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“Il crollo” di Francis Scott Fitzgerald

di Luca Ormelli

Sono ben pochi ed assai meno vividi gli esempi di autori cui abbiano dapprima arriso il successo e la stima di numerosissimi lettori e che, questi attestati venuti a mancare, abbiano consapevolmente imbracciato i puntuti strumenti del proprio mestiere per descrivere, minuziosamente e con inalterata maestria il proprio declino e di uomo ed ancor più di scrittore. Fitzgerald fu uno di questi e lo dimostra a tutt’oggi, a distanza di quasi ottant’anni grazie alla opportuna pubblicazione di queste poche pagine raggruppate sotto il titolo de Il crollo, pur se con esso l’Autore aveva originariamente contrassegnato solo il primo dei tre articoli che apparsi sull’Esquire, periodico con il quale il Nostro, economicamente assai in difficoltà, ottenne di collaborare previo cospicuo anticipo in virtù della sua attempata amicizia con il critico Edmund Wilson, con cadenza mensile dal febbraio del 1936 all’aprile del medesimo anno recano differenti intestazioni: e dunque Il crollo, Attenzione, fragile ed Incollare a comporre il trittico di questa che possiamo, sorretti dal pregnante e acuto saggio (Dalla Mecca del cinema al Giardino di Allah) di Ottavio Fatica (qui nella duplice veste di traduttore e curatore) accluso quale post-fazione ai testi, qualificare come una autopsia a cuore pulsante, una singolare anatomia dell’irrequietezza e del tracollo cui uno spirito fiero non meno che ferito debba incorrere quando la propria strabiliante sensibilità oltre che grazia del Cielo assume il sembiante di una condanna fumigante d’Inferno.

«Salvare o essere salvato, mai niente di meno» scrive, incide sulla carta Fitzgerald a p. 15. Perché «la vita è tutta un processo di disgregamento» (p. 11) ma è pur vero che la persona publica nella non più ruggente America del Grande Crack del dopo 1929, percorsa di velleitarismi da Nuovo Corso ha il dovere di render conto delle proprie illusioni perdute a coloro (i lettori, il pubblico) che vorticando sui tasti neri del Jazz come Cole Porter hanno danzato all’elettrica luce della sera sul ciglio di un abisso (la Prima Guerra Mondiale, la protesta sindacal-operaia del 1919) che ritenuto oramai alle spalle lasciava indifesi e vulnerabili dal dirupo della crisi economica prossima a venire. Una crisi quella del 1929 che non solo spazzerà i mercati finanziari e stritolerà i risparmi di milioni di americani ed europei ma scaverà un solco insanabile tra chi Perduto lo era ante e chi perduto lo sarà post.

E Perduto Fitzgerald lo fu ab origine, lo straniamento ed il dionisismo ragtime furono la sua festa mobile, il pascolo d’elezione per questo narratore dal talento adamantino, un talento prezioso a tal punto da dover essere di necessità dissipato, scialacquato alla fiera delle vanità quale indefettibilmente fu l’America delle Lettere durante gli anni Venti. Ma nessuna miniera è inesauribile e persino una vena ricca quanto quella del Nostro fatica a provvedere il Mercato di gemme di eguale quando non superiore caratura delle pietre così disinvoltamente estratte dal cilindro magico di logo-prestigiatore quale Fitzgerald, invero, fu. Ad una ascesa inarrestabile, caratterizzata dalla sequenza aurea dei romanzi Di qua dal Paradiso, Belli e dannati, Il Grande Gatsby fece seguito una prolungata personale psicomachia “corroborata” dall’etilismo ed aggravata dallo squilibrio schizoide e clinicamente accertato della moglie Zelda; una psicomachia che si tradusse con la lunga e penosa gestazione del quarto romanzo Tenera è la notte cui lo scrittore mise mano per ben nove anni, opera che data alle stampe nel 1934 non incontrerà però quel successo che alle precedenti aveva arriso e cui l’Autore anelava; un romanzo questo che si rivelerà  il punto di non ritorno per quella china discendente che con velocità esponenziale, anche se non senza impennate d’orgoglio, condurrà Fitzgerald all’oblio di se stesso ed alla fin troppo matura, a dispetto dei 44 anni anagrafici, scomparsa.

Ben oltre la metà del cammin di sua vita Fitzgerald si trova quindi nella necessità di un redde rationem, con il proprio uditorio da cui si avverte come dissociato in primis, con la propria vocazione e missione di scrittore che si sente superato dal presente secondariamente (si veda quanto lo stesso Autore lamenta con la consueta, amarissima facezia alle pp. 26 e 27: «Vidi come il romanzo, che quando avevo raggiunto l’età matura era il mezzo espressivo più forte e più duttile per trasmettere emozioni e pensieri da un essere umano all’altro, si andasse assoggettando a un’arte collettiva e meccanica che, nelle mani dei mercanti hollywoodiani o degli idealisti russi, era capace di riflettere soltanto il pensiero più banale, l’emozione più scontata»), e ultimo ma non ultimo con la propria persona [«Dovevo continuare a essere uno scrittore perché quello e non altro era il mio modo di vivere, ma avrei desistito da ogni tentativo di essere una persona», p. 34, corsivo di chi scrive – e quale dichiarazione della superiorità dell’arte sulla vita fu mai più programmatica di questa? «(…) a ribadire che la vita copia l’arte» (p. 47) mi soccorre Fatica nel di già citato saggio conclusivo], con il proprio Sé divenuto inesorabilmente e sempre più soggetto e oggetto al contempo della propria commiserazione e del proprio orrore: «Io avevo solo bisogno di pace assoluta per arrivare a capire (…) come mai avessi finito per identificarmi con l’oggetto del mio orrore o della mia compassione» (p. 32 – corsivo dell’Autore).

Ma Fitzgerald è americano e nessuna «notte oscura dell’anima» (p. 22) può aver luogo nei soli recessi della psiche, dietro le pesanti cortine della discrezione. No, l’America è giovanile irruenza, è belluina cortigiana e per quanto concede altrettanto richiede in sacrificio ed il sacrificio che l’America richiese a Fitzgerald fu la confessione pubblica ancorché ben remunerata, una contrizione severamente cattolica cui il cattolico-protestante Fitzgerald si prestò coronato di spinosa colpevolezza senza neppure gli infingimenti cui pure ricorse un altro esemplare spirito in pena, Hugo von Hofmannsthal quando nel 1902 diede alle stampe La lettera di Lord Chandos, laddove del proprio Io in tormento e lacerato il sommo viennese testimoniò sotto le mentite spoglie dell’eponimo Lord. Ma l’Austria, seppure alla Fine, doveva all’ossequio del protocollo della riservatezza se non la propria ragion d’essere quanto meno il proprio essere dalla parte della Ragione. E dunque quale palcoscenico più appropriato delle pagine di una rivista, tempio profano della scrittura costitutivamente pubblica, per squadernare le proprie umanissime contraddizioni, le snervanti e logoranti fragilità cui l’impronta della parola scritta offre sia pure momentaneamente il lenitivo dell’«oggettività», dell’e-stasi mai più attingibile dalla voce di quella campana fessa che è divenuto l’Io dello scrittore, la voce di dentro che quando e-messa, dice del fallimento con l’autorità di chi il fallimento aveva saputo nobilitare come pochi altri dopo di lui hanno saputo, in una ultima, improbabile vittoria sulla Provvidenza che dalle altezze siderali lo aveva rigettato ad una «frangia di ceneri» (p. 59), a Gli ultimi fuochi: «Riuscire nell’intento in mezzo ai mali comuni – domestici, professionali e personali – consentiva all’io di proseguire nella traiettoria di dardo scagliato dal nulla al nulla con una forza tale che soltanto la gravità lo avrebbe riportato infine a terra» (p. 13).

– Francis Scott Fitzgerald, Il crollo, Adelphi, Milano, 2010.

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