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Taccuino di un venditore di libri (1)

Sono trascorsi cinque anni, un tempo sufficientemente solido per potere affrontare e respingere qualsiasi piano di battaglia della desolazione e della tristezza, da quando, per scelta e vocazione, ho smesso di fare il libraio.

Avevo incominciato da ragazzo, in una delle librerie più conosciute della mia città, grazie a quello che gli adulti chiamano capriccio del caso ma che altro non è, come ben sanno gli adolescenti, che un gioco di leva sul piano orizzontale dell’esistenza, una prova di forza attuata con circospezione per non imbizzarrire gli spiriti del fato, creature alate e inesistenti, e in quanto tali capricciose, una spinta mirata in direzione della propria passione, un esercizio muscolare ostinato, giorno dopo giorno un centimetro alla volta, e senza farne partecipe alcuno, a partire dai più intimi, per timore di un incespico, di un blocco dell’ingranaggio, di una rottura irreparabile sotto forma di consigli avveduti e parole dell’esperienza e indicazioni, come suol dirsi, più miti o più ambiziose: vendere libri non è come parlarne in un ateneo, o, al limite estremo di permissività, scriverne.

Il ragazzo che ero, dunque, già allora vagamente laico e come tutti i laici fortemente scaramantico, frequentava nelle molte ore libere che un impegno universitario scandalosamente svogliato gli lasciava a disposizione, pressoché tutte le librerie della città, escluse le cartolerie di quartiere, e in tutte si faceva conoscere, per un aspetto o per un altro: il gioco di leva sul piano orizzontale del futuro era incominciato.

Ovviamente, quando hai molto tempo per leggere ti mancano i soldi per comprare i libri, la qual cosa, oggi, a ragione veduta, è una condizione infinitamente migliore di quella opposta, e perciò le librerie che prediligevo erano quelle che praticavano una qualche forma di sconto, se escludiamo le bancarelle dell’usato di cui però, essendo un mondo a parte con una diversa atmosfera e ben diversi abitanti, mi riprometto di scrivere in un’altra zona di questo mio minuscolo taccuino di pelle nera.

Ce n’era una che faceva proprio al caso mio, anzi, era perfetta.

Innanzitutto, si trovava all’interno dell’università e, per di più, al primo piano sotterraneo. È un aspetto da non sottovalutare: chi mette al mondo la propria passione, quelli che incominciano, i principianti della passione, sono individui sperduti, incerti, timidi e vergognosi. Non è come inaugurare un lavoro, o un amore, o una qualsiasi altra attività di squadra sotto le luci del sole e della luna. Qui siamo di fronte a un uomo o una donna che affrontano in solitudine una forza immane, trascinante, durevole, sproporzionata, e per la prima volta, vale a dire dall’infanzia, dalla sua lenta e costante crescita, anzi, persino da prima della prima volta, perché la passione si percepisce, seppure confusamente, a partire dalla sua lontana germinazione. Si ha spesso il sentore di una imminente rottura delle acque, pur non conoscendo ancora l’entità della cosa che andrà ad asciugarsi, solo allora esanime e poi mai più, davanti ai nostri occhi.

Capirete che timidezza e timore sono monete di conio risibile al cospetto di una nascitura intirizzita dalla potenza.

L’effetto di tale condizione può a volte condurre il neofita di una libreria a comportamenti scostanti, dai sentori miscellanei quali l’arroganza, la rigidità, lo snobismo e la superiorità, ed è proprio lì, in quel momento irripetibile, che si vede il buon libraio, colui o colei, cioè, che sono in grado di leggere correttamente la filigrana emotiva del nuovo arrivato e, messa da parte la tentazione di trattarlo per le rime, controbattere a misura d’invisibile, offrendo una complicità di distanza appropriata.

Non ne ho conosciuti molti, di librai di questo tipo, e quei pochi, ebbi modo di scoprire frequentandoli, erano tutti dei lettori forti e tutti erano stati dei principianti della passione.

Nella libreria sotterranea dell’università ce n’era uno.

Era quasi sempre alla cassa, quasi sempre sorridente e gentile, ma a testa bassa, con poco tempo per le conversazioni poiché, a folate, gli studenti assaltavano gli scaffali per l’acquisto dei testi adottati e in quei giorni persino la libreria veniva trasformata in un incrocio dai semafori saltati con una squadra di vigili a srotolare il caos, e il suo compito era quello di digitare correttamente gli importi, incassare il denaro giusto, dare il resto esatto, aggiornare le tessere sconto e con un colpetto del palmo, quando ne aveva il tempo, richiudere la cassa. In quei periodi la libreria, una lunga scatola rettangolare secata in verticale da un’altissima fuga di scaffali a vista, veniva parzialmente chiusa al pubblico da una catenella ad anelli rossi per dare modo alla squadra di commessi di rifornire, smistare, aggiornare continuamente la varietà di titoli scolastici in uno spazio minimo ma almeno non disturbato dalla folla. Quello spazio, la metà circa della libreria, ospitava i settori più importanti ai miei occhi: le letterature italiana e straniera, la poesia, la saggistica e la critica letterarie, il teatro. Nei giorni delle adozioni le centinaia di studenti non volevano altro che il pane per i propri denti: entravano con una lista scritta su un foglietto spiegazzato oppure direttamente con il libretto del piano di studi e attendevano il materializzarsi dei loro timori sotto forma di dispense, manuali-mattone, spessore della carta e conteggio delle pagine. Nessuno o quasi cercava un particolare romanzo, nessuno o quasi nominava uno scrittore specifico, e assolutamente nessuno chiedeva ai ragazzi della libreria di poter scavalcare la catenella e accedere alla quiete di quello spazio protetto. Nessuno, tranne me.

Una fortuita casualità mi aveva fatto scoprire la trasformazione radicale della libreria a periodi fissi e ne avevo subito approfittato: resistevo alla tentazione di spendere i miei pochi risparmi mensili altrove – con l’eccezione delle bancarelle dell’usato – e attendevo proprio i giorni del caos per comparire con i miei appunti scritti sul polsino e un portafoglio mezzo rimpinguato.

Per mesi e mesi i miei blocchi di conversazione furono tre: “Ciao” all’ingresso, “Posso andare di là?” dopo pochi passi e “Ciao” all’uscita. Non chiedevo indicazioni o consigli e con la frequentazione avevo imparato a menadito e in solitudine la disposizione dei settori e i criteri di suddivisione interna, le irregolarità e le anomalie dovute perlopiù alla vittoria del concetto di utilizzo dello spazio sugli schemi prestabiliti, il punto di interruzione di una materia per via di un sottosettore che, un pezzetto alla volta era imploso fino a portarsi via interi metri lineari di scaffale, e il suo punto di ripresa, come se niente fosse. Consideravo le coste dei libri, schiacciate e compatte, non soltanto come una terra prodigiosa che, noncurante degli anni e dei secoli, aveva radunato tutte le persone che più mi interessava conoscere, ma anche come uno specchio rivelatore delle persone in carne e ossa che così le avevano disposte. Un pensiero un po’ assurdo all’epoca, una fantasia di poco conto che però mi sarebbe tornata molto utile in futuro, una volta passato dall’altra parte della barricata. Il librario è negli scaffali, tanto per incominciare. Lì sta la sua identità e lì sta anche il giudizio del pubblico, che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è solo un giudizio estetico o comparativo (un frequentatore di librerie è sempre pronto a dire che la tua è il frutto evidente di un incapace), ma è un punto d’equilibrio provvisorio, in attesa di sparigliare la sua immobilità verso una direzione precisa che difficilmente il futuro interromperà: la frequentazione o l’abbandono.

I ragazzi della cooperativa, poiché di cooperativa si trattava, apprezzavano il mio minuscolo disturbo, il mio essere solo e non parte di un capannello schiamazzante, la mia assenza di fretta e soprattutto l’economia delle mie parole, tanto che, forse per esprimere la loro gratitudine per non avere davanti un ulteriore tassello di una massa imbizzarrita, il secondo blocco di conversazione (“Posso andare di là?”) presto diventò superfluo.

Marco (lo chiamerò Marco), il ragazzo alla cassa, immobilizzato sullo sgabello accanto all’uscita, era l’unico tra tutti loro a non usufruire direttamente della mia timidezza. Forse è per questo motivo che fu anche l’unico a infrangerla. Ma non subito. Gli ci vollero dei mesi, probabilmente perché dinanzi a una persona che non parla ci abituiamo presto a far prevalere le nostre sensazioni e fantasie sull’azione elementare di una prima domanda, quella che ci direbbe le cose come stanno e non come le immaginiamo. Da parte mia, dopo essere somparso alla vista, protetto dalle colonne di studenti, mi tuffavo in quei due corridoi di libri come uno speleologo cui sia dato il prodigio d’essere catapultato nell’ipogeo di una città sepolta. Continuavo a sentire il brusio della certezza – certezza di domande, di richieste, di risposte, di scambi di informazione, e anche di appuntamenti, promesse di esserci a quell’ora là, in quel luogo preciso, insieme a quell’altro, a quegli altri, a tutti quelli di cui s’era parlato, in quel palazzo, in quella casa, in quel cinematografo o teatro o sala da the o concerto, magari con qualcun altro, aggiunto all’ultima ora, di sorpresa, certezza persino nella sorpresa – quell’incessante chiacchiera d’occasione tipica dell’attesa, a pochi metri da me ma ormai così nitidamente lontana, attutita e subito dopo azzerata da un nuovo brusio, lento e crescente, un coro, un richiamo polisemantico, le voci delle pareti di libri.

Luca Ragagnin

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5 thoughts on “Taccuino di un venditore di libri (1)

  1. era proprio meraviglioso il ragazzo che stava alla cassa: una volta mi ha prestato la sua copia di _le cose_ di perec (che mi serviva per la tesi ed era esaurito) e io gli ho regalato _zenzero_ di donleavy…
    un’altra volta sono entrata in un’altra libreria e ho trovato un libraio che amava la poesia, e da quel giorno ho cominciato a rifornirmi lì.
    che bello, ritrovare tutto in questo articolo…

  2. Grazie Rabbit del tuo contributo. Questo “Taccuino” sarà lungo, molto lungo…circa 15 anni di librerie. Magari ritroverai altri luoghi e volti.

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