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Stefano Coppola: Salento “maledetto”

di Luca Ormelli

Jesus died for somebody’s sins, but not mine

Patti Smith, Gloria, 1974

Chi guarda al suicidio come un nulla nel nulla, vive la morte quotidiana con coraggio [21*]

È cosa assai ardua parlare o, immodestamente, tentare di introdurre ad una comunità di lettori la più vasta possibile la figura di un autore sconosciuto quando in vita ed ignorato post-mortem; sconosciuto lui vivente perché volontariamente (ed esistenzialmente come vedremo) estraneo ai circuiti editoriali, ignorato dappoi perché una selezione, l’unica ad oggi resa pubblica, della sua “opera” (virgolettato d’obbligo perché non si tratta di opera pensata per la pubblicazione ma filiazione cartacea della lacerazione interiore che di questa medesima opera fu il detonante) apparve nel 1992 per i tipi di un lodevole editore salentino ma che di certo non consentì quella diffusione che la qualità dei testi avrebbe richiesto. Interrogandoci inoltre se davvero vi fu la volontà, da parte della famiglia che deteneva e ancora detiene il lascito cartaceo di Stefano, se davvero vi fu dicevamo volontà di diffusione dell’opera di un poeta che, si badi, si dette la morte a soli 30 anni sparandosi un colpo di fucile al cuore, lui che era nato [**] da padre salentino e valente chirurgo a Roma il 16 settembre 1951 e cresciuto in quella città di Lucca che sempre ricorderà con amore ed odio. Ma è della poesia di Stefano Coppola che intendiamo occuparci e quanto più profondamente ne è dato fare; una poesia quella di Coppola che scaturisce dalle profondità della psiche quando lacerata tra possibilità e realtà si dibatte senza posa in una vertigine di se stessa.

È leopardiano e schopenhaueriano il sentimento della natura ostile e matrigna; antico in quanto ha di lucreziano e matrice di sempre rinnovata angoscia quando l’archetipo della Grande Creatrice (si chiami Essa Cibele, Demetra ovvero Gea poco importa) cui si vuole orficamente fare ritorno non si traduce in abbraccio del figlio e del suo naufragio ma in infanticidio. E questa tensione larica, questa frattura tra volontà di catabasi e aspirazione al volo di chi si avverte come predestinato all’esclusione dall’umanissimo consesso ingenera una versificazione sincopata, dettata dall’inconscio che riconosce come proprio modello testuale le asperità dell’inconscio e le sue esaltazioni. È una “narrazione” quella di Coppola di chi nell’azione come nel pensiero non meno che nella scrittura fu un “irregolare”, un poeta nativo e non addomesticato all’accademismo che così spesso affligge e snatura l’ispirazione di molti, troppi poeti “laureati”. Se non suonasse irriverente agli occhi di chi legge (che ne appare come un debito insanato di quella comunità di lettori che l’Autore non ha mai né avuto né voluto) diremmo che Coppola si situa in quel filone aureo e quindi carsico nell’andamento che attraversa le Lettere d’Italia muovendo dal Petrarca dei Trionfi e toccando via via il Tasso intimo delle Rime, il Della Casa più confidenziale, il già citato ed insuperato Leopardi per giungere contaminato dalle sperimentazioni tanto stilistiche quanto esistenziali dei Romantici prima Maledetti e Decadenti d’oltralpe poi; quel filone che Navigliando si scapiglia e che ha per Coppola un illustre quanto straordinariamente profetico antesignano in Giulio Pinchetti. Del Novecento nostrano (e volendo soffermarci sugli autori indigeni, escludendo dunque quella avvertibile ricorrenza di modalità espressive desunte dalla contestazione musicata, da Dylan a Morrison alla sopra citata Patti Smith, da De André a Tenco) ci pare spontaneo l’accostamento con altri titani dell’isolamento e dell’antiaccademismo, con Campana dunque e Carnevali per l’indubbia segnatura ossessiva – e non fosse fuori luogo e malfermo esprimere giudizi diagnostici – dipolare, con Toma e la Ruggeri, (salentini questi ultimi e costituenti quel triangolo “maledetto” che configura la poesia pugliese degli ultimi 30 anni e che ha in Bodini il suo precursore come più volte non manca di segnalare Macrì nel suo lavoro preparatorio alla classificazione dell’Opera di Coppola) per affinità di destino e geografia del disagio. Definiti pur se con molta approssimazione i vertici della cornice possiamo accostare ora i temi e i cromatismi del quadro.

È la Natura come ricordato Madre e Matrigna che dona e toglie vigore, una Natura amata nella Sua primordialità salentina e contrapposta alle disumanità della città; una Natura però che denuncia i propri sfaceli, quella corruzione che dando asilo all’uomo l’uomo stesso ha ricondotto al Suo seno, avvelenandolo e precludendosi il ritorno all’ancestrale, a quel sottomondo delle Madri così come, terrifico, lampeggia nel secondo Faust di Goethe:

[…] ed ora perché/Dio mio/ogni giorno si leva/con tanta pena” [22]

dove splende l’orrore di una luce intatta” [26]

Nell’oasi dove mia madre mi nutrì nella luce dorata/al sicuro dal tempo si precisò la necessità e la forma/di un desiderio che non mi avrebbe abbandonato” e più oltre nella stessa poesia

Cos’è il desiderio quando non si desidera più/se non questo vento che sale/questa memoria antichissima che sale” [32]

ah notti mistero d’odio in cui vago/sopravvissuto alla miseria dolce o triste della memoria” [51]

Un circuito archetipico spezzato quello che il Coppola percorre e che lungi dal condurre l’iniziato al compimento dell’Opera (l’Opera di sé medesimo) paralizza il fanciullo regale alla sola nigredo:

cavalieri celesti/lentamente/si levano in volo” [20 – si pensi all’evidenza del richiamo novalisiano al Fiore Azzurro dell’Enrico di Ofterdingen, laddove il Fiore Azzurro è metafora del perfezionamento inattingibile cui sempre il Romantico si protende, in ineffabile streben]

solitario cavaliere a cavallo” [38]

Date fiato alle trombe perché è tornato/il vostro principe/il mio furore e la mia dolcezza sono divini/perché senza intenzione/non mi appartengono” [41]

Una poetica del Fanciullo questa che niente ha da spartire con certo pascolismo o peggio crepuscolarismo alla Corazzini perché se è lecito esprimere un giudizio Coppola non guarda al crepuscolo ma brama il tramonto, il più ratto e bruciante, un tramonto diremmo quasi equatoriale.

È questo Fanciullo un cavaliere che alla propria sepolta femminilità intende ricongiungersi quasi a riformare quell’androgine che tutti siamo sin da Genesi 1, 27 [Iddio adunque creò l’uomo alla Sua immagine; Egli lo creò all’immagine di Dio; Egli li creò maschio e femmina] e che sottende, come ha fra gli altri magistralmente rilevato Eliade nel suo Mefistofele e l’Androgine, ad ogni intrapreso lavorio di autoperfezionamento.

E così frequenti sono nel Poeta le invocazioni alla propria femminilità ed alla Donna!

tagliate le mie vene/e del sangue/fatene fiori/per la mia bambina” [14 – ma l’intera poesia è un cantico d’amore e di morte]

un sogno sale come una voce di donna” [28]

Tentativi questi che manifestano una volontà di annientamento dell’individuo quale viatico per la edificazione della Persona. È un approdo quello del cupio dissolvi che se è necessario e prodromico al successivo coagula, peraltro dall’Autore mai raggiunto, è accelerato da quel sentimento di espulsione e alienazione che la società tecnocratica moderna prima e contemporanea poi ha ingenerato nel singolo al punto che colui che ne smaschera il meccanismo ne diviene suo malgrado corpo estraneo. E ricorrente è negli scritti la descrizione, l’anatomia della società dei consumi avvertita come artificio letale, come teatro dell’assurdo in cui pirandellianamente siamo tutti, ciascuno escluso, in cerca d’autore (“sono solo/e terrorizzato/al centro di un fish-eye” [19] – si rammenti che Coppola fu studente di architettura ma appassionato di regia al punto che tentò la via della scuola di cinematografia dapprima a Londra e in seguito a Roma per esserne sempre respinto; di suo resta un corto intitolato “Questa nostra morte quotidiana”, di proprietà della famiglia e realizzato come elaborato per un esame universitario). Fin troppo facile sarebbe citare gli autori che questo ad oggi inarrestato, endogeno movimento hanno dapprima enucleato e ammonito poi. Basti ricordare Weber, la Scuola di Francoforte, Evola e lo psicologismo junghiano di Brown e Hillman. Ma percepito che sia dalla ragione il movimento espulsivo di colui che non si uniforma è l’inferno che si apre all’emarginato, un inferno di incomprensione. Non è il sonno della ragione che genera i mostri ma l’eccesso di veglia che popola una quotidianità di supplizio che rende Tantalo ogni Prometeo. Vi è in Coppola un larvato “Uomo in rivolta” che paralizzato nella propria azione finisce solo col sentirsi “Straniero”, laddove ogni cosa si trasfigura, si deforma e si anima, e l’ossessione allucinatoria si carica di movenze teratologiche:

nitidamente vedo/le parole rapprese/rotolare nel buio” [19]

Io vedo tutto/Io vedo/il corpo attonito che pulsa/lentamente/Un fremito delle ciglia/impercettibile/Quello sguardo orrendo/che si muove/nel silenzio profondo/strisciando sulle pareti” [44]

che il male di vivere, la nausea del naufragio esistenziale demonizza nel verso in un tentativo disperato ma ultimo di esorcismo in virtù del potere mantico della poesia. Ma Coppola non è Orfeo e lo sa bene poiché chi è stato “salvato” mediante il battesimo dal peccato originale è stato anche di necessità condannato ad attendere una redenzione di cui in prima persona non si è capaci:

Che io sia uno, indiviso, cieco/appena il mio viso ferito/da una risata involontaria” [41]

Non ho vissuto che una vita d’altri” [46 – laddove questo “altri” è da intendersi sia come il dovere d’uniformarsi al contesto famigliare dapprima e sociale poi ma soprattutto come il fio d’un peccato, quello originale, che il Poeta sente di non meritare in coscienza; la “vita d’altri” è dunque quella d’Adamo, il Primo Uomo che violò, disubbidì alla Volontà del Padre]

Mio Dio – è tutto qua! sopravvivere” [47]

“Ma la mia acqua è del fonte battesimale. Non ho diguazzato ragazzino dal corpo di rame nell’acqua di fonti pagane – e nasco così intriso fin nelle ossa del sangue d’un peccato che non ho commesso -/Una rigida lama m’ha spaccato in due – il mio lucifero e il mio angelo che non potranno più riunirsi – […] Insegnatemi la grazia dei fiori e dell’acqua/la grazia essenziale della cosa in sé – […] desiderio di un’aria senza ammonimenti senza questa sublime grazia che mi soffoca – […] stanco della creazione – oh la creazione che mi sembra una condanna -/che ha tolto la vera grazia alle cose – l’ha spogliata della vita – della freschezza e di tutto il mistero che me l’avrebbe fatta amare/per quello che avrei capito avvicinandola -/per quello che avrei visto […] ogni cosa è per sé e non appartiene a nessuno – ed io ho dimenticato di guardare molte cose perché m’appartenevano pure create apposta per me – […] io rifiuto la storia e chi non crede nei propri occhi -//la notte piena di stelle in cui sono nato mi hanno battezzato per pigrizia – […] ma ormai è fatta -/è chiuso col cielo per me e voi cercate di lavare in quest’acqua la vostra paura -” [53 – in quello che suona come un testamento e che chiude, anche e non solo tematicamente, la raccolta]

E’ la maledizione del cristiano che lo espropria dalla vita in attesa della morte che lo condurrà alla Vita tramutando però nel contempo questa esistenza in una valle di lacrime, in un periplo vizioso da cui la religiosità pagana sapeva salvare qui e ora; è dunque la sua una diuturna nekya che non può che tradurlo al fondo di quel reale percepito come alieno, mostruoso.

La Parola cioè non è salvifica, tutt’altro, ma diviene l’ultimo ed il più infido strumento di asservimento:

parole che non volano più dovunque volino/impigliate da reti d’altre parole” [30]

sciolsero l’abbraccio/impaurito/delle frasi” [31]

flebili parole/cattive testimoni/d’insensibili oscillazioni” [37]

Ecco io ho paura di dire la verità/So dunque così bene questa inconsistenza/che tremo all’idea di dover udire chiare/semplici parole?” e più oltre

E’ che una lastra trasparente di cristallo/difende le cose//Ogni cosa vive al centro di sé – protetta da/un misterioso schermo consistente//Ad ogni slancio una superficie indefinibile/racchiude una sostanza intatta/la richiude in sé//Se le parole si allontanano e ci rimbalzano/lontano dall’oggetto dei nostri capricci o/della nostra pena se deviano inconsapevoli/verso altri luoghi insondabili e si assottigliano/col passare del tempo divenendo aeree e fluttuanti/e noi crediamo il volo un battito d’ali/è che senza coscienza scivolate su questi/schermi su questa lastra trasparente/si perdono allo specchio di una superficie//E’ come se in un moto progressivo/silenzioso e impercettibile/ogni cosa si rifiuti/chiudendosi dietro vesti trasparenti o istoriate/chiudendosi in cristalli irridenti ed estranei/fra cui vaghiamo” [52]

a quell’esserci umano troppo umano cui siamo costretti quando l’infanzia col suo sospendere miracoloso del giudizio ci ha rigettato nel mondo, alla vita.

P.S.: il mio più sentito ringraziamento alla famiglia Coppola e particolarmente alla sorella di Stefano Chiara per la cortesia che hanno voluto manifestarmi e per l’opportunità di cui mi onorano, facendomi, con questo mio intervento, loro “portavoce” nel testimoniare l’eccellenza della poesia del loro congiunto.

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[*] Il progressivo è quello della classificazione attribuita dal Prof. Oreste Macrì durante il suo lavoro di spoglio e antologizzazione del “canone” coppoliano.

[**] Succinta è la nota biografica. Colui che volesse saperne di più rimandiamo alla prefazione-studio di Oreste Macrì al solo volume edito: Stefano Coppola, Poesie scelte, Lecce, Piero Manni Editore, 1992. Ben altro che di corredo ma di indispensabile complemento al testo sopra citato mi è stato il saggio del Prof. Gino Pisanò  da me reperito in rete all’indirizzo: http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/1992/III/art/R92III027.html

Dopo aver preso contatto con il medesimo e affabilissimo Prof. Pisanò (che qui ringrazio esplicitamente) sono stato informato che il saggio succitato e da me consultato in rete è parte di un ben più ponderato studio sulla poesia del Novecento a firma dello stesso Pisanò: Gino Pisanò, Il sodalizio Betocchi-Comi e altro Novecento: Caproni, Macrì, Pagano, Coppola, Galatina (Le), Congedo Editore, 1996 (la sezione del predetto volume dedicata a Stefano Coppola e che riproduce, integrandolo, il saggio disponibile in rete è: Poesia di una morte annunciata: I Canti di Stefano Coppola, pp. 151-185).

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2 thoughts on “Stefano Coppola: Salento “maledetto”

  1. caro Luca, grazie del tuo posting, non conoscevo questo poeta, ma, grazie al tuo studio, ora l’ho potuto conoscere ed apprezzare nel suo giusto valore. Gli scritti come i tuoi sono molto importanti per disseppellire poeti ignorati ma cosi’ importanti.
    Enrico

  2. Grazie a te Enrico dell’attenzione. Ma non parlerei di studio. Il mio post intendeva essere solo un pre-testo di approccio a Stefano Coppola che ritengo un grandissimo poeta. Commenti come il tuo mi confortano di aver ben operato. Grazie ancora. Luca Ormelli

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