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Taccuino di un venditore di libri (6)

E poi, un giorno, non ricordo più in quale nonluogo, trovai l’eletto del regno, quel principe bambino che avrebbe trasportato il sole nelle commessure delle segrete e il pane tra le mani degli affamati. Un principe in tela rossa, con acetato e astuccio figurato, tre versi manoscritti riprodotti in anastatica e incastonati tra il corpo 72 modello «macchina per scrivere» usati per l’autore, il titolo e il nome dell’editore. Tre versi, già, perché ancora una volta erano i poeti ad abitare quelle dimore privilegiate. Paul Éluard, Wystan Hugh Auden, Pierre Jean Jouve, Jules Laforgue… altri non ne trovai. Persino il marchio editoriale richiamava luoghi inzuppati di poesia, o almeno così credevo, invece di attribuirlo più prosaicamente al cognome del fondatore, con quel verdeggiante e aspro richiamo all’epilogo di un amore solenne con annegamento incorporato. D’altronde, già all’epoca delle prime letture forti, i poeti erano per me figure principesche, e l’emozione di schiudere una smilza plaquette di versi equivaleva all’ascolto armonioso dei rumori della rilegatura che si assesta e della colla che si stiracchia quando si apre di schianto a metà un romanzo imponente per fare il gioco della prima riga a caso e misurare la temperatura della lingua.

Sulla nobiltà dei poeti non cambiai idea per diversi anni, poi il mio lavoro mi portò a conoscerne molti in carne ed ossa e allora dovetti ammettere a me stesso che gli aedi, i vati, i rimatori, i giocolieri del verso, gli sperimentatori, i filosofici, i crepuscolari e i lunari, gli avanguardisti della prima ora, i neoavanguardisti e i distruttori dei neoavanguardisti danno il meglio di sé dal regno dell’Ade. Un boccone difficile da digerire per un devoto alla causa. Oggi ci riderei sopra, anzi ci rido sopra e mi permetto persino una digressione per dare qualche consiglio agli amanti della poesia. Consiglio di amare i poeti da lontano. Ecco perché quelli morti sono i migliori. Non conosco nessun’altra categoria di «artisti» – prosatori, ballerini, attori, pittori e musicisti – la cui distanza tra il prodotto della loro arte e l’espressione delle loro esistenze (spesso equivalente all’immagine che hanno di sé stessi) sia pari alla distanza che intercorre tra un plateau royal di frutti di mare e ostriche bretoni e un piatto di merda italiana. In fondo si tratta di accettare una verità semplice e banale: ci sono solamente due specie di poeti. Quelli che vengono eletti dai lettori e quelli che si eleggono da soli. Chi ha letto molta poesia e poi ha organizzato degli incontri, vedendoli arrivare in libreria con il loro corteggio striminzito e quell’aria da «Spostatevi, che passa lo Spirito dell’Uomo», lo sa bene. E se, per estemporaneità mondana, dovesse mai capitarvi di imbattervi in uno di tali polli da allevamento, non fate l’errore di spostare la discussione su alcunché: con i poeti vivi, soprattutto se giovani, in special modo se italiani, conviene chiacchiarare esclusivamente della loro opera omnia e di cibo. Ricordatevelo: opera omnia e cibo.

Un altro editore i cui libri trovavo per caso negli angoli più polverosi e dimenticati e che ora mi viene naturale affiancare alla famiglia dei cofanetti, aveva incominciato la sua battaglia culturale a metà degli Sessanta in una città italiana lontana dall’Italia, ostica e spigolosa, spostata e franta come una barchetta sulla capigliatura di un pino marittimo dopo il passaggio di un pensiero attorcigliato, interrotta e ripresa altrove, fratturata come un enjambement, una città che forse proprio grazie a tali ostacoli diede all’editoria nazionale una manciata di figli encomiabili. Pochi invecchiarono e questo, in particolare, arrivò appena alla preadolescenza, salvo poi, all’inizio del nuovo millennio, per un incrocio di destini distanti, rinascere e gemellarsi – appena il tempo di una fioritura –  proprio con l’editore dei Poeti.

Nella sua prima e fondamentale emanazione l’editore-barchetta sceglieva di pubblicare proprio ciò che faceva al caso mio, poiché l’educazione dell’obbligo, con le sue direttive principali, non rispondeva a tutte le mie curiosità ed era incapace di supportare la metodologia da autodidatta che avevo infine scelto per procedere nell’esplorazione delle terre dei libri: l’analogia retorica. Amavo le ramificazioni, i rimandi, le bolle nascoste, le glosse, i riflessi, e poi amavo l’elezione dei padri spirituali dimenticati, le riabilitazioni, gli squat delle avanguardie, dove entravano e convivevano spalla a spalla il Talentuoso, il Dissipatore, il Maestro e l’Idiota Ornamentale, ma, soprattutto, amavo il suolo germogliante dei Minori che sono, ai miei occhi, gli unici autori che hanno sconfitto per sempre il Tempo. Per giustizia cartacea, dal momento che una scrittura non scaturisce già collocata e non emana da sé alcuna Minorità o Maggiorità, mi piacerebbe che quei fortunati ex post fossero premiati in vita con un’adeguata cerimonia istituzionale e relativa consegna di un attestato da parte della figura governativa preposta al mantenimento dei fermenti vivi culturali della nazione: «Lei è un Minore. Ecco la sua patacca e il suo assegnetto. E ora vada, vada pure.»

Intanto, passeggiata dopo passeggiata, città dopo città, riuscii a scovare, di quell’editore barese, il Viaggio sentimentale di Viktor Šklovskij, il teatro di Michail Bulgakov, un caseggiato da 800 pagine che anteposi alla lettura de Il Maestro e Margherita e, finalmente, un’opera in carta e ossa di un autore il cui nome avevo incrociato più e più volte, citato sempre con enorme deferenza a proposito di questioni dell’Est, di kafkerie e di schulzerie, ma anche di psicanalisi, decadenza, automatismi, visioni di Blake, disegni di Hugo, demonismo, pornografia, comicità e deragliamenti filosofici. Per me era già un eroe prima ancora di gettare gli occhi su una sola riga, e il rinvenimento di Insaziabilità e la sua avida lettura mi confermarono a ragion veduta lo statuto di Minore Sovrastante che avevo assegnato con un atto di fede a Stanisław Ignacy Witkiewicz.

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2 thoughts on “Taccuino di un venditore di libri (6)

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