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COMUNICAZIONE, EMERGENZE, APERTURA LOGICA – parte I (Ignazio Licata 2007)

Pubblicato in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura,vol.4, “Psicologi(a) & Comunicazione”, Aprile 2007

 

 

  1. 1. Per un’Epistemologia della Mente e della Vita

 

In uno dei “meta-loghi” scritti con la figlia Mary Catherine e poi apparsi in volume nel 1987 con il titolo Angels Fear – Towards an Epistemology of the Sacred,[1] c’è un’espressione di Gregory Bateson che riassume il lavoro e la visione di un’intera vita saltando in blocco l’annosa questione delle “due culture”: Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale.

In questa frase, come spesso accade con la scrittura di Bateson, c’è il sapore “zen” di una provocazione che ci sfida a rimettere in discussione l’identità della scienza occidentale in alcuni dei suoi presupposti più profondi e radicati che rischiano dunque di rimanere invisibili con la forza sommersa di un luogo comune.

Questo bisogno di attraversare piani diversi del discorso, di porre in gioco più meta-livelli fino a portare alla luce relazioni complesse, connessioni irrisolte e circoli viziosi, è già parte del sapere che Bateson ci ha lasciato con un’eredità geniale, frammentaria e confusa, spesso male interpretata, ma soprattutto prematura, che rischia di restare ancora una volta inascoltata nel tempo del “supermarket di Prometeo”.[2]

L’aforisma di Bateson, infatti, non può che apparire sterile se lo si interroga dando per scontata l’immagine tradizionale della scienza, ossia mettendo sullo stesso livello i modelli matematici che descrivono “galassie e palle da biliardo” e quegli aspetti irriducibili della vita e della cognizione che le scienze umane, l’esperienza artistica, e la sapienza del terapeuta hanno imparato a conoscere e praticare, aspetti con i quali ognuno di noi, scienziato o no, deve fare i conti quotidianamente. Per comprenderla è necessaria la paura degli angeli, la sottile agilità che permette al pensiero di muoversi su piani diversi e svelarne le complesse articolazioni senza mischiarli o forzarli.

È noto che i successi della fisica classica, per intenderci quella che va dalle particelle di Newton ai campi di Maxwell fino allo spazio-tempo di Einstein, ha prodotto una nozione di epistemologia come “metodo” in grado di risolvere il mondo in forme semplici e regolari, producendo modelli matematici di grande forza predittiva. L’avvento della fisica quantistica e più recentemente dello studio dei sistemi non-lineari, la cosiddetta fisica del caos, ha mostrato le corde di alcuni assunti classici, come il riduzionismo o il legame tra determinismo e predicibilità. La speranza però di trovare nella logica quantistica o nello spazio delle fasi dei sistemi caotici strumenti concettuali in grado di fornire suggestioni utili alle scienze umane si è rivelata largamente infondata, lasciando il territorio tra le scienze “hard” e quelle “soft” aperto ai più sommari tentativi di unificazione forzata o alle improbabili suggestioni del pensiero new-age.

Il vero punto cruciale da affrontare per un’efficace comprensione dell’aforisma di Bateson è in realtà il rapporto tra il metodo e l’osservatore, tra i modelli e le strategie cognitive di chi li elabora e li applica. La scienza “tradizionale”, compresa gran parte di quegli ambiti disciplinari che vanno sotto il nome di “scienze della complessità”, è basata sull’assunto di una completa indipendenza della struttura del mondo da parte dell’osservatore, il cui unico compito è dunque quello di applicare correttamente e passivamente il metodo per conquistare la descrizione del reale e tradurla in una rete di formule interconnesse tra loro.

È importante qui rimarcare che l’ormai diffusa critica al riduzionismo o la considerazione di elementi di “irregolarità” e “disordine” nella descrizione del mondo non toccano questo “postulato ontologico” dell’indipendenza della struttura del mondo dall’attività della mente. In questa concezione l’epistemologia si configura come la dottrina che si occupa della corretta prescrizione del metodo per accedere alla “verità” delle leggi atemporali del mondo, e quest’ultima è oggettivamente iscritta nella struttura della realtà in quel linguaggio matematico di forme che Galilei elogiò nelle pagine famose del Saggiatore. Per la visione oggettivista e “platonica” del metodo, ordine e disordine, regolarità ed irregolarità, casualità ed aleatorietà sono “lì”, elementi immutabili della natura, e la “complessità” si risolve dunque nell’estrema complicazione di un modello che aspira a cogliere tutti gli aspetti dell’esistenza di un mondo esterno organizzato in livelli e strutture interconnesse tra loro in modo del tutto indipendente dall’osservatore.

Il Metodo permette di osservare ad alta risoluzione la struttura delle cose, e rifugge dal contingente e dall’indeterminato per ritrovarli soltanto come inevitabili “impurità” metodologiche della sua applicazione. Abbiamo osservato[3] che la cesura cartesiana tra res cogitans e res extensa è una conseguenza di questa visione, e dunque il corpo, la soggettività e la coscienza vengono “espulsi” dal dominio della “scientificità” per andare a costituire il regno diverso e diversamente organizzato delle discipline dell’uomo.

Questa visione “platonica” dell’epistemologia pone l’osservatore ed il suo metodo “fuori” dalla natura, nell’ideale posizione del colonizzatore di terre ignote e sempre più lontane, purché accessibili all’impianto metodologico costruito sul modello della fisica. L’interrogativo di E. Wigner, uno dei massimi fisici del ‘900, sull’“irragionevole efficacia della matematica nella descrizione della natura”, come recita il titolo del suo saggio degli anni ‘60, più che un quesito da indagare appare piuttosto come un compiacimento culturale ed una forma sottile di “rimozione”. La forza dei modelli matematici, ben lungi dall’essere misteriosa o irragionevole, deriva infatti da un impianto metodologico che nasce dalla “costola” della fisica teorica e che in seguito si meraviglia di non essere in grado di accogliere le nozioni di “descrizione” e “comprensione” che sarebbero adatte alle scienze della vita e della mente senza applicare drastiche semplificazioni. Da questo stesso spirito nascono le ambizioni delle teorie del tutto, quando sono intese ingenuamente come la possibilità di “catturare” l’intera “fabbrica della realtà” in un set ricorsivo di formule a partire da un nucleo essenziale di proposizioni fondamentali. Non importa in questa sede se poi le dichiarazioni di chi lavora a queste teorie sono assai più caute; quello che conta qui è la riproposizione del modello procedurale della fisica come l’unico efficace.

Non è mancato infatti chi ha asserito che ogni livello del mondo può, in linea di principio, essere ricondotto alle leggi fondamentali della fisica, e che lo status teorico delle altre discipline è quello di essere comode approssimazioni di una “vera” e “definitiva” teoria del tutto che descrive particelle ed interazioni in un unico formalismo. L’idea del resto non è nuova. La famosa “scala delle scienze” di Auguste Comte poneva al livello più alto di generalità la matematica e la fisica, al più basso la sociologia intesa come forma particolare di ingegneria sociale ed escludeva la psicologia come disciplina puramente empirica, basata sull’osservazione del singolare irriducibile e dunque priva delle caratteristiche necessarie ad una “scienza positiva”.

Ritornando alla proposizione iniziale di Bateson, possiamo chiederci adesso che tipo di “modello formale” può essere applicato ai fenomeni della vita e della mente, a che tipo di scienza può dar luogo e quale relazione ha con la fisica.

Come in ogni “aforisma” abbiamo a che fare con una provocazione, una crisi ed una “terapia”. La crisi è costituita dal rimettere radicalmente in discussione una visione dell’epistemologia che può operare soltanto intendendo il metodo come strumento indipendente dal suo oggetto di studio e criterio astratto della “scientificità” di un problema. In questo caso, come abbiamo visto, il prezzo da pagare è accettare il procedimento della fisica come l’unico valido, e accettare un “taglio” cartesiano profondo tra mente e natura.

La terapia è il riconoscimento che ogni “epistemologia” nasce e si sviluppa all’interno del binomio inscindibile osservatore-realtà, e che lo studio di ogni dominio del mondo – dalla stessa definizione di questo dominio, ai suoi oggetti ed alle relazioni che li legano a vari livelli – implica un riconoscimento esplicito delle strategie e delle finalità cognitive dell’osservatore. In questo senso, la proposta di Bateson, che è quella di tutta l’epistemologia costruttivista, nata nella sua forma moderna con la cibernetica e la teoria dei sistemi,[4] consiste nel recuperare una “complessività”[5] in cui al posto di un metodo astratto, atemporale ed univoco si trovano una pluralità di strategie conoscitive che scaturiscono dall’attività dell’osservatore dentro la realtà ed intese nel loro più profondo significato di “bio-logica”. In quest’accezione, la conoscenza è “incarnata”, radicata nella trama fondamentale del rapporto tra il soggetto che costruisce conoscenza e l’ambiente che lo circonda, ed anche le forme disciplinari più raffinate nascono come “variante evolutiva” del bipolo fondamentale mente-mondo. Epistemologia ed ecologia sono dunque aspetti inscindibili di un’unica “storia naturale della conoscenza” che bisogna recuperare per sviluppare uno scenario concettuale all’interno del quale porre la questione di una scienza della vita e della cognizione. È questo l’obiettivo della teoria che qui indicheremo globalmente e sinteticamente come teoria di Bateson-Maturana-Varela, per ricordare che le sue formulazioni attuali derivano, separatamente, dal lavoro di Gregory Bateson sul versante psicologico ed antropologico, e da quello di Humberto Maturana e Francisco Varela per la biologia teorica.[6] Vogliamo qui ricordare in particolare l’amico Francisco Varela, scomparso prematuramente nel 2001, che ha sviluppato la teoria applicandola alle aree più avanzate della ricerca sperimentale in neurodinamica.

Nell’approccio costruttivista e “biologico”, l’epistemologia non è più una prescrizione astratta ed “esterna” sul lavoro scientifico, ma, come dice Dell,[7] acquista un’articolazione di significati collegati tra loro; l’epistemologia è insieme “cosmologia biologica”, struttura conoscitiva del sistema, personalità, paradigma conoscitivo. Proprio come gli strumenti scientifici più raffinati sono “evoluzioni” dei nostri sensi, le metodologie estremamente complesse delle scienze contemporanee derivano da quell’epistemologia naturale che è componente essenziale della vita di un organismo e delle sue capacità adattive. La teoria di Bateson, Maturana e Varela costruisce un’omologia tra evoluzione e cognizione, intese entrambe come “strategie” della vita.

È evidente l’importanza decisiva della comunicazione in questa visione epistemica; il metodo passa infatti dall’iperuranio delle idee astratte al gioco della comunicazione, della contrattazione e dell’accordo sul problema delle procedure conoscitive da parte di gruppi culturalmente determinati. In questo modo non esiste più neppure una distinzione netta tra “storia interna” della scienza, puramente procedurale e formale, e “storia esterna”, critica sociale delle scelte della comunità scientifica, poiché la scienza stessa si definisce di volta in volta come condivisione di strategie conoscitive.

2. La Logica del Processo: Pattern, Meta-Livelli e Autopoiesi

 

Quale struttura (pattern) connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me e con voi?[8]

L’idea che lo studio scientifico dei sistemi viventi dovesse essere centrato sullo studio di una gerarchia di “complessità organizzata” sposta l’asse epistemico della teoria di Bateson-Maturana-Varela dalla logica “strutturale” delle leggi universali ed eterne a quella del processo, in cui la forma è lo schema di organizzazione sostenuto dai flussi di informazione a più livelli tra gli elementi ed i moduli del sistema.

Osserviamo che il linguaggio sistemico-cibernetico su cui si basa la teoria è pienamente compatibile con il livello di descrizione fisica e riduzionista (l’informazione è supportata da un flusso di materia-energia, e quest’ultima obbedisce alle leggi della fisica), ma qui l’accento è posto su un livello diverso, quello delle configurazioni collettive e dell’informazione che connettono i componenti del sistema. Questa intuizione è centrale per comprendere la natura unitaria della vita e della cognizione nella teoria.

Prendendoci qualche grado di libertà dalla formulazione originaria, diremo che un sistema vivente è una rete di processi di produzione in grado di auto-organizzarsi come sistema autonomo (sistema autopoietico) rispetto all’ambiente circostante. Per fare questo un sistema vivente dev’essere in grado di realizzare un accoppiamento strutturale con l’ambiente tale da consentirgli forme selettive di inter-relazione funzionali al mantenimento della sua “coerenza interna” ed in generale alla conservazione del suo schema di organizzazione. Un organismo non reagisce a tutte le perturbazioni e ad ogni stimolo allo stesso modo, cosa che ci permette di identificare, anche nelle forme più elementari di vita, una “cognizione” ed un “dominio semantico”. Un esempio classico di Maturana è quello della “mente” del batterio, che “conosce” e sceglie tra luce/ombra, caldo/freddo, maggiore o minore concentrazione di sostanze.

Come sappiamo, questo tipo di progetto è garantito dal genotipo del sistema, ma poiché l’accoppiamento strutturale con l’ambiente è unico per ogni sistema, possiamo dire che ogni organismo, all’interno del “ventaglio di possibilità” del suo genotipo, genera continuamente un dominio semantico. Questo vuol dire che l’informazione in entrata ed in uscita dal sistema è strettamente connessa al suo stato interno ed alle relazioni con l’ambiente, cosa che introduce ciò che Bateson chiamava un elemento irriducibile di stocasticità che si riflette sullo sviluppo fenotipico del sistema. Ritorneremo su questo punto -l’incontro tra l’organizzazione del sistema e la “casualità” del mondo- in relazione alla questione dell’emergenza della mente. Il punto essenziale da sottolineare qui è che la vita stessa è una forma di cognizione, un “muoversi nel mondo” rio-organizzando continuamente la struttura. Nel caso dell’organismo biologico, utilizzando un linguaggio più direttamente fisico, si tratta di trarre energia dall’ambiente per “nutrire” un progetto strutturale di sviluppo genotipico e contrastare la tendenza all’aumento di entropia. Per questo Maturana e Varela parlano di “macchina autopoietica”, impegnata in un processo “conservativo”. Nel caso di quella speciale emergenza di un organismo complesso che è la mente vedremo che quel residuo di meccanicismo che resta nella terminologia di Maturana e Varela va abbandonato, poiché la cognizione usa in modo imprevedibile e “creativo” l’interfacciamento con la casualità del mondo.

Naturalmente quello che abbiamo indicato come “dominio semantico” cresce con la complessità organizzazionale del sistema, fino ad arrivare alla capacità di modificare il gioco di relazioni con l’ambiente esterno. È a questo punto che possiamo parlare di un sistema cognitivo, che è dunque la capacità emergente di un sistema autopoietico ed autonomo di gestire la comunicazione con l’ambiente e con altri sistemi in modo da modificare il proprio dominio semantico. La capacità di un sistema di generare una rappresentazione del mondo, un quadro epistemologico, è connessa al suo essere “immerso nel mondo”, ed alle necessità adattive. In questo senso profondo vita e cognizione hanno la stessa radice.

Nel caso di sistemi nervosi particolarmente sviluppati e complessi, la mente ha un carattere sempre meno eteronomo -il caso in cui si ha una corrispondenza piuttosto semplice tra mondo e stati mentali- e acquista tratti sempre più spiccatamente autonomi di chiusura operazionale, il che vuol dire che la rappresentazione del mondo è tutt’uno con la storia dell’organismo, lo stato interno, le connotazioni emotive e di valore, le capacità anticipatorie e le finalità. In questo senso Francisco Varela ha efficacemente parlato di “generazione di un mondo” da parte di un agente cognitivo. Usando una metafora, la rappresentazione negli organismi complessi è molto più simile ad un “film” che ad una “fotografia”. Va aggiunto anche che questa metafora può indurre in errore per quel che riguarda le modalità di accoppiamento strutturale tra mente e mondo; infatti eteronomia da una parte, intesa come registrazione degli input, ed autonomia e chiusura operazionale dall’altra, sintesi ed elaborazione in base allo stato interno, non si escludono a vicenda ma operano assieme. Scrive Varela: Dal punto di vista dell’autonomia e della produzione di un mondo, il mondo ed il sistema nascono allo stesso tempo.[9] Questa espressione riecheggia il primo Wittgenstein del Tractatus: Prop. 5.6 I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo, dove al termine “linguaggio” va sostituita la chiusura operazionale cognitiva. Ancora, parafrasando la felice espressione di H. Putnam, non esistono menti in un vaso.

Va notato che questa capacità di “generare un mondo” elimina la possibilità di estendere agli organismi viventi ed ai processi cognitivi una “teoria del tutto” nel senso della fisica teorica. La descrizione dell’attività cognitiva, infatti, dovrebbe tener conto ad ogni istante dello stato interno e dei confini del sistema, dello stato del mondo e delle caratteristiche peculiari del loro accoppiamento strutturale. Questo non è soltanto proibitivo da un punto di vista sperimentale, ma trova un inesorabile limite concettuale nel fatto fondamentale che senza organismo, senza osservatore, non si dà descrizione del mondo! Un osservatore è un rilevatore attivo di complessità, la sua attività cognitiva “definisce” il mondo identificando “sistemi” e “processi” che non pre-esistono alle scelte dell’osservatore. E poiché l’osservatore e la sua epistemologia sono “immanenti” e “situati”, una descrizione come quella cercata cade nel circolo vizioso della ricorsività infinita (osservatore dell’osservatore, e così via). Quello che possiamo fare è cercare di identificare pattern, schemi di organizzazione e categorie di complessità.

Consideriamo adesso una rappresentazione del mondo come un insieme organizzato di idee. Un sistema cognitivo complesso è in grado di operare quelle che Bateson chiamava “mutazioni genetiche”, ossia processi di emergenza di nuove configurazioni di idee. Inoltre il gioco stocastico degli input esterni porterà a continue “perturbazioni” e “rio-organizzazioni” dell’insieme di partenza legate alla storia ed allo stato interno del sistema. In altre parole questo indica da parte di un sistema cognitivo complesso la capacità di costruire una rappresentazione della rappresentazione, e dunque un modello della propria attività cognitiva. Poiché questa è inscindibilmente connessa alle strategie ed alle finalità dell’osservatore, tale attività può essere identificata come la capacità di sviluppare un “modello del sé” come meta-livello cognitivo costruito sulla rappresentazione iniziale. Questa caratteristica è comune a tutti i sistemi cognitivi complessi, e siamo dunque tentati di definire un agente cognitivo come un sistema capace di produrre una gerarchia multi-livello di auto-rappresentazioni.

Si tratta della ben nota teoria dei “livelli intrecciati” che D. Hofstadter tratta in un passo del suo celebre libro:[10] Sono convinto che la spiegazione dei fenomeni emergenti del nostro cervello(idee, speranze, immagini, analogie ed infine coscienza e libero arbitrio) si basa su una specie di circolo vizioso, un’interazione tra livelli in cui il livello superiore si congiunge di nuovo con quello più basso e lo influenza, mentre viene al tempo stesso determinato da quello inferiore. Con un riferimento più diretto al linguaggio originale della cibernetica, Bateson parlava di “catene di circolarità causali”, ed oggi forse preferiremmo dire processi non-lineari di inter-relazione, emergenze e causalità verso il basso. Ciò che conta in questa sede è sottolineare l’importanza dei meta-livelli nei processi cognitivi.

3. Gerarchie dell’Apprendimento e della Comunicazione

 

Sull’intuizione delle “gerarchie intrecciate” Bateson costruì la sua teoria dell’apprendimento e della comunicazione. Com’è noto, prese spunto dalla teoria dei tipi logici che il filosofo e matematico Bertrand Russell aveva elaborato per evitare alcune spinose contraddizioni della teoria fondazionale degli insiemi. Nella teoria di Russell gli elementi di un insieme sono di un tipo logico diverso da quello cui appartiene l’insieme stesso. In questo modo è possibile, pur con qualche artificiosità, evitare le situazioni contraddittorie auto-referenziali che potevano scaturire dal considerare concetti come l’insieme di tutti gli insiemi che contengono se stessi.

Nel suo scritto Le categorie logiche dell’apprendimento e della comunicazione,[11] individua in ordine di complessità crescente 4 livelli fondamentali. Il primo, che qui indicheremo con L1 e che potremmo definire puramente “sintattico”, è quello in cui l’informazione scambiata può essere descritta attraverso un semplice modello comportamentale del tipo stimolo-risposta. Il livello successivo L2 modifica la scelta della risposta in presenza dello stesso stimolo. Notiamo che ciò implica una memoria e dei meccanismi di tipo “epigenetico” per lo sviluppo delle possibilità di scelta e del loro “significato” (emergenza di un dominio semantico). Il terzo livello L3 è particolarmente importante perché come generalizzazione del precedente contiene l’epistemologia del sistema, ne costituisce in altre parole la “personalità” definita attraverso la possibilità di scelta tra classi di risposte. L’attitudine a scegliere una classe piuttosto che un’altra e la struttura interna delle relazioni concettuali tra i membri della classe definisce il gioco delle strategie e finalità cognitive del sistema e quindi le sue modalità di apprendimento e comunicazione. Notiamo che il livello 3 è quello con le più spiccate caratteristiche “auto-convalidanti”, poiché la classe delle scelte ricorrenti rappresenta l’ottica con la quale il sistema vede il mondo e se stesso nel mondo. Il livello L4 è quello in cui il sistema complessivo delle scelte entra in crisi e subisce una trasformazione profonda del modello cognitivo, che viene così modificato strutturalmente. Cambiano dunque i “significati” e -in termini di “personalità”- i “valori” del sistema. È questo il caso in cui emerge un nuovo dominio semantico, nuove possibilità cognitive e diverse finalità.

La teoria dei tipi logici di Russell servì a Bateson soltanto come spunto formale per la descrizione delle gerarchie, poiché nei contenuti nulla potrebbe essere più lontano dai suoi originali intenti filosofici. È più realistico pensare che un sistema intelligente veda i diversi livelli co-esistere ed interagire tra loro, con continui riassestamenti del proprio dominio semantico di auto-rappresentazione. Inoltre è importante osservare che queste “transizioni di fase” dell’apprendimento e della comunicazione non riguardano soltanto insiemi di scelte pre-definite, ma la comparsa di nuove classi e nuove configurazioni dinamiche globali nelle connessioni interne di ogni insieme, altrimenti il sistema sarebbe in linea di principio totalmente prevedibile, ad esempio attraverso un modello computazionale. Possiamo dunque parlare di processi di emergenza intrinseca, imprevedibili, che spingono l’osservatore a creare nuovi modelli del mondo e di se stesso. Scrive a proposito Bateson:[12]

Ciò che nei Principia (il sistema di Russell) appare come una scala fatta di gradini tutti uguali (nomi di nomi di nomi e così via) diventerà un’alternanza di due specie di gradini. Per passare dal ‘nome’ al ‘nome del nome’ dobbiamo passare attraverso il processo di assegnare un nome al nome. Dev’esserci sempre un processo generativo mediante il quale le classi, prima di poter ricevere un nome, vengono create.

Un caso esemplare di come le intenzioni teoriche di Bateson andassero ben al di là dell’involucro formale scelto è la consapevolezza dell’importanza della contraddizione nei processi mentali:

Per quanto nella logica formale si tenti di conservare la discontinuità tra una classe ed i suoi elementi, è nostra opinione che, viceversa, nella psicologia della comunicazione reale, questa discontinuità sia continuamente ed inevitabilmente trasgredita.[13]

Bateson intuì con chiarezza le potenzialità degli aspetti paradossali nelle “gerarchie intrecciate” e le utilizzò per indagare alcune caratteristiche della comunicazione nel gioco e nell’arte -dove, parafrasando Magritte, Ceci n’est pas une pipe-, e quelli dei rapporti nevrotici e schismogenetici, dove il dominio cognitivo è scisso o “oscilla” tra due interpretazioni dello stesso messaggio. Questa linea di ricerca è stata sviluppata nella pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick e colleghi al Mental Research Institutedi Palo Alto.[14] Il ruolo della contraddizione simmetria/asimmetria, parte/tutto, è cruciale anche nella teoria di Matte Blanco, che fu uno degli studiosi più attenti dell’epistemologia di Bateson, Maturana e Varela (Cini, comunicazione personale), e recentemente sono stati proposti degli impianti estremamente interessanti per ripensare alla psicoterapia all’interno di uno scenario batesoniano.[15]

Un altro punto significativo è la considerazione del ruolo fondamentale di quell’atto di comunicazione che è la non-comunicazione, ossia la chiusura cognitiva nei confronti di temi che possono indurre una crisi profonda nel dominio cognitivo. Anche qui l’aspetto paradossale consiste nel fatto che per aver scelto una chiusura l’osservatore ha già “registrato” gli stimoli perturbatori e ne ha già elaborato una valutazione sulla loro “non-gestibilità” all’interno del proprio modello (Wittgenstein, Prop. 7 del Tractatus, Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere). Un ultimo esempio interessante è l’analisi fatta dall’ultimo Bateson sul “silenzio mistico” ed in generale sul ruolo del sacro nella logica del vivente (Wittgenstein, Tractatus, prop. 6.41 Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore).

Tutti questi aspetti rimandano alle dinamiche fondamentali dei processi di emergenza e della produzione del “nuovo” e dell’“impredicibile” che sono tipiche dei giochi cognitivi tra meta-livelli, e mostrano l’estrema inadeguatezza dei tipi logici per esprimere tutte le potenzialità della teoria. Questo suggerisce di adottare un impianto più ampio e recente, la teoria dell’apertura logica[16] come tessuto concettuale per una teoria generale dell’emergenza.


[1] Bateson, G. – Bateson,  M. C., Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adephi, Milano, 1989, p. 102.

[2] Cini, M., Il Supermarket di Prometeo. La scienza nell’era delleconomia della conoscenza, Codice Edizioni, Torino, 2006.

[3] Licata, I., Verso un’Epistemologia della Complessità, in Licata, I. (a cura di), Informazione & Complessità, Andromeda, Bologna, 1998.

[4] Capra, F., La rete della vita, Rizzoli, Milano, 1997.

[5] Morin, E., Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione, Feltrinelli, Milano, 1983; Minati, G., Esseri Collettivi, Apogeo, Milano, 2001.

[6] Maturana, H. – Varela,F., L’albero della conoscenza, Milano, Garzanti, 1987.

[7] Dell, P. F., Bateson e Maturana: verso una fondazione biologica delle scienze sociali, in Ter. Fam., 21, 1985.

[8] Bateson. G., Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984, p. 21.

[9] Varela, F., Complessità del cervello e autonomia del vivente, in Ceruti, M. – Laszlo,E. (a cura di), Physis. Abitare la terra, Feltrinelli, Milano, 1988, p. 156.

[10] Hofstadter, D. R., Godel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi, Milano, 1984, p. 769.

[11] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1989.

[12] Bateson. G., Mente e natura, cit., p. 246.

[13] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, cit., p. 245.

[14] Watzlawick, P. – Beavin, J. H. – Jackson, D. D., Pragmatica della Comunicazione Umana, Astrolabio, Roma, 1971.

[15] Madonna, G., La psicoterapia attraverso Bateson. Verso un’estetica della cura, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

[16] Minati, G. – Penna, M. P. – Pessa, E., Thermodynamic and Logical Openness in General Systems, in Systems Research and Behavioral Science, 15 (3), 1998; Licata, I., Mente & Computazione, in  Systema Naturae, vol. 5, 2003.

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One thought on “COMUNICAZIONE, EMERGENZE, APERTURA LOGICA – parte I (Ignazio Licata 2007)

  1. Hello, Ignazio,

    I continue to be interested in your work, but my Italian is strained to its limit. I am very interested in your approach to a logic of processes, about which I have written in my book. Could you summarize your position in a few words? I am very glad that you are helping to prevent the results of the Palo Alto school from falling into oblivion. On the other hand, I cannot accept the authority of Varela: his article, The Creative Circle: Sketches on the Natural HIstory of Circularity, in a volume edited by Watzlavick, has done more harm than good.
    Cheers, Joe Brenner

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