, fra l’altro, si elude la risposta alla grave domanda su cui la poesia si apre). Se ne leggano solo alcuni estratti: «“Perché ti dici / cristiano?” / “Avevo perso tutto  – / prima gli affetti poi i concetti / e infine pure i nomi – questo è il solo rimasto”. / […] / perché pensi che solo questo nome  / sia affluito alla riva / dopo il naufragio degli altri?” / “Perché mai si conserva  un soprammobile, / un ninnolo, un talismano?”» (vv. 1-6, 13-17)

Hanno dunque veramente l’aria di rapidi promemoria questi testi, e, in quanto tali, non rifiutano nemmeno di ammiccare all’aforisma. Prendiamo, per esempio, la parte finale di A-mor-te, e vita, ove così si commenta l’avvento del primo / giorno di primavera (vv. 10-11): «un giorno così pieno e attivistico / che adesso (a sera calante) / si accorge che è stato / troppo compatto / privo di quelle piccole lacune / di quelle feritine e fenditure / attraverso cui passa la salvezza» (vv. 13-18). Od, ancora, si consideri La libertà, ove l’immagine costruita per comunicare in cosa consista, per il poeta, il concetto della libertà contiene una sua innegabile efficacia di tipo didattico: «La vita si prende / con gli uomini molte libertà: / è il suo modo per spiazzarli / prendendoli improvvisa per la nuca / sfregandogli il naso / contro la scabra parete / dove la realtà / si rivela in disparenti attimi / come libertà; / “La vedi adesso, eh? / La senti adesso, sì? / Hai capito / che cos’è la libertà?» (vv. 5-17).

Fra i temi ricorrenti del libro, quello della preghiera è uno dei principali. Fra i numerosi testi dedicatigli, La poca preghiera, ci sembra forse quello più riuscito. La sua brevitas, il fatto che nel giro di pochi versi trovi esatta – ma sempre in virtù di un registro basso-parlato – figurazione la concreta situazione della preghiera, autorizzano ad apparentare questo testo, su di un piano stilistico, ad un certo Raboni, quello, per intenderci, più prosaico delle Canzonette mortali: «Gli parla tra la fine della notte / e la prima mattina / poi la deriva ha inizio / con la frammentazione dell’oblio – e quante notti ancora / lui gli farà finire?» Ancora, similmente, si può leggere in Affrontamento: «Lui non è, fronte a Dio, / nudo come un verme / o solo come un cane; / ma è nudo come un uomo / è solo come un uomo / nell’ovvietà incomprensibile / d’essere un essere umano». Il medesimo approccio stilistico era fra l’altro ancora apparso anche nella bella Comunione dei santi, qualche pagina prima: «Lui non lo sa se i morti stanno in cielo. / Sa che li sente nei giochi / dell’ognigiorno – / questi giochi di sghembo e squincio e spiffero / che intrattengono il necessario equivoco / tra le due sponde dell’uno stato e dell’altro». Potremmo proprio infatti indicare in Raboni il poeta moderno che sembra avere avuto una decisiva influenza sullo sviluppo della scrittura valesiana. Non solo la ricerca della concretezza, ma anche il sottofondo ragionativo della poesia raboniana, ed il suo tipico alludere a ciò che più sta a cuore in maniera obliqua ed indiretta, sono aspetti che ritornano anche in Valesio (almeno nei suoi testi più riusciti).

Rispetto a quella del milanese, codesta di Valesio è, tuttavia, decisamente più raziocinante, che per questa ragione sembra poter fare a meno dell’insegnamento di un Montale o di un T.S. Eliot, cioè di coloro che, nel Novecento, hanno eletto l’immagine, ed il suo corpo sordo, sovente enigmatico, a veicolo principale dell’espressione poetica. Essa infatti, come abbiamo fin qui visto, non si nega per esempio ad un approccio didattico, autoriflessivo, dichiarato in termini che non hanno nessun bisogno di un codice concreto e figurativo. Detto questo, ci sembra che i testi migliori siano quelli brevi, dove la misura corta meno concede al poeta la possibilità di espandersi razionalmente, ed il suo linguaggio si fa più denso, perdendo in comunicatività, ma acquistando in densità simbolica ed espressiva. La poesia di Valesio si vuole infatti soprattutto comunicativa, ed in questo senso è in controtendenza, e forse anche in indiretta polemica, rispetto alla poesia contemporanea che, del murarsi nell’incomunicabilità, ha fatto uno dei suoi movimenti più distintivi. Ecco perché, allora, la scrittura valesiana si piega volentieri in senso epigrammatico, e, se vogliamo, anche moralizzatore, di cui buon campione è, per esempio, questo Non Poeticus Furor: «A ogni notte egli è colto / da momenti di furia di preghiera / e continua a essere stupito / che i destinatari non le ascoltino. / Contro ogni evidenza / proporzionata dalla scienza / crede che la preghiera / possa passare l’aria e le distanze, / sia più contattatrice / non solo di ogni tatticismo / ma anche di ogni tattilismo».

Ci si sarà già resi conto, tuttavia, che il maggiore limite di questa poesia è il narcisismo, cioè il fatto che, in codesta instancabile ricerca di Dio, sia sempre l’Io, in realtà, a rimanere al centro dell’attenzione, a rifiutare in ogni caso di scomparire dal proscenio. Se questo rifiuto è legato all’ossessività del tema, esso è però anche responsabile dell’uniformità linguistica in quel senso raziocinante e comunicativo di cui abbiamo già parlato. Non crediamo che un rifiuto così netto, come quello che avviene in questi testi, dell’approccio stilistico dominante nel Novecento (per cui appare possibile mettere in questione, od almeno limitare, anche l’influenza di Raboni, e di Caproni – indicata pertanto dal prefatore) giovi infatti alla scrittura valesiana. Codesta dà infatti le sue migliori prove, come abbiamo brevemente mostrato, laddove l’io si mette da parte per lasciare il posto all’immagine, od all’espressione “condensata” del giudizio.

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One thought on “Paolo Valesio, “Il volto quasi umano”, Bologna, Lombar Key, 2009

  1. Grazie Enrico, Paolo Valesio è un poeta importante e spero che in Italia se ne accorgano come ho detto di recente anche in pubblico al convegno in suo onore avvenuto il 23 aprile scorso a New York: «credo che non esista un poeta e intellettuale come lui che dal 1967 ‘oscilla’ tra America e Italia scandagliando poeticamente (e non solo) la realtà e ‘l’oltrerealtà’ come ha fatto lui e con la strumentazione linguistico-visionaria e filosofica che ha lui. Sfido chiunque a fare un nome alternativo. Le sue poesie sono dal 1979 un geniale prodotto dello ‘sconfinamento’ sotto tutti i punti di vista e con risultati notevoli». Un caro saluto
    Alessandro

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