Senza categoria

Taccuino di un venditore di libri (5)

Un re e una regina non potrebbero esistere senza la presenza di un consigliere, né regno cartaceo si dispiegherebbe in difetto di una figura multiforme, che sappia essere al tempo stesso seriosa e lieve, asciutta e esagerata, formata dall’estro e dalla contabilità, accomodata nel corridoio di passaggio che unisce il salotto del fumatore pletorico e la stanza spoglia, arredata di sabbia, dell’anacoreta. Era questa la terza famiglia dei cofanetti, la famiglia dei Ciambellani, con il cartone bianco e la fotografia dell’autore o dell’autrice scontornata e schiacciata tra titolo e curatela, la costa rossa purpurea bordata d’oro, il doppio segnalibro di stoffa e una sovracopertina trasparente.

Non so per quale ragione, ma nonostante la forte somiglianza con i cofanetti-regina e un prezzo parzialmente proibitivo, acquistai all’epoca e anche in seguito, pochi Ciambellani, ed ebbi poi modo d’osservare, da libraio, che persino tra il pubblico interessato a quella forma di libro, tali opere erano poco sfogliate e acquistate. Ma, forse, ciò che vidi fu solamente un caso, come fu un caso che il mio primo editore visibile fosse proprio quello dei Ciambellani, quando oltrepassai per la seconda volta lo specchio e da avido lettore diventato libraio diventai libraio che pubblicava dei libri, una vicenda che non ha alcuna attinenza con questo taccuino e che, perciò, abbandonerò qui.

Avevo altri desideri, mentre sfioravo il corpo dei cofanetti della libreria, li accarezzavo, li prendevo a volte per sentirne il profumo e saggiarne con i polpastrelli la consistenza delle pagine, passando un dito sui titoli dei libri contenuti in ognuno, come un bambino che sta imparando a leggere, e calcolando approssimativamente il costo dei singoli volumi per ricavarne una cifra finale e paragonarla al costo del re, della regina e del ciambellano, e infine, con una smorfia di resa, riposizionarli nel loro scranno, o scrigno, o salone degli specchi, magari perfezionando l’allineamento, un piccolo gesto che per qualche sentore percepivo accompagnato da molti occhi dietro le mie spalle. 

Erano i desideri non coltivati, incontrati casualmente nelle mie scorribande per libri usati o esposti in vetrine di librerie di altre città, librerie che incrociavano per un attimo la mia vita e che, senza muoversi, se ne sarebbero andate via, lontano, per sempre.

La Grande Madre Distribuzione non aveva ancora steso i suoi artigli uniformanti e così avevo imparato, una passeggiata alla volta, un viaggio in treno alla volta, che gli editori appartenevano ai quartieri, che avevano a che fare con il panettiere e il macellaio, con la vecchia signora del sobborgo, beneamata da tutti, con lo strano del rione, quello che l’ombrello e la macchina da cucire li faceva incontrare sul tavolo anatomico dei suoi sguardi, ignaro dell’esistenza di Isidore Ducasse e del funzionario dei sogni André Breton, avevano a che fare con le losanghe umane del vicinato, sempre pronte a spaiarsi e ricomporsi come un gigantesco Arlecchino andato fuori fuoco. Gli editori, soprattutto quelli che raggiunsero un primato di aurea precarietà nei tardi anni Sessanta e nei primi Settanta, erano adottati a loro insaputa da roccheforti e cittadelle, da comuni imponenti come un puntino sparpagliati a caso nelle pianure o alle attaccature dei monti, in luoghi spesso remoti, nemmeno immaginabili dalle piccole redazioni, dai salotti di appartamenti privati diventati uffici, dalle cantine e dalle mansarde adattate a magazzini, dalle sedi editoriali, e questo grazie ad omini cervanteschi, gente che in paese aveva aperto una cartolibreria e poi si era innamorata di un colore, di una consistenza, di un carattere, di un’illustrazione, di uno o molti autori, di uno o molti titoli, incurante della difficoltà di ottenerli, di riceverli proprio lì, lontano da tutto e da tutti, al contrario, resa forte dalla cocciutaggine della lontananza, gente invincibile e cool, come si direbbe oggi o, semplicemente, Gente nel tempo, come avrebbe detto Bontempelli quarant’anni prima.   

Mi capitò diverse volte di vedere nei luoghi più impensati un’opera che mi attirò immediatamente per la sua mole e per il suo colore sgargiante, provocatorio, definitivo. Non riuscii mai a sfogliarla per i più disparati motivi che i librai o i bancarellai mi illustravano pazientemente: era stata legata stretta, quasi come una rete anti-massi, per impedire cadute e ammaccature; l’avevano incellofanata dopo mesi e mesi di mani e manate, tanto alla fine non l’acquistava nessuno; era stata collocata in un luogo scomodo, accessibile solamente ai volatili; mancava un volume, non la vendevano (meravigliose quelle figure estinte di vecchi trafficoni di carta che raggiungevano un certo libro, una certa opera, e poi si rifiutavano di liberarsene a favore di un ricavo anche significativo). 

Era il Novecento Rosso, così perlomeno si depositarono nella mia memoria quei dieci volumi imponenti, il secolo stampato in enorme cifra nera e la fascetta che recitava: «gli scrittori e la cultura lette», «raria nella società italiana», scritto esattamente in questo modo, la frase disposta su due righe, senza maiuscola, come a continuare un discorso iniziato da sempre e che sempre avrebbe continuato a dispiegarsi, nonostante i margini del 1° gennaio 1900 e del 31 dicembre 1979, anno di pubblicazione di «Novecento – I contemporanei», questo era il suo titolo esatto. 

Le librerie vecchie, di pacifica esistenza famigliare, che accolgono la carta stampata e rilegata, indistintamente, per rispetto e deferenza, finché spazio non la separi; quelle librerie un po’ fuori da ogni logica minima di mercato, sospese, quasi congelate in un cortocircuito di scialli e vassoi, the bollenti e zuccherini incartati, eppure conservate da una glaciazione benigna ad immagine del fondatore, quelle librerie furono il mio lasciapassare per vivere, almeno in parte, l’adolescenza, il principiare della passione, in decenni a me preclusi per motivi anagrafici. In nonluoghi simili scoprii l’esistenza di altri cofanetti, figure nuove nella mia costruzione mentale del reame, personaggi senza tradizione né seguito, trovati lì, in mezzo alla baraonda dell’inappropriato, confusi e mimetizzati nella catasta dei gialli spiegazzati, dei rosa stropicciati, dei bianchi sporchi, quasi crosta del pane, che avvolgevano i romanzi d’amore ungheresi degli anni ’30 e ’40.

Comprai, attirato dal nome di un autore che con le sue opere giovanili aveva sparpagliato nelle mie veglie notturne fantasticherie luccicanti, un romanzo bruttissimo e infinito di Louis Aragon, «I viaggiatori dell’imperiale», pubblicato però mirabilmente con una rilegatura rigida bicolore, costa rosso fuoco, copertina antracite e nome dell’autore, titolo e nome dell’editore in corsivo dorato microscopico, di un’eleganza quasi invisibile: la migliore. Era il decimo volume della collana «Biblioteca Europea», inaugurata con tre autori, tre prolifici pesi massimi, che oggi ai lettori non dicono quasi più nulla: Roger Vailland, Jules Romains e Arnold Zweig. Chissà cosa direbbe oggi quell’editore che tanto aveva creduto in un’idea culturale senza confine, europeista e alta. Si potrebbe, anteponendo il prefisso di Milano, telefonare e attendere che accada qualcosa dall’altra parte della cornetta: il numero, nel 1961, era 896.338.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...