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Formiche e galassie

di Lamberto Gentili

Poi, quando mi sono seduto accanto al formicaio, m’è tornato in mente SMM J2135-0102. Se non avessi avuto la determinazione di mettere nero su bianco queste parole non mi sarei mai deciso a scrivere qualcosa sui pensieri che ho in testa da qualche tempo, che si vanno accumulando senza che i più recenti riescano a scacciare i precedenti, né a reprimere quelli incipienti. Il ‘poi’ dell’incipit si riferisce alla sequenza di pensamenti in conseguenza dei quali ho cominciato a considerare la possibilità di interrompere un lungo silenzio. Mi trovavo in montagna, la mia montagna di sempre che frequento battendo itinerari che, alla fine della primavera o in autunno, mi conducono a certe fungaie non molto battute perché poste in zone discretamente impervie.

Fino a qualche anno fa, arrivando in quota, sapevo di poter incontrare almeno un gregge, annunciato dal greve don dolon del campano o dall’abbaiare dei cani; altrimenti, mentre procedevo, ero certo che, da qualche parte, un pastore mi stesse osservando, col pensiero rivolto all’insensata gratuità del mio arrancare con fatica, raffrontandola alla sua sofferta costrizione quotidiana. In questi giorni di fine primavera, in queste dolci asperità appenniniche, scomparsi pecore e pastori permane ora un silenzio assoluto che durerà fin quando la montagna non sarà aggredita da mandrie brade di buoi e cavalli che, alleate al sole agostano, riusciranno a renderla brulla e fin quasi sgradevole; se non ci fosse almeno il vasto panorama a compensare da solo la fatica dell’ascesa. Non voglio metterla sul descrittivo, come altre volte mi è capitato di fare con grande partecipazione, perché sono rimasto colpito (nel senso della ‘battaglia navale’) dalle affermazioni contenute nell’introduzione a una smilza silloge di un poeta taoista di nome Bai Yuchan. Il volumetto l’avevo acquistato per pura vanità perché il titolo – Con il braccio piegato a far da cuscino – ritenevo che richiamasse un mio antico verso – có lle menòcchja a ffamme da cuscinu.

Le quartine del maestro calligrafo e poeta itinerante, vissuto tra il XII e XIII secolo, sono ispirate al mondo naturale e all’ebbrezza. Una vera delizia di petali cadenti, di brezze, fiocchi di neve e di serene bevute al chiarore di luna (La passeggiata primaverile durata un’intera giornata / mi ha reso ebbro come se avessi bevuto; / non so dove ho mai visto / uno splendore così accecante. / Il vento primaverile fa danzare l’acqua / resa verde dai pioppi e dai salici; / la pioggia spande le sue gocce sui monti / resi rossi dai meli selvatici.). A ‘affondarmi’ sono state le poche righe del curatore nelle quali afferma che occorre smentire i luoghi comuni sul carattere meramente descrittivo della poesia classica cinese. Perdipiù, a questo proposito, propone nell’appendice un sintetico ma complicatissimo disvelamento della tecnica poetica, della sequenza tonale, delle rime, attraverso schemi e simboli e di quant’altro necessario per addentrarsi, con un minimo di consapevolezza, nelle quartine eptasillabiche di Bai Yuchan. Non avevo, dunque, capito niente – come spesso mi succede – di versi come questi: Accigliato per la nebbia, corrucciato per la pioggia / arrivo alla fine di questa giornata. / Il calore e il profumo di un pallido fuoco / dissipano la desolazione. / Sotto la luna, bevo quel poco che resta / del Vino dei Mille Giorni, / mentre nel frastuono delle nubi che si scontrano / si inserisce la nota di un flauto. La mia lettura era sconsideratamente superficiale, e si limitava ad apprezzare solamente la buccia di un frutto ben altrimenti polposo.

Tuttavia, non essendo io un cinese, né avendo intenzione di scrivere quartine eptasillabiche, o, da giapponese, neppure un haiku da sviluppare con le classiche diciassette sillabe, potevo limitarmi ad accogliere la nota del prefatore come un semplice rimbrotto e continuare a bearmi dei frutti del mio semplicismo. Non posso negare di avere anch’io la colpa di scrivere, a volte, in modo puramente descrittivo, seppure senza sottigliezze misteriche; e «poiché si fanno peccati anche di pensiero» – così andavo rimuginando, affrontando con affanno l’erta erbosa – «voglio d’ora in avanti reprimere sul nascere le fruste espressioni che mi affiorano per inveterata abitudine alla vista della moltitudine di fiori che vado scoprendo e delle più alte montagne parate all’estremo fondale, ancora striate di neve». Quando, per riprendere fiato, mi sono sdraiato sull’erba ancora non del tutto asciugata dal primo sole, ho potuto scrutare il cielo sperando nella mitica apparizione dell’aquila. Ciò che vidi fu un falco, molto in alto rispetto al fondovalle ma molto meno dal ripidissimo versante dove mi trovavo, che stava acquistando quota con ampi giri, senza muovere penna.

Poi, con un volo mirato è sopraggiunto un falco di taglia più minuta – la femmina, ho pensato –, che ha cercato di infastidirlo interrompendo il suo percorso ascensionale; in breve si è manifestato un vivace gioco con l’inseguito che, con un colpo d’ali, si proponeva repentinamente come inseguitore. «Ecco, non è forse sufficiente un semplice appunto per conservare memoria di tutto ciò, considerando che non nutro velleità da autorello e che non saprei, né sarebbe giusto, ispirarmi a Bai Yuchan, neppure per esprimere l’innegabile affinità spirituale che avverto? E poi, io …, io sono pressoché astemio mentre il vino è una componente importante della sua poetica: “Con le maniche fluttuanti, danzo ubriaco / inchinandomi alle mille cime e alla luna, / e cantando / rinuncio a dimorare fra le nubi dei Nove Cieli…”» Nel salire continuavo il ragionamento: «… perciò, se proprio non posso reprimere l’emozione per le schermaglie amorose dei falchi stagliati in quel cielo limpido, ma un po’ insulso nella sua metallica monocromia, mi basterà scrivere: “Monte Maggiore, 2 giugno 2010, ore 9,30. Il gioco dei Rapaci”. Che senso avrebbe impiegare ore e ore nel tentativo di far combinare qualche decina di parole per comporre una mediocre poesia per poi provare, in fondo, una soddisfazione non dissimile da quella che si percepisce quando si riesce a chiudere un complicato cruciverba?» Via via che salivo di quota potevo cominciare a procedere longitudinalmente, seguendo il versante della montagna che si andava addolcendo, poiché gli alberi che limitano la costa rocciosa che avevo affrontato con una via diretta, erano ormai più in basso. Nell’avanzare mi sorprese un’allodola che volò via non lontano dai miei piedi. La vidi rifugiarsi, con un breve frullo, poco sotto a dove mi trovavo, nel fitto di un cespuglio di ginepro, di quelli che a causa della neve e del vento dell’altura non sviluppano in altezza, ma formano una sorta di compatto cuscino verde. So riconoscere con facilità le allodole perché il loro trillo gioioso mi accompagna spesso, e, di solito, riesco vederle sospese nel cielo, controluce, riparandomi gli occhi con le dita tese a mo’ di visiera. Gettando lo sguardo laddove l’uccello si era levato, non mi fu difficile individuare, neppure troppo mimetizzata nell’erba, l’accurata concavità del nido che conteneva quattro piccole uova color caffellatte. Mi sono chiesto se l’allodola avesse abbandonato la cova per porsi in salvo, o invece, richiamando l’attenzione su di sé, non avesse messo in atto una strategia in difesa dei fragili gusci, forse prossimi a schiudersi. Il dubbio è destinato a permanere, ma, chi volesse trarre spunto da un simile incontro per una composizione eptasillabica (coniugando il nido e il suo contenuto, la brezza che muove le piccole orchidee appenniniche, i panorami azzurrini, il desiderio di salire, il respiro affannato e l’enigmatico volo dell’uccello; ovviamente, scegliendo, data la brevità del componimento) dovrebbe mettersi in gioco e propendere, seguendo la propria naturale inclinazione d’animo, per l’una o l’altra interpretazione. In poesia la verità non è richiesta …

«A che pro questo turbinio di pensieri? Non è sufficiente» – riflettei ancora una volta – «un semplice: “Monte Maggiore, 2 giugno 2010, ore 10,45. Il dilemma dell’allodola”? Non mi metterò lì a centellinare le parole per ore e ore al fine di cercare la quadratura di una composizione che dovrebbe richiamarmi alla mente l’emozione di quell’attimo in cui l’allodola ha voluto attirare la mia attenzione e ho scorto le uova annidate nell’erba decidendo anch’io istintivamente di non inginocchiarmi ad analizzarle perché in cuor mio ho retoricamente già optato per la generosità dell’istinto materno e per nulla al mondo avrei voluto – soffermandomi – spingere l’allodola all’abbandono facendole ritenere il nido violato e ormai perduto. Fantasticherie senza costrutto», pensai con scetticismo. «Più concretamente posso limitarmi ad affermare che, seguendo il ragionamento poc’anzi elaborato, in un ipotetico cahier de poésies pensées avrei già annotato sia Il gioco dei Rapaci, sia Il dilemma dell’allodola; ma prima della fine dell’escursione mi aspettano, come sempre, altri stupori.

Poesia poesia poesia è questo il rovello sono circondato per non dire travolto dai volenterosi esercenti di poesia come il mio ex collega non molto simpatico il quale incontrandomi proferisce la minaccia «sto scrivendo: poi mi dai uno sguardo…» o l’amico «devo farti leggere alcune cosette di mia moglie» lasciando intendere che vorrà pubblicargliele contando sul mio avallo o l’antico compagno di parrocchia per il quale sto andando in tipografia per le sue ultime duecento pagine o la gentile amica che abita in una casa sull’Appennino che ha in mente solo i versi da comporre o il giovine filosofo che già si sente poeta laureato e organizza meeting di letture o la boccoluta professoressa che trionfa nei concorsi delle più disperse proloco o il figlio del professore che mi ha operato grazie al quale non è stato difficile trovare una schiera di illustri esegeti resecati o resecandi di prostata e quant’altri di una fauna inesplorata e poi io con i miei ridicoli dubbi le perduranti afasie le patetiche soluzioni. Silenzio SILENZIO SILENZIO. Che bello il silenzio! E com’è musicale e pieno di». Dopo un luogo tratto di cammino mi sono addentrato in una valletta nella quale sapevo celarsi una prolifera fungaia, un folto semicerchio di verde intenso in prossimità di un agglomerato di ginepri e di tralci di rose canine graziosamente ricurvi che sarebbero piaciuti a Bai Yuchan. Ho deciso di bere un sorso d’acqua dalla borraccia (ahimè, non del ‘suo’ vino!) e di sbucciare l’arancia che avevo recuperato dal fondo dello zaino semivuoto. Avanzando senza alzarmi, ma semplicemente lasciandomi scivolare con le terga sull’erba e aiutandomi con i tacchi, mi sono avvicinato alla pronunciata gibbosità di un bel formicaio. La superficie del mirabile ‘manufatto’ era piatta, di colore ferrigno, costituita com’era da una miriade di foglie aghiformi secche cadute dal vicino ginepro, che gli ingegnosi imenotteri dovevano aver scelto per la facilità con la quale ogni ago poteva essere trasportato da ciascuna formica operaia. Il pianoro sommitale brulicava d’insetti bruni e vagamente rossastri, impegnati in un movimento apparentemente insensato, singolarmente somigliante a certe riprese aeree nelle quali si vede, accelerato, il traffico di un centro metropolitano.  Sono rimasto a lungo in osservazione, come ipnotizzato; in quella mia fissità stavo facendo scorrere le immagini di quand’ero bambino e fantasticavo sulle formiche che vedevo addentrarsi nel nido ritenendo che potessero penetrare, senza limite, in un sottostante mondo ipogeo.

Per una strana associazione d’idee è stato allora che ho ripensato a una notizia straordinaria che avevo ascoltato o letto da qualche parte… Dalla tasca posteriore ho tratto il portafoglio nel quale conservavo, da alcuni giorni, una strisciolina di carta sulla quale avevo appuntato una sigla per me emozionante (il metodo dell’appunto funziona, dunque!): SMM J2135 – 0102. Si tratta del nome dato a una nuova galassia la cui luce ha impiegato dieci miliardi (10.000.000.000) di anni per raggiungerci. Come non emozionarsi al pensiero di una luce che giunge da una silente immensità siderale in questa piccola entità che è la Terra, dove ci sono menti consapevoli e ci sono io accanto a un formicaio che sto cercando di compiere mentalmente il cammino inverso nel vano tentativo di comprendere lo spazio sotteso a quei 10 miliardi? Banalmente, consideravo che la luce della galassia non fosse direzionata solo verso me, come il fascio di luce di una torcia elettrica, ma che si sia analogamente irradiata per 10 miliardi di anni nell’intorno, dilatando di conseguenza lo spazio presunto dell’Universo; e l’angoscia per non riuscire a comprendere mi attanaglia come quando tanto tempo fa riflettevo sulla pur modesta lontananza delle stelle visibili e anche sulle insondate profondità colonizzate dalle formiche. Per pudore non ho voluto nominare la parola ‘Infinito’ sia perché l’uso che se ne fa, applicandola alle categorie del reale (spazio e tempo, ad esempio) contiene una insanabile contraddizione, perché ciò che è – tanto più se presuppone la Creazione – non può essere infinito, né infinitamente grande né infinitamente piccolo. Il Dio al quale taluni si rivolgono “ha creato le cose visibili e invisibili”; e le cose ‘sono’ in quanto hanno una forma e una dimensione. Credenti e miscredenti sono partecipi dello stesso mistero. Accanto al computer dal quale ora sto scrivendo conservo un quadretto con la riproduzione dell’autografo vissano di L’Infinito. L’unica correzione di mano del poeta è nel penultimo verso: [Così tra questa] / Immensità s’annega il pensier mio. Ma ‘Immensità’ dove’ sembrare, a Leopardi, troppo limitante del suo pensier, e allora si risolse alla cancellatura e a tracciare, appena sopra, la parola ‘Infinità’.

[Così tra questa] / Infinità s’annega il pensier mio.

Sss, silenzio SILENZIO SILENZIO: sto annegando!

Nardone era un poeta silenzioso. Abitando fuori città girava con un furgoncino Piaggio a tre ruote, molto rumoroso. Con le sue corte gambe che contrastavano con la testa troppo grande, si poneva talvolta sul gradino della fontana di Piazza del Mercato e improvvisava, con una voce squillante, feroci invettive all’indirizzo di malcapitati politici locali. Di notte però, quando c’era la luna, accadeva di trovarlo nel buio in un atteggiamento orante, con lo sguardo rivolto all’astro, il braccio teso in alto e la mano profferente come si vede nelle pale d’altare. Non una parola usciva dalle sue labbra, solo, di tanto in tanto, il gesto di dedica era reiterato con un breve movimento della mano. Che pronunciasse poesie o preghiere nessuno l’ha mai saputo… Ma forse il suo afflato era espresso compiutamente da quel silente gesto, estrema sintesi di un inesprimibile tutto.

Il ricordo di Nardone avrebbe dovuto condurmi a trarre una conclusione che ora non rintraccio nella mia mente. Del resto non è la sola cosa irrintracciabile della mia persona al compimento del settantunesimo anno di età. Nei giorni scorsi, trasferendo una parte dei miei troppi libri, ho ritrovato il Diario di una scrittrice, di Virginia Woolf, pubblicato nei Quaderni della Medusa. Sulla pagina del frontespizio avevo diligentemente riportato la data dell’acquisto: 2.8.’62. Perché l’avevo acquistato? Chi mi aveva suggerito quel titolo, o quell’autrice, considerando che dev’essere stato uno dei primi libri che ho pagato di tasca mia, chissà poi con quale provento, essendo allora senz’arte né parte? Ero; chi ero, io, nel 1962? Ho addosso quasi un tremore, perché vorrei ricacciare indietro una domanda che avverto come esiziale: «Chi sono, io, oggi?» Sono perfettamente consapevole della banalità del quesito: per questo, come Nardone (o come Bai Yuchan?) sto aspettando che sorga la luna. «Sss».

***

Lamberto Gentili è nato nel 1939 a Spoleto dove vive. Dopo un quinquennio come redattore e poi redattore capo a Roma del mensile Turismo Giovanile, rientra a Spoleto come corrispondente di Paese Sera, poi come funzionario addetto ai beni culturali nell’amministrazione comunale. È autore e editore di numerosi volumi:  un volume poetico intitolato Pastori d’Acera, Racconto in versi ove si tratta della fine della pastorizia in un paese dell’Appennino umbro, 2002; Fernando Leonardi, Sicché dunque percui…, Tutte le poesie con l’aggiunta di inediti, a cura di L.G., 2006; 24 poesie in dialetto spoletino appaiono su «Italian Poetry Review», 2, 2007; Grande Vocabolario del dialetto spoletino (1972-2008) In collaborazione con G. Cuzzini-Neri, 2008; La Spoleto di fine Ottocento nelle immagini di un fotografo romano, 2008-2009; Galeotti & Caracerieri nella Rocca di Spoleto dal 1817 al 1885, 2009. Scrive saggi per la rivista «Spoletium».

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3 thoughts on “Formiche e galassie

  1. Si, concordo anch’io. Un pezzo delicatissimo e denso di significati da trovare alla velocità di due formiche vapore navigando fino a quella galassia. Da leggere e rileggere.

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