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Taccuino di un venditore di libri (2, 3)

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Le voci delle pareti di libri iniziavano da molto lontano, come se dietro i libri stessi, nell’oltre invisibile di quella massa compatta di carta, si inoltrassero moltitudini di vicoli, per ognuno un solo viandante, alcuni comunicanti tra di loro, altri impenetrabili, la cui origine era impossibile stabilire per come andavano a perdersi nel buio, in un orizzonte indistinto e inghiottito. Il brusio saliva man mano che il mirino dei miei occhi si spostava impercettibilmente a destra o a sinistra, in basso o in alto, di un centimetro alla volta, di una costa alla volta, come se la parete intera fosse la calotta mentale, la protezione di pelle, non più di cellulosa, il cinto parietale di un unico grande, multiforme essere dietro il quale centinaia, migliaia di terminazioni nervose compissero in senso inverso il percorso che solitamente porta il respiro verso il silenzio, la vita in prossimità della morte, principiando spaiate dall’intranulla di un fondo senza fondo e andando, nel loro cammino solitario, a unirsi a tutte le altre, anch’esse in cammino da un primo passo non più individuabile, cancellato, dimenticato, procedendo ora insieme, accogliendo gli altri viandanti, le altre terminazioni, abbracciandole persino idealmente, laddove la severità dei cigli delle strade, viottoli ma anche sentieri del bosco, linee di terra rossa appena sfregiate in mezzo all’aridità dei campi, autostrade a tre, quattro, cinque corsie, sopraelevate, viadotti, ponti, piste acquatiche di immobile o crespa o spumeggiante superficie, non permetteva un vero congiungimento. Fino a quando, a ridosso della parete, là dietro, a pochi centimetri dalla mia testa, anche le loro teste, a grappolo o isolate, appoggiavano la fronte sul muro infinito e suturato delle lamelle di carta bianca, e rifiatavano, alla fine della strada, senza però smettere un istante di parlare o bisbigliare, di cantare o urlare o pregare, di infierire contro il tempo, di bestemmiare lo spazio, di comprendere e cullare con voce amorevole il loro simile, i loro fratelli del futuro, anch’essi intrappolati, ma dall’altra parte, come se un muro tenace dell’umana gioia e dell’umano pianto e delle umane possibilità e impossibilità, quel muro sul quale stavano premendo le loro esistenze compiute ma ancora in movimento, potesse essere sgretolato dalla pura forza inattessa di una nenia e qualcun altro, dall’altra parte, stesse avvicinando delle pupille arrossate, a loro volta stanche o adirate, secche di pianto, sfinite per la gioia, arrossate per l’incompiutezza di una memoria ben lontana dalla visione d’insieme, ancora vulcanica, magmatica, capricciosa e informe, e una sola, sottile membrana immateriale dividesse con la sua verticalità segreta il loro passato compiuto e colmo di voci ancora vive e il futuro ammutolito di chi stava dall’altro versante, alla ricerca di una zona di sfondamento, di un ingresso anche minuscolo, di uno squarcio, una scalfittura, un puntino.

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Un puntino, anzi un numero, metteva fine alle mie esplorazioni, e precisamente quello che avevo memorizzato dalla strada, da casa mia, dalla mia stanzetta, il tetto massimo di spesa. Avevo perciò già in partenza un’idea abbastanza precisa su quali case editrici potevo permettermi e quali invece sarebbero rimaste degli oggetti preziosi, da osservare e ammirare, magari, come si fa in una gioielleria con certe speciali vetrinette, con certe minuscole teche un po’ nascoste, in virtù alla fedeltà di un unico principio: nel mio sacchetto di plastica, una volta ripresa la via del ritorno, non dovevano esserci meno di cinque o sei libri.

Nella libreria universitaria, lungo una porzione di parete, c’era in effetti una piccola fuga di vetrine a scorrimento con una decina di nottolini, la cui relativa, unica chiave, simile a quelle delle cassette postali, veniva tenuta, insieme ad altre, in un mazzo che ai miei occhi valeva quanto il passepartout per l’Olimpo o, per meglio dire, la cartografia dell’Olimpo. C’erano infatti, là dietro, ben visibili dietro il vetro, dei libri che subito al loro apparire simboleggiarono per me l’attestato di un premio, il riconoscimento di un merito, il fiore sublime e sfogliabile che solo gli innamorati ricambiati ricevono. Là dietro c’erano i cofanetti. Ancora oggi, quando mi capita di acquistarne uno o di riceverlo in dono, mi domando se me lo sia meritato. Come se la lettura, la passione per la lettura, fosse un privilegio elargito dalla notte delle notti dopo un cenacolo misterioso durante il quale molto si è argomentato e controbattuto per stabilire se il soggetto sotto esame, nel tempo, sarebbe riuscito a onorare il piacere con la disciplina e la perseveranza. D’altronde, certi cofanetti, non erano molto diversi dall’icona di un lingotto d’oro e l’oro, come ben sapevano gli alchimisti, parla sempre di qualcos’altro mentre scotta tra le dita.

Erano anche città, quei cofanetti, città incendiate e compresse, metropoli intricate in cui anche il più acquattato tra i vicoli rimandava, grazie a una rete invisibile e da decriptare, il suo riflesso di acciottolato dopo il temporale, di carta inchiostrata, di portoni chiosati e annotati, di numeri civici e prefazioni, di finestre ed occhielli, a ogni altro vicolo, strada, corso, viale alberato e piazza, mercato e galleria sotterranea, grattacielo e catapecchia che andavano a formare capillarmente quell’unica, inequivocabile identità.

Non tanto diversamente, alcuni anni più tardi, conobbi Claudio, un letterato, slavista e musicista, che aveva preso a passeggiare casualmente per la nostra città, fotografando le facciate di palazzine mai viste prima per trasformarle, una volta ritornato a casa dopo avere fatto sviluppare il rullino, grazie a un codice di traslazione da lui precedentemente stabilito, in veri spartiti musicali da eseguire su un piccolo clavicembalo. «Ho scoperto come suona Corso Sommelier 27» o «Non sapevo che Via Po 13 fosse jazz» erano frasi normali e abituali da sentire, per chi lo frequentava in quegli anni.

Il libro come città, il cofanetto come lingotto e territorio infinito, le case come suoni, poi, più tardi, ancora più tardi, mi capitò di leggere questa descrizione di un quadro di Arcimboldo: «…Il collezionismo si avverte in particolare nel Bibliotecario, caricatura dello storiografo imperiale Wolfgang Lazio (1514 – 1565), raccoglitore di tomi e di in folio e nuimsmatico. Tutto un commesso di libri: un libro aperto per capelli, un naso-libro, di libri la testa, nastri segnalibro per orecchi, il busto di libri rilegati e digesti voluminosi. Il modello è il Narrenschiff (la nave dei pazzi) di Sebastian Brant (1494). Viene in mente, guardando quella “figura”, la descrizione della biblioteca nel Labirinto di Comenio: biblioteca-apoteca, dove si conservano medicine contro i mali del pensiero, con scatole chiamate libri, scatole-libri, apoteca con scatole e dotti che si ingozzano di libri». Ecco che cos’era, infine, quel brusìo di sottofondo che sentivo dappertutto: il libro come tavola anatomica, il libro come uomo.

Luca Ragagnin

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