I libri migliori

Enrico Palandri, “I fratelli Minori”, Milano, Bompiani, 2010

di Enrico Minardi

Nel nuovo romanzo di Enrico Palandri confluiscono molti dei motivi su cui lo scrittore veneziano lavora in pratica dall’inizio della sua carriera, come confermano fra l’altro i frequenti riferimenti che ivi è possibile trovare a personaggi già presenti nelle precedenti opere. È la la metafora della minorità, a cui il libro si intitola, a rappresentarne il punto di confluenza, metafora che viene illustrata attraverso le vicende della famiglia Ferraro, di cui, in tre momenti cronologicamente distinti, si ripercorre la genealogia. Nel 1976, ecco dunque Walter, il padre, famoso tenore, decedere repentinamente durante le prove per la nuova stagione lirica al al teatro La Fenice di Venezia. Veniamo poi a sapere che i figli, Julian e Martha, dopo il divorzio dei genitori, si sono trasferiti con la madre – di origine  inglese – a Londra, ove Martha ha proseguito, con crescente successo, una carriera di cantante lirica. L’irresolutezza caratteriale di Julian – rientrato da poco a Venezia – appare dovuta alla personalità ipertrofica e cinica del padre, che sembra averne annullato qualsiasi forma di volontà. Del suo malessere (p. 10), infatti, subito l’autore ci parla come di una «condizione di minorità così intessuta nella sua natura che nessun ragionamento poteva lenire». (Ib.) Ci rendiamo subito qui conto di cosa sta dietro a questo concetto, ed al suo necessario e complementare opposto, la maggiorità, cioè il successo, l’affermazione sociale. Il successo di Walter, da lui accettato in modo acritico (cfr. p. 13), l’ha infatti fatalmente allontanato dai suoi cari, e dal mondo in generale, producendo, nei suoi figli, una condizione di insicurezza psicologica, che è appunto da tradursi con la metafora dell’essere minori.

Anche Martha, a questo proposito, nonostante la propria carriera, sembra condividere la medesima condizione di indecisione di Julian. Codesta si riflette in particolare nella propria disastrosa vita sentimentale, sintomo di una solitudine apparentemente insormontabile, accusata in particolare dalla necessità di celare la propria vera identità e di assumere un nome d’arte (cfr. pp. 20-21). In realtà, veniamo poi a sapere che ella è ancora profondamente legata a Giovanni De Barbari, figlio di Mario, il direttore artistico del teatro, con il quale ha avuto una relazione in anni giovanili (cfr. p. 23). Esso ha però ora raggiunto la lotta armata ed è di conseguenza costretto a vivere in clandestinità (cfr. p. 65). La scomparsa di Walter decide tuttavia immeditamente dell’alterna sorte dei figli: organizzando i funerali del padre nel paesino dell’Appenino ligure da cui i Ferraro provengono ed in cui conservano ancora la casa di famiglia, Julian pare riacquistare la volontà perduta. Martha, al contrario, in quella medesima occasione – che le permette di rivedere Giovanni – si abbandona – in quella che è un’abile riscrittura della novella verghiana L’Amante di Gramigna – al fascino romantico del destino dell’antico amante, e con lui infatti decide di darsi alla macchia (andando allora incontro ad una morte prematura, cfr. p. 155). Qui Julian incontra fra l’altro la sua futura moglie, Sara, con la quale ritorna poi a vivere in Inghilterra, come si viene a sapere nella seconda parte dell’opera, che si svolge nel 2003.

Il momento del funerale riveste, nell’economia dell’opera, una particolare importanza di carattere ideologico. Sappiamo infatti che, fin dal Boccalone (1979), Palandri mostra l’ambizione di riannodare con i fili della tradizione dell’impegno letterario, intenzione a cui tutti i suoi romanzi sono in varia misura improntati (benché sia forse espressa nella maniera più esplicita nelle Vie del ritorno, 1990, 20012). Si noti però anche che un’altra delle caratteristiche portanti della narrativa palandriana sia di non separare mai il micromondo degli affetti individuali e della famiglia dal macromondo della politica e della storia. Al contrario, una delle straordinarie qualità della sua immaginazione narrativa è proprio quella di costruire dei personaggi nelle cui vicende si rifletta l’impatto che la storia collettiva ha sull’individuo, e, nello stesso tempo, anche il “posto” che l’individuo occupa – o che, grazie alla sua iniziativa, può occupare – in questo contesto più generale (tendenza di cui, senza dubbio, Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus, 1997, rappresenta il testimone più manifesto). Crediamo che, proprio in questo snodo dialettico, prenda sostanza ciò che non esitiamo a definire l’esemplarità morale della sua opera.

Ora, nel nuovo romanzo, c’è un passaggio, proprio in corrispondenza col funerale di Walter (al quale assiste un pubblico numeroso), in cui lo scrittore esprime come mai aveva fatto in precedenza la propria ideologia civile, chiaramente ispirata al romanticismo italiano, ed in particolare alla sua “traduzione” politica, il Risorgimento, ed all’espressione culturale che meglio lo rappresentò, l’opera lirica. Durante le esequie di Walter Ferraro, infatti, Julian «guardava tutte quelle persone: più che un funerale sembrava si preparasse una festa. Pizzaioli e professori, poeti e bagnini, muratori e cantanti mescolati, insieme nella ricerca di un’occasione per emergere dalle faziosità politiche e provinciali finalmente in un popolo» (pp. 79-80). È dunque proprio grazie all’opera lirica che, agli occhi dello scrittore veneziano, la tradizione risorgimentale può rivivere ed, in qualche modo, ogni volta “riaccadere”, seppur ad un livello del tutto virtuale. È insomma ancora essa il cuore dell’identità italiana moderna.

Al centro dell’attenzione dell’autore nella seconda parte, ambientata quasi interamente a Londra, sono in particolare i personaggi di Sara e Duncan Grant. Dopo una vita essenzialmente occupata nelle faccende familiari (a cui ha anche sacrificato una possibile carriera universitaria, cfr. p. 127), Sara si interroga ora sul proprio destino, e su ciò che il proprio matrimonio con Julian è divenuto. Duncan Grant, celebre italianista britannico, ha invece pubblicato un libro di successo sulla vita di Martha Ferraro, col quale riapre tuttavia ferite ancora aperte nella recente storia italiana, come quelle legate agli anni di piombo (cfr. pp. 154-156). Ci sembra in particolare interessante seguire la riflessione di Sara dal momento che è grazie ad essa che il concetto di minorità assume una forma compiuta. Nella prima parte, codesto si rivela infatti piuttosto basato sulla classica frustrazione filiale di fronte alla famiglia ed alla storia. Minorati, appunto, da codeste, si reagisce solitamente inventandosi ed in seguito aggrappandosi ad un’identità mondana, che ci assicuri una protezione ed un ricovero rispetto a quella condizione di minorità. Crescendo, tuttavia, l’identità così costruita viene via via a confondersi col nostro essere più autentico, a cui lascia sempre meno spazio, frapponendosi dunque alla libera espressione dei sentimenti verso gli altri, con il conseguente incremento della nostra solitudine. Questa situazione, alquanto pirandelliana, è quella in verità sulla quale Sara si trova a riflettere, nel momento in cui, ricevendo la visita di Duncan, diviene conscia, da un lato, del fascino che esercita sul professore, dall’altro, delle crepe apertesi nel proprio matrimonio. Ma ecco che, a questo punto, la sua riflessione è proprio ciò che permette di approdare da questo concetto, ancora negativo, di minorità, alla sua “versione” positiva, che verrà in particolare elaborata sulla base di alcuni riferimenti alla propria tesi di laurea sulla comunità ebraica torinese (cfr. p. 128), e di una meditazione attenta ed approfondita sulle proprie origini paesane e sulla propria condizione di donna (cfr. pp. 162-163, 166 e passim). Spunto a queste riflessioni risulterà in particolare essere, sempre in queste pagine, il rapporto (ancora di minorità) con il fratello Bisciué-Giuseppe, che li ha nel frattempo raggiunti in Inghilterra e che ha contribuito alla stesura del libro di Duncan.

Giungiamo così a due conclusioni molto importanti. La prima, stimolata dal libro di Grant, è che, secondo l’autore, degli anni Settanta non è stata finora data una rappresentazione seria e storicamente pacata: il fatto che l’Italia si fosse «trasformata in uno strano paese, dominato da stilisti di moda, celebrità televisive, eroi del calcio, e […] che l’Italia intera, vista attraverso la televisione, fosse in una vacanza perenne, senza conflitti» (p. 174), non fanno altro che costituire ulteriore conferma quanto alla rimozione che i conflitti di quegli anni hanno subito nella mentalità collettiva (cfr. anche p. 175).

La seconda riguarda invece piuttosto la finale rivelazione di questo secondo, e positivo, senso dell’essere minori, la quale ha luogo allorquando, nella terza parte del romanzo – ambientata Qualche anno dopo – ritroviamo Sara, affetta da una malattia incurabile, con Julian, in viaggio in Italia. È soprattutto in questa sezione che si fa sentire con particolare forza la lezione di un autore molto caro a Palandri, Giacomo Leopardi. Di fronte alla “vanità del tutto” rappresentata dalla morte, al destino di insensatezza a cui nulla può sottrarsi, certo, non resta altro che ammettere francamente la condizione di minorità nella quali, tutti, ci si trova. Il precedente riferimento alla cultura ebraica acquista, in questo frangente, tutto il suo senso, come suggeriscono ora le profetiche parole di Sara. Siamo, infatti, tutti vittime della storia, Ebrei, «figli di Isacco, costretti a ingannare il padre per sfuggire alla sua maledizione. Con il maggiorasco o il maso chiuso saremmo emigrati, avremmo fatto i soldati o saremmo entrati in convento: tutto quello che ciè stato dato è stato un regalo. Non siamo gli eroi che prendono la vita tra le mani, ma quelli a cui le cose sono già accadute prima di viverle. La storia, il destino, tutto troppo grande, troppo veloce, fatto per fratelli maggiori che non capivano neanche loro, ma ce lo facevano credere. Siamo tutti fratelli minori […]» (pp. 213-214).

La presa di coscienza e l’accettazione di codesta condizione ontologica permette dunque di superare quella prima condizione di minorità a cui abbiamo fatto riferimento, e di cui si era per esempio data precisa descrizione nelle splendide pagine dedicate alla crisi attraversata da Duncan all’indomani dell’uscita del libro (che sono tuttavia anche da considerarsi come un’autoriflessione condotta dallo scrittore stesso sull’essenza del proprio lavoro, cfr. pp. 181-190). La frantumazione dell’identità sociale, la sua “intenibilità” di fronte alla fine, alla morte, non ci proiettano infatti nel nulla – come crede Duncan –, ma, al contrario, costituiscono la nostra sola garanzia di una vera apertura agli altri. Ancora Sara dichiara, infatti, a questo merito: «Come le piante dipendono dall’acqua, dal sole, dalle condizioni atmosferiche, così l’amicizia, il matrimonio, l’amore per gli altri rendono davvero quello che si è. Sono gli altri le nostre condizioni atmosferiche. C’è molto più di me, di quello che sono davvero, in te, nei nostri figli, nei luoghi che ho attraversato, nelle cose che ho fatto e che ho avuto intorno, che nel dieci per cento di sopravvivenza appeso alla prognosi.» (p. 212) Ci sembra in questo passo essere evidente l’eredità leopardiana della Ginestra, a cui probabilmente allude – ma a contrario – anche la metafora della siccità, la quale attraversa l’intero il libro. Gli altri sono, insomma, la pioggia che bagna, il calore dei sentimenti che riscalda, l’alimento della vita. Ed anche se tutto è immancabilmente votato al nulla, agli altri non si può mai rinunciare, poiché sono loro a costituire la nostra sola vera protezione proprio di fronte ad esso. Quando infatti, Julian realizza l’impossibilità di sottrarre Sara alla morte, cioè la sua impotenza di fronte al destino, ecco che tutte le remore in cui il suo matrimonio è negli anni affogato, come per incanto scompaiono. Esse lasciano il posto all’amore ed ai sentimenti, ciò che nella vita la necessità del successo – cioè di aspirare ad una condizione “maggioritaria” – induce a mettere da parte, ma che nemmeno la morte ha in realtà il potere di cancellare. L’accettazione della morte di Sara permette insomma a Julian di rinascere alla vita, cioè agli altri, e di venire finalmente ad apprezzare quel tempo contingente che solo ci è concesso in tutta la sua profondità: «E poi Venezia emerge dal mare. Sara si è alzata e lo ha raggiunto sul ponte della nave, si appoggia al parapetto e gli è bastato vederla sorridere per rinascere. Perché ora lei c’è e ora è sempre» (p. 224). Ci sembra che proprio nel decisivo cambiamento a cui va incontro Julian nelle pagine conclusive del romanzo sia da situarsi il suo “messaggio”, o, come già abbiamo detto, la sua esemplarità. Attraverso questa vicenda, l’autore ci invita, in altre parole, a mettere da parte la nostra identità sociale, ciò che crediamo ci identifichi agli occhi degli altri – la nostra soggettività. Solo a questa condizione potremo infatti veramente avvicinarci agli altri, condividere con essi un vero sentimento di fraternità. Ancora Sara, con le sue parole, sembra dare voce a quello che sta più a cuore all’autore, in cui possiamo vedere tradotta alla morale dell’opera: «Non si è solo soggettività, anzi lo si è pochissimo, solo nel’attaccamento all’invidia, alla vanità, all’immaginazione […]» (p. 212).

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One thought on “Enrico Palandri, “I fratelli Minori”, Milano, Bompiani, 2010

  1. Una bella e articolata recensione, quella di Enrico Minardi, di un romanzo che – già da tempo conosciamo Enrico Palandri, e dunque dirlo è un po’ superfluo e scontato – non muove da motivazioni interiori ambigue o superficiali, o dall’ipotesi di dovere ‘colpire’ il lettore con ciò che si presume voglia sentirsi dire, ma che scava nei caratteri dei personaggi alla ricerca di ciò che è l’uomo e/o dovrebbe essere.

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