I libri migliori

Taccuino di un venditore di libri (4)

In libreria ormai si fidavano di me e così avevo accesso ai contenuti di quelle teche preziose persino nei periodi di maggiore afflusso studentesco. Marco sorrideva in silenzio, mentre una sua collega mi accompagnava nel punto d’ingresso che io stesso le indicavo, apriva con la minuscola chiave e, voltandosi, tornava a mansioni più tangibili.

All’epoca di cui sto parlando, esattamente come succede con lo sviluppo e con il degrado urbano di una civiltà imbarbarita, dove è alla mercè della verità dell’uomo soltanto ciò che è visibile, mentre è per la gloria dei Cieli tutto il resto, c’erano, o meglio, esistevano per i miei occhi solamente tre tipi di cofanetto. Il primo, il più nobile e riconosciuto, il re dei re, era un oggetto imponente, bianco come la saggezza, come il sapere incontaminato e come la qualità dell’emozione che mi trasmetteva al tocco. Bianca era la scatola, con un’illustrazione incorniciata in un quadrato rosso; bianca era la costa, non più termometro innalzato e pronto a misurare le temperature del pensiero, né dito ammonitore, indice, ma vasta superficie da ammirare coricata, dall’alto, come un occhio satellitare su una salina, con il nobile nome e il titolo sopraelevati e la casa editrice recintata da due sottili linee d’orizzonte rosso fuoco, là in fondo.

Un segnalibro di stoffa marrone faceva capolino ai piedi del corpo, proprio come succede con il laccio allentato di una scarpa, e lo spostamento di quel lembo nel tempo, lungo la costa del volume, segnalava l’approssimarsi della meta.

Anni dopo mi capitò di camminare cauto in un’anticamera d’un appartamento sconfinato e profumato di noce, e in quell’anticamera, fieramente isolata dalle altre decine di metri lineari di scaffalature, una libreria di prestigio, intarsiata e lucida, portava con orgoglio il peso di tutti i re bianchi fino a quel momento pubblicati. Allora mi venne in mente l’antica diatriba mai andata fuori corso tra gli amanti della musica jazz e in particolare gli appassionati del vinile, i quali, quando avevano l’occasione di puntare gli occhi sulla discografia di un loro simile, misuravano la potenziale affinità e l’eventuale sigillo di un sodalizio in base alle coste bicolore, nero e arancione, dei dischi dell’etichetta Impulse! e alla loro collocazione. Non bastava infatti una presenza numerica significativa di quei titoli; altrettanta importanza aveva il criterio di posizionamento: andavano accorpati, in modo da formare la stilizzazione musicale dell’ape oppure dovevano essere smistati in ordine alfabetico in modo tale da non perpetrare l’ingiustizia estrema, disunire l’opera di un musicista?

Un dilemma che non toccò i miei pensieri né allora né in futuro. Potei permettermi infatti, grazie a una paziente e prolungata caccia per bancarelle, soltanto due regnanti: l’opulenta e pingue Opera in versi di Eugenio Montale e il tagliente profilo osservatore de Le Satire di Aulo Persio Flacco. Più tardi, nel 1994, ruppi un salvadanaio virtuale per la pubblicazione di Harmonium, quarant’anni di poesia di Wallace Stevens: lo pagai un sesto o un settimo del mio stipendio di libraio, senza tentennare o calcolare alcunché. Ci pensò poi l’autore a congelare i giorni e le settimane, e con loro l’economia domestica. Potere di re.

La seconda famiglia di cofanetti apparteneva invece alla giurisdizione delle regine. Leggeri e aggraziati, delle dimensioni di una mano adulta aperta, con una costa leggermente convessa, come in attesa di un erede, indossavano una veste di sapiente fattura, che le sartorie della corte avevano disegnato per due profondità di sguardo: quello morboso, anatomico, fremente di desideri inconfessabili e assetato di maieutica della nudità, che andava a placarsi sulla veste blu pelle attaccata allo scheletro, alla costa ossea, e quello ingentilito dall’etichetta e dal pudore, ma non meno pruriginoso, al quale era concesso rimirare una trama dorata a maglie larghe, una sopravveste di fili nobili organizzata come un acquedotto romano, ma con la struttura portante del pensiero sostenuta dai vuoti e l’organza della seduzione resa opaca dal nobile metallo. Non so se in omaggio all’antica idea di un femminino biforcuto o semplicemente perché gli apparati critici, le introduzioni e le postfazioni, le note e la biografia occupavano vaste porzioni di libro alle periferie dell’impero, quei cofanetti blu-oro contenevano due segnalibri, scaturiti, come gemelli, da un punto centrale della costa superiore e liberi nel loro sviluppo verticale di separarsi e perdersi fino agli estremi confini di quell’unico mondo possibile.

Capitava, a volte, di incontrare regine madri fedeli alla tradizione e alla storia. Si distinguevano dalle altre per la prima veste, che era stata imporporata, e per la posizione dei loro scranni, più appartati e protetti, quasi nascosti, per spregio del vanto espositivo, nelle teche della libreria universitaria come di ogni altra libreria della città, tanto più che sapevano perfettamente, quelle sapienti, di essere interpellate da una minuscola parte del popolo dei lettori in virtù di un bisogno immune dalle tentazioni dell’esposizione. D’altra parte, ad equilibrare quelle Severe, interveniva la terza tipologia di regina, la Vanesia, o per meglio dire, la Speculare Post Mortem: la Casa Madre, quel Generatore Editoriale di Regine, aveva a un certo punto varato la collana di Album fotografici. E se, di norma, come ben sanno i biografi scrupolosi, l’opera di un autore non è necessariamente il distillato puro della sua vita, il percorso degli Album procedeva inversamente, cercando i sintomi della scrittura negli scatti di famiglia, negli umori paesaggistici, nella mappatura degli strip-tease psicanalitici: figli, madri, mogli, mariti e amanti, case abbattute da guerre, riunioni di redazioni, tavolate dopo il passaggio delle portate e delle caraffe, fedeli animali, compagni occasionali; in una sola espressione, Specchi su Specchi, sebbene, come scrisse William Butler Yeats, d’altra parte un uomo pare così consapevole del proprio fascino, «If I make the lashes dark / And the eyes more bright / And the lips more scarlet, / Or ask if all be right /From mirror after mirror, / No vanity’s displayed: / I’m looking for the face I had / Before the world was made.»

Come avrebbe affermato Claudio, passeggiando su e giù lungo il libro squadernato della città, «Sto solo cercando di capire come suona Corso Sommelier 27» o «Mi piacerebbe scoprire se Via Po 13 può improvvisare il jazz».

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