Recensioni

Centoparole: Pia Petersen


Pia Petersen, Parfois il discutait avec Dieu, Arles, Actes Sud, 2004.

Non c’è un plot narrativo, come dicono i recensori e gli editorialisti, in questo romanzo, opera seconda di una scrittrice danese trapiantata in Francia. O forse c’è, nell’accezione più estesa del termine, come principio di narrazione e non come trucco narrativo: è la città, Parigi, ma potrebbe essere una qualsiasi metropoli occidentale, vista dal basso attraverso lo sguardo innocente, di un’innocenza recuperata dopo il rifiuto di ogni convenzione. Hadrien, o uno dei cento nomi che usa quando qualcuno gli chiede come si chiama, è un clochard, che nessun disastro famigliare, nessun fallimento sul lavoro, né l’alcol o le droghe, hanno spinto sulla strada, ma un attacco di claustrofobia, l’improvvisa impossibilità di rimanere più a lungo impigliato nella rete dei doveri, delle convenzioni, dei ricatti che la società moderna impone ai suoi felici abitanti, condannati a una felicità senza scampo, in cui non solo il denaro e il benessere, ma anche una fitta rete di legami personali in gran parte basati su regole tanto immotivate quanto inviolabili, li condanna all’obbedienza assoluta. Verrebbe voglia di dire: un romanzo sommesso, in cui la lezione di tanta letteratura sociologica e filosofica sulla decadenza interminabile e temuta della società capitalistica, o come la vogliamo chiamare, viene tradotta nel monocorde, flebile e a tratti patetico borbottio di una delle innumerevoli creature che neppure riusciamo più a vedere, a cui possiamo allungare a volte un’elemosina distratta, ma che rimangono, con la loro impresentabile e importuna presenza, ai margini del nostro sguardo, scarti fastidiosi di un processo di trasformazione che non ammette devianze, eccezioni, cammini inversi o volontaria estraniazione. Romanzo lirico, anche se parla di pastrani maleodoranti, urina, fame, freddo, angherie, moralismo razzista, intolleranza spicciola e quasi inavvertita. Ma il cuore del romanzo non è la difesa, un po’ scontata, degli ultimi, dei vinti, dei dimenticati, e neppure la denuncia degli altri, dei benestanti, benpensanti, dei borghesi facili a scandalizzarsi per tutto ciò che non assomiglia alla loro ossessione di ordine e pulizia. Pia Peterson, come un illuminista del settecento che si serviva del selvaggio per poter meglio descrivere e mostrare la società dell’ancien régime vista dall’altro, inscena la fenomenologia del moderno selvaggio, il disadattato, l’estraneo alle norme, per gettare uno sguardo disincantato su quanto ci appare come del tutto ovvio, dalla mania del telefonino, al traffico che emana veleni e rumori, dalla calca grottesca nei metro alla irosa difesa della proprietà, con i suoi guardiani feroci, i suoi soprusi mascherati dall’asettica e impersonale esigenza della legge. Anche l’immaginaria, o quasi, storia d’amore del clochard, è meno lo svincolo obbligato di una soap opera che la denuncia accorata di una umanissima, disperata e infantile paura della solitudine, così come il suo sogno di raggiungere un’ideale regione del nord, dove la vita sia razionale e armonica, sembra una citazione, appena modificata, dell’esotica Olanda sognata da Baudelaire. A differenza della Leggenda del santo bevitore, qui non c’è alcuna redenzione possibile, perché non si tratta di un inferno privato ma di una tragedia collettiva.

Bruno Nacci

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