I libri migliori

Abitudinario andante n.1 all’Aloe Vera

Un pezzo di bravura.
Credo sia questa la cosa che mi manca della letteratura, soprattutto di quella italiana, che mi interessa di più, per il fatto che è scritta nella mia lingua e modifica ciò che è la mia lingua.
Intendiamoci, in giro è pieno di pezzi di bravura dei nostri scrittori, ma sono quasi tutti pezzi di bravura sterili, di mestiere, di corrispondenze con il dovuto. Forse, o almeno a me pare, perché qui da noi è ormai passato il concetto che scrivere sia un mestiere, quasi artigianale, che poco ha che vedere con il campo delle arti e dell’onnipotenza, cosa su cui credo di non essere proprio d’accordo.
Anni addietro avevo chiaro e scrivevo che Fare letteratura è un processo individuale connesso ad un’abilità psicocinetica e non proprio un concetto astratto, perché la letteratura è una ramificazione della nostra realtà mediata dall’immaginazione. Avevo chiaro che Scrivere non è un fine (perché non risolve nulla), ma una necessità e un mezzo di espansione della percezione. Che poi  s’impari a scrivere meglio con gli anni, dopo tentativi e tentativi, come un falegname impara meglio a intagliare, mi sembra una teoria tutta da dimostrare, spesso smentita da capolavori della letteratura e spesso smentita anche da autori di libri assai venduti e letti che in seguito, per involuzione, non riescono più a trovare lettori dei loro libri successivi a meno che non siano scrittori seriali, cioè scrittori che riproducono all’infinito quel modello letterario che ha decretato la loro fortuna e quindi per 2 o 3 lustri riescano a camparci appresso, evitando l’involuzione e ormeggiando dalle parti dell’imbalsamazione spontanea.


Mi trovo spesso a riflettere sulle mie letture, sui soldi che ci spendo sopra, a causa di queste sensazioni e nel tentivo di riflettere su ciò che mi circonda, sempre. Quando mi avvicino alla scelta di un libro, in particolare di un autore italiano che sembra ottenere il plauso di molti o perlomeno dei lettori accaniti o professionali, di solito rimango deluso e comincio a pensare di avere qualche problema con la percezione del reale. Ma potrebbe essere il contrario, potrebbe essere che questi consiglieri di professione che nemmeno mi conoscono o di cui capto la voce siano talmente dei lettori forti, dei lettori professionisti, che a furia di leggere come in catena di montaggio abituano il loro cervello a delle letture tutto sommato standardizzate in cui piccoli mutamenti che a me paiono insignificanti nello stile o nella bravura dello scrittore a loro appaiono (nel marasma di pagine tutte uguali lette in breve periodo) come immensi processi narrativi in atto e li portano a giudicare quel libro come un bel libro, scritto bene, ben narrato, pieno di stile e potenza, mentre io lo vedo balbettante, insipido, spesso logorroico senza le qualità della logorrea pura e in definitiva da mestierante dello scrivere, insomma scritto da qualcuno che fa lo scrittore (e spesso anche duemila altre cose che hanno a che vedere con la scrittura) ma non ha nessuna tensione verso la parola, nessuna tensione verso quella che è l’arte, nessuno strappo verso l’onnipotenza, cose a mio avviso tutte necessarie per prendere la parola, soprattutto in un mondo come quello odierno pieno di “scrittori”.
Questo certamente fa parte del mio delirio, ma a volte comincio a pensare che il mio delirio di lettore o scrittore, nella sua fredda compiutezza di nicchia neuronale, sia preferibile al chiacchiericcio continuo da operatori culturali. Mi pare di vedere del buono solo negli scritti già passati e dimenticati, che ritornano, e non certo nel quotidiano stampaggio abnorme che abbiamo oggi come oggi. O perlomeno, mi pare che si faccia di tutto per impedirmi di vedere nel quotidiano stampaggio odierno quello che c’è di buono.
Se pensiamo che il problema tutto italiano dell’editoria è veramente, principalmente, quello di essere in un monopolio distributivo, mi sembra perfettamente inutile continuare a stampare 60.000 titoli l’anno per farne finire l’80% al macero dopo 60 giorni, e perderli per sempre senza che i lettori nemmeno abbiano saputo della loro esistenza. Chi sostiene che la quantità di cose stampate permette una più ampia scelta direbbe il vero se non fossimo però, per l’appunto, in un sistema dove la distribuzione e la fruizione libraria sono totalmente condizionate dal monopolio distributivo: è come se io producessi un ottimo vino ma non potessi venderlo se non ai miei vicini e parenti mentre il consumatore e l’amatore di vino non potrebbero mai scegliere il mio vino e nemmeno arrivare ad assaggiarlo, a meno che non si ritrovino per caso nella mia cantina vinicola perché hanno bucato mentre andavano a prendere il vino al casale di quello del vino in cartone…
Tutto questo per dire che, visto l’approssimarsi dell’estate, tutti cominciano a consigliarvi dei libri da leggere e così mi adeguerò anch’io. Con quell’aria un po’ snob da voce di giornale per tutti i gusti, vi consiglierò dei libri da leggere. Proverò a fare l’operatore culturale insomma, a modo mio. Ad esempio, i libri consigliati saranno tutti già vecchi (almeno per gli standard editoriali) e ne inserirò qualcuno che farete una fatica del diavolo a trovare, così potrete toccare con mano cosa vuol dire monopolio distributivo quando uno esce appena dal seminato. Certo, dipende dalla città in cui vi trovate, se vivete a Roma e a Milano o a Bologna  avete delle possibilità notevoli in più di trovare questi libri, ma non disperate, anche in tali città potreste avere delle sorprese. Non tutti i libri che citerò saranno grandiosi, ma comunque sono per me delle ottime letture.
Il primo libro che mi sento di consigliarvi (questo dovrebbe essere facile da trovare) è Vento forte tra Lacedonia e Candela di Franco Arminio (Laterza- Contromano 2009), libro agile e penetrante in cui Arminio vi conduce attraverso alcuni esercizi di Paesologia. Cos’è la Paesologia? Leggete il libro e lo capirete, camminando fianco a fianco alla narrazione nei paesi dimenticati dell’Italia. Molto del libro è in frasi preliminari quanto definitive come questa:

La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi, senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe. Si trova il mondo come è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro.

Ma la scrittura di Arminio è anche una macina continua che produce riflessioni taglienti e quanto mai rivelatrici sul nostro modo di vivere o intendere la vita, oggi, Italia 2010, con tutta la storia e la cultura che ci portiamo appresso.
Dopo il girovagare di Arminio tra i paesi vi consiglierei (mentre decidete se mettere in valigia la crema protettiva protezione 60 o il preparato del vostro erborista per un’abbronzatura perfetta coniugata ad un’idratazione ideale donata da spremiture di piante che non avevate mai sentito nominare a parte l’onnipresente aloe vera) di andare a recuperare un paio di libri di Guido Morselli: Roma senza Papa (Adelphi) e Dissipatio H.G. (Adelphi). Guido Morselli si, il grande e sempre troppo dimenticato scrittore italiano dalla lingua precisa e duratura, dalle storie inquiete e inquietanti. Il primo libro è forse una satira o forse un pezzo di bravura da veggente in quanto ambientato nella Roma del Giubileo del 2000, essendo stato scritto però a fine anni ’60. Straordinario l’intreccio tra la vita clericale descritta, le evoluzioni del soglio pontificio, la teologia infarcita di retorica prevalente e la società romana che vi reagisce tra la linea del sonnolento “vivi e lascia vivere” e il turbamento del “era meglio quando si stava peggio”. Dissipatio H.G.  (Humani Generis) è invece un romanzo di onnipotenza totale, tenuto insieme da una scrittura prodigiosamente misurata e ancestrale nei suoi rintocchi. Un romanzo che non racconta nulla se non l’uomo denudato della sua appartenenza all’umanità. Si apre su un burrone in cui gettarsi (il protagonista vi si vorrebbe gettare, per sfinimento quasi) e il rifiuto di quel burrone con la scelta della vita, inaspettatamente, si rivelano ancora più annichilenti del suicidio essendo, nel frattempo, scomparso l’intero genere umano. E lì, nel prendere consapevolezza di ciò, si apre La strada del libro.
Potreste  poi cominciare con qualcosa di più complesso da recuperare in libreria (grazie a Stefano Spagnolo per avermene tempo fa suggerito la lettura) come Signorina Rosina (Polistampa 2004) di Antonio Pizzuto, suo primo romanzo (scritto una volta messosi a riposo dal suo lavoro di questore) fatto di quelle basse voci tutte uguali ma diverse che Pizzuto incastona nelle trame della piccola Italia del dopoguerra che rinasce, priva di riferimennti se non il quotidiano affacciarsi ai doveri della vita, alle Signorine Rosine che compaiono nelle vesti di vecchie zie morenti, zingare attacca bottoni, asine di passaggio e altre manifestazioni varie di una realtà sempre pronta a spiccare il volo attraverso la convergenza del sogno desiderato con la compattezza del reale, in qualche modo significato dal materiale edile trattato dal protagonista per lavoro. Con questo romanzo ancora solido Pizzuto comincia il suo percorso di scrittura che poi avrà seguiti ancora più pirotecnici.
E poi ecco, ora che vi siete procurati questi libri abbastanza agevolmente, potreste aggiungerci il Coccioli di Piccolo Karma o di Davide (Sironi 2009). Due libri diversissimi che per me sono capolavori. Il primo è un minutario perfetto di una vita quotidiana vissuta e ripensata fino all’incredibile “illuminazione disneyana”. Il secondo un grande romanzo rivolto continuamente a Dio che si confronta con la figura biblica del Davide, si appoggia sul testo sacro e, attraverso la scrittura più straordinaria che io abbia mai letto per “perfezione”, misura, tono e potenza ne ricostruisce una storia ancora più sacra ed epica.
Giunti sin qui potete quindi impegnarvi sul serio, prima di mollare l’ ancora per le vacanze o dormire una notte in aeroporto, a cercare: Le memorie di Barry Lyndon di Tackeray, Noi di Evgenij Zamjatin (Lupetti 2009), La fine della strada di John Barth, I tre dialoghi e il Racconto dell’anticristo di Vladimir Soloviev, Dispersione di Mario De Sa Carneiro oppure, se volete proprio impazzire, sia nella ricerca che nella lettura, I racconti di Belzebù a suo nipote di Gurdjieff.
E così abbiamo fatto quello che, in questo periodo,fanno molti giornali, riviste e anche blog. Io mi sono prestato e ho fatto anche poca fatica visto che non ho dovuto arrischiarmi in particolari analisi o inoltrarmi nella critica letteraria che non mi appartiene. Voi, avete un altro po’ di libri da poter scegliere nel marasma editoriale. Dunque è andata bene.
Certo, dovete ancora avere tra le mani questi libri. Molti di questi titoli, se vi trovate in difficoltà a reperirli, li potete trovare via internet e ordinarli, è vero. Ma non si sa mai, magari poi non vi arrivano per tempo via posta ……
Ma, per tenere fede al mio assunto solo per oggi ruolo di operatore culturale medio, io non vi ho detto praticamente nulla.
E così, voi che leggete me, o ascoltate il vostro amico, o il critico in voga, non pensate di aver diritto di pretendere, dopo un’indicazione di lettura generica o ben circostanziata, di poter trovare questi o altri libri in una libreria reale e poterli toccare, sfogliare e leggere prima di acquistarli? Almeno per vedere se, a vostro giudizio, vi possono interessare veramente? O vi fidate ciecamente, ad esempio, dei lavoratori per il monopolio che scrivono di libri che ricevono a casa e che voi non vedete mai prima in libreria ma solo quando li ordinate?
Come avete potuto leggere anch’io, con i miei odierni consigli un po’di “nicchia”, lavoro per loro, pur non ricevendo libri a casa. Lavoro per loro perché servo comunque a mantenere un equilibro.
Possiamo cambiare le cose nel reale, spezzare l’equilibrio, far giungere l’ora nelle nostre città e non solo nei luoghi virtuali?
Qualsiasi sia la vostra risposta, siate responsabili.
E attenti alle pile di libri in libreria! Se le urtate, vi cadono addosso.

Simone Battig
 

 

 

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One thought on “Abitudinario andante n.1 all’Aloe Vera

  1. Ottimi consigli. Mi permetto di segnalare, se si vogliono leggere delle prose secondo me davvero ben scritte, dove ogni parola è incastonata come una gemma risplendente e pura, i romanzi dell’indimenticato (purtroppo per pochi) Biamonti, o “Cosa sono gli anni” di Antonella Anedda, libro bellissimo. Alcune prose stupende, che si distaccano nettamente da cià che si scrive in Italia oggi, sono anche quelle raccolte nel volume “Il dio del mare” del poeta Pierluigi Cappello: pezzi che hanno richiesto, a volte, mesi di lavoro e riflessioni profonde sul senso di ogni vocabolo impiegato: un libro da non perdere, con un saggio finale su Ungaretti che è un piccolo capolavoro, davvero.

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