I libri migliori

“Un mondo meraviglioso”, figure al margine e umanità grottesche nel romanzo di Vitaliano Trevisan

di Alessandro Angeli

Noi conosciamo infatti quasi

soltanto individui sfigurati dalla

natura e quindi dalle loro

disgrazie. Individui che si sono

rassegnati e conosciamo

solo pochissimi di cui si possa

dire che le disgrazie li hanno

portati al trionfo, al trionfo dello

spirito, come lui, Koler ebbe

a dire una volta.

T.B. I mangia a poco

I personaggi di Trevisan sembrano sospesi in una condizione primordiale e incosciente, non prendono decisioni e non partecipano alla vita degli altri, non hanno una volontà comune agli altri uomini, ma una tutta loro, particolare e con essa dialogano ripetutamente. Vivono tra realtà e visione onirica, tra eventi accaduti nella storia ed eventi prodotti dalla fantasia, mondo dei vivi e mondo dei morti. Appresa la lezione schopenaueriana sull’impossibilità di liberarsi dai vincoli del volere altrui, rinunciano alla disputa e al confronto e giocano da soli la loro partita allo scuro di tutto. Non sembrerà strano dunque usare il termine bestiario per riferirsi alla popolosa folla che abita Un mondo meraviglioso (Torino, Einaudi, 2003), il primo romanzo dello scrittore vicentino.

Il mutilato dei santini che attraversa chilometri e chilometri in salita e in discesa su una strana sedia a rotelle, per elemosinare di fronte alla chiesa nei giorni della funzione; il disgraziato operato al volto che Thomas, il protagonista del romanzo, chiama il mostro della maxillo facciale; il tizio glabro che sta sulla sponda del fiume a pescare e che dà a Thomas l’irrefrenabile voglia di buttarlo in acqua. È questo pescatore ad aprire la sequela di personaggi mostruosi che Thomas incontra sul suo cammino, figure che come lui vivono ai margini della città e che incuriosiscono la sua fantasia per particolari grotteschi, che molto spesso la gente normale non coglie. Mentre Thomas passando sulla sponda del fiume è sopraggiunto dal pensiero di buttare il pescatore in acqua, questi a sua volta si gira e lo guarda, come una terribile e istintiva rivelazione.

Thomas, che poco prima era stato raggiunto dal pensiero di spingerlo in acqua, adesso si trova di fronte lo sguardo del pescatore che lo scruta provocandogli una tagliente inquietudine. Egli è assalito dai sensi di colpa sui suoi precedenti pensieri e cerca di tranquillizzarsi dicendosi che in realtà non ha fatto niente. In quel momento si accorge che quel pescatore all’apparenza normale, ha in realtà qualcosa di strano. Qualcosa nel suo viso non quadra. La sua pelle è troppo bianca, le sopracciglia troppo nere, quel tizio in realtà è glabro e indossa un mascheramento per impedire alla gente di accorgersene:

[…] forse la sua pelle così bianca…. sopracciglia nere nere su pelle bianca bianca. Fu allora che mi accorsi con orrore che le sopracciglia erano state accuratamente disegnate con la matita nera […].

Lui senza sopracciglia non se la sente proprio di andare in giro penso guardandolo e allora se le disegna con la matita nera. Per la pelata assoluta che è la sua testa tutto è più semplice: basta la bandana. Seguono le considerazioni finali:

Si ha un bel dire che la normalità non esiste, che nessuno in realtà è davvero normale, che tutti sono pazzi del tutto, che tutti hanno i loro problemi che è dura per tutti, etc… Non è così, pensavo, per qualcuno è davvero molto più dura che per altri, qualcuno non è davvero normale, qualcuno finisce davvero per impazzire, finisce per diventare in un certo senso, un mostro […].

La bandana che copre la testa calva del pescatore è la sua stessa pretesa di normalità. Tolto il velo, questa pretesa svanisce e si scopre che l’uomo si pittura le sopracciglia perché altrimenti non uscirebbe di casa. Thomas svelato il camuffamento si sente spaesato, quando il pescatore gli parla non pensa più di buttarlo in acqua, vorrebbe scappare, perché lo smascheramento del mostro è una rivelazione troppo grande per lui, ne rimane sopraffatto irrimediabilmente.

Ancora una volta è l’ambiente esterno che amplifica la diversità fino al paradosso, davvero il pescatore è un mostro per il suo aspetto esteriore, per gli esperimenti di trucco che applica al suo viso o è piuttosto il mondo mostruoso a tal punto da costringerlo a mascherarsi a quel modo? Thomas sceglie la prima ipotesi perché anch’egli si sente mostro, si sente braccato come un animale strano, tanto da rifugiarsi costantemente negli antri della casa, o nei bar deserti, nei libri.

Odia profondamente qualsiasi manifestazione popolare, si sente a disagio in mezzo alla gente e affoga le sue frustrazioni nel whisky e nella scrittura. È proprio questa interpretazione della realtà che lo rende diverso da il Thomas de I quindicimila passi. Il Thomas di Un mondo meraviglioso non è ancora un mostro, ne sente le avvisaglie, teme con orrore chiunque provi i suoi stessi disagi, è un mostro in fase embrionale e probabilmente lo diventerà, lo diventerà perché la stessa famiglia borghese, presente insieme a lui nel tabacchino dove Thomas va a comprare le sue Marlboro, esempio e orgoglio della civiltà cittadina, ha in sé qualcosa di mostruoso, nel suo cinismo, nel suo sprezzo verso il diverso e nella sua pretesa di assurgere a modello sociale.

Thomas sentendo il padre di questa famiglia dire qualcosa dentro il tabacchino, una volta fuori tenterà disperatamente di seguirlo, per cercare di captare i suoi pensieri, per sentire con i suoi orecchi ciò che là dentro aveva solamente intuito: «Bisognerebbe sbagliarsi col forcipe e farli fuori prima ancora che nascano». Questa è la frase che Thomas sente una volta che è riuscito finalmente ad accostarsi alla famiglia borghese e quantunque tutto sia confuso a tal punto da non capire a chi sia indirizzata, per Thomas, nello stadio confusionale in cui si trova, non è difficile collocarla al centro del suo disagio e farne la conferma del suo stato di isolamento ed emarginazione.

Verso la fine del romanzo, quando Thomas in preda al delirio nel reale  o all’incubo nel sogno, raggiunto da tutti i mostri che durante la sua giornata in città ha smascherato, con una pistola puntata addosso sta per essere ucciso, vorrebbe abbandonarsi alla morte ma non lo fa, non lo fa perché vuole sapere perché, perché lui dovrebbe cessare di essere un uomo per diventare un mostro come tutti loro. Thomas vive nel dubbio di essere uno di loro, ma di fronte a quel grottesco quanto inaspettato tribunale vuole saperne i motivi: «Questo almeno me lo dovete bastardi». Per tutta risposta viene accusato di un’azione che lui veramente ha commesso. Ha svuotato cioè il sarcofago della tomba di Kafka nel cimitero ebraico, togliendo dal suo interno i desideri sotto forma di biglietti di carta di tutta la gente che l’ha visitata, lasciandoci solamente il suo.

È questa la sua grande colpa, il suo egoismo esistenziale, che lo rende cieco davanti ai desideri altrui, come dirà subito dopo, il vecchio mutilato: «Lei non vede, si rifiuta di vedere l’evidenza». Quegli stessi occhi incapaci di allargare la panoramica del suo sguardo classificano gli altri come mostri. È per questo che Thomas ha paura di diventare come loro. Quando il vecchio gli dice di aprire gli occhi, Thomas è terrorizzato e li serra ancora più stretti, preferisce continuare a non vedere, non vuole vedere cos’è diventato. Quando finalmente li apre, quello che in realtà era un incubo arriva al suo culmine:

Aprii gli occhi. Per un attimo non vidi niente, solo un bagliore accecante. Poi il volto del Mutilato mi si disegnò sulla retina, i suoi occhi erano grandi e non avevano pupille. Perché non erano occhi, ma due specchi profondi che mi avvolgevano, riflettendo innumerevoli me stesso da ogni possibile angolazione, esterna e interna, in un istante mi vidi smembrato nell’indeterminato numero di istanti di tutto il mio tempo. Mi vedevo come mi ero sempre visto e come non mi ero mai visto e come ero stato visto da chi mi aveva visto anche per un solo attimo. E tutto prese a girare vorticosamente in un gorgo pauroso dal quale emerse ricomposta e nitida una sola immagine. Allora cominciai a urlare un urlo che non riconobbi.

Solo all’ultimo Thomas urla, urla perché è più accettabile vedersi scomposto in tanti frammenti conosciuti, piuttosto che appartenere ad un’unica figura profondamente ignota. Egli non riconosce quell’urlo perché viene da quella parte di sé nascosta, che più lo spaventa, opposta all’altra, che spartisce e classifica proprio come tutti gli altri, che crea quei mostri fra i quali sta per essere incluso anche lui. In quest’urlo c’è tutta la disperata rivolta di Thomas e la sua condanna. Appare chiaro allora che in Un mondo meraviglioso l’elemento disumanizzante è nascosto e allo stesso tempo svelato per tutta la durata del libro a cominciare dall’ironia del titolo, che serve a mascherarne un altro fin troppo esplicito: un mondo mostruoso.

Bibliografia di Vitaliano Trevisan

  • Un mondo meraviglioso, uno standard, Torino, Einaudi, 2003 (prima edizione Roma, Theoria, 1996).
  • Trio senza pianoforte, Roma, Theoria, 1998.
  • I quindicimila passi, un resoconto, Torino, Einaudi, 2002, premio Campiello Francia 2008.
  • Standards vol.1°, Milano, Sironi, 2002.
  • Shorts’, Torino, Einaudi, 2004, premio Chiara 2004.
  • Wordstar(s), Milano, Sironi, 2004.
  • Il ponte, Torino, Einaudi, 2007, premio città di Fabriano 2008
  • Grotteschi e arabeschi, Torino, Einaudi,  2009
  • Due monologhi, Torino, Einaudi,  2009
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