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Quella libreria sopra al mattatoio

Con titolo così, uno magari si immagina un’esagerazione o una metafora. No. C’è davvero e si trova a Penang, Malesia. Ci ho messo piede e mi sono sentito fortunato. Come ogni luogo mitico, la libreria sopra al mattatatoio è nascosta, anonima all’esterno, non ha un sito internet, e se nessuno te la mostra risulta (quasi) impossibile trovarla.

Mi ci ha portato un amico (chiamiamolo Monkey Motherfucker, suo nome d’arte quando suonava con i Nerds), il quale a sua volta  è stato portato da un altro amico (Omar, un professore spagnolo che ha insegnato per tre anni alla Universiti Sains Malaysia di Penang. Come Omar abbia scoperto la libreria, non lo so).

Si arriva da una strada laterale, nel centro di Penang. C’è sempre un disperato a fare da parcheggiatore abusivo. Può trattarsi di un vecchio emaciato, di una vecchia che porta sul corpo i segni crudeli della sua vita di stenti, di un mendicante o di un individuo deforme. Queste persone indicano un posto libero per parcheggiare l’auto, un posto che si vedrebbe comunque. Tendono le mani per gli spiccioli, poi. A seconda che prendano monete o insulti, rispondono con sorrisi sdentati o incomprensibli maledizioni.

L’edificio è un vecchio prefabbricato tozzo, in cattivo stato, coi muri scrostati. Al piano terra c’è la carne. Mosche, incrostazioni, quarti di animali appesi, ceste di frattaglie e budella. A lato dell’ingresso, una scala di metallo esterna che sembra quella delle uscite di sicurezza. Al piano superiore, la libreria.

L’inferno, per chiunque sia allergico agli acari. Polvere come su un’altipiano riarso e odore di scantinato. I libri, a pile, a mucchi, ammassati dovunque. Due semplici regole: (a) non si vendono libri nuovi, i libri devono essere usati e (b) i libri sono disposti a caso. Il piano non è un negozio unico, ma un mosaico di chioschetti e banchetti, microlibrerie, addossate l’una addosso all’altra, tanto che è impossibile per un avventore avere un’idea chiara di dove inizino e dove finiscano. I proprietari sono uomini magri, non troppo dissimili dai vecchi disgraziati che chiedono la monetina per i parcheggi, e sono silenziosi. Non parlano fra loro, stanno immobili e ti seguono con lo sguardo (poiché ovviamente non si tratta un luogo con molti clienti).

Ci si avventura a caso fra i volumi. Nel caso più fortunato, sono impolverati e ammassati in vecchie librerie, ma almeno è possibile leggere i dorsetti. Altrimenti sono impilati a partire dal pavimento, magari su più file, bisogna ficcare le dita tra la polvere, scostarli e curiosare. Non importa quanto cercherai bene: sai che non potrai mai esaminare tutto, tutti gli angoli dimenticati, tutte le scansie sommerse dai volumi, e qualcosa per forza dovrà sfuggirti. La sensazione è strana, come essere un  cercatore d’oro col setaccio in mano, hai esaminato con cura quella parte del fiume, ma magari c’è un pepita brillante, una piccola pepita, solo qualche metro più in là, magari, e basterebbe setacciare per un metro, solo un metro, un metro ancora, ma il fiume è così grande!

Ci si trova di tutto: volumi in inglese, in cinese,  in arabo, in Malay. Romanzi, dizionari, vecchi fumetti, manuali scolastici (dai sussidiari delle elementari ai libri universitari), una massa consistente di romanzi commerciali e best seller, dai primi anni settanta fino a quelli più recenti. L’amico menzionato prima si appassiona alle guide di viaggio, e se ne trovano di recenti e di antiche, di ben tenute e di completamente rovinate. Ci sono anche libri di naturalistica, di economia, di ingegneria. Trovo diversi manuali di fine anni ’70 su come scrivere i compilatori. Insieme ad un antico manuale di linguaggio Cobol, farebbero la gioia di una schiera di appassionati di vecchie tecnologie. Serie in cofanetto (cartonato lurido) dei libri di 007. Grandi classici inlgesi rosicchiati dai topi; Jane Austen, Shakespeare, Dickens. Urtare dei libri e farli cadere, per sbaglio, raccoglierli per impilarli e accorgersi che in mezzo c’era un fumetto di Tarzan in un alfabeto non familiare. Le dita asciugate e cotte dalla polvere e dalle pigine secche che han bevuto l’acqua dei polpastrelli.

Viaggio leggero e non posso mettere in valigia che pochi volumi. Trovo un piccolo breviario di embriologia di fine anni ’60, in bianco e nero, con schemi e disegni. Lo appoggio temporaneamente su uno scaffale, pensando ingenuamente: tanto lo ritrovo. Perso per sempre. Non riuscirò più a metterci le mani, il labirinto se l’è ripreso, non me lo vuole più restituire.

Alla fine, ad un prezzo ridicolo, compro due libri. Uno è un atlante delle malattie del cavo orale, con 142 foto disgustose di tumori, odontomi ed infezioni (foto collezionate a Londra negli anni ’80, il libro è poi stato donato ad una biblioteca del British Council malesiano, che l’ha debitamente timbrato). L’altro libro si intitola Castle Death, nella sua edizione originale del 1986: valore affettivo incalcolabile. Lo lessi per la prima volta a 10 anni, tradotto in italiano come Il Castello della Morte, e non ho resistito quando l’ho rivisto in inglese, complice la mia padronanza della lingua leggermente migliorata da allora. Si tratta di una di quelle storie a bivi, dove il lettore decide quali saranno le azioni dell’eroe, che invitabilmente deve salvare il mondo sventrando orribili mostri. E quale bambino di 10 anni (o ingegnere di 29) non ha mai voluto ammazzare i mostri a colpi di spada? L’ho riletto (rigiocato) con gusto sull’aereo che mi portava da Penang a Singapore.



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