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In cammino con il linguaggio: Alfonso Cariolato

di Luca Ormelli

Assegnista presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Padova, Alfonso Cariolato, orfano del magistero incomparabile di Franco Volpi ma forte del dottorato conseguito sotto l’egida di Jean-Luc Nancy presso l’Università di Strasburgo, curatore precedentemente, tra gli altri, di testi di Derrida, Nancy, Kojève ed in collaborazione con Enrico Fongaro dell’edizione critica di alcuni appunti inediti di Carlo Michelstaedter collezionati con acribia sotto il titolo di Parmenide ed Eraclito. Empedocle (Milano, Edizioni SE, 2003), «pubblica» oggi (ogni espressione di pensiero richiede infatti una esposizione, sia essa orale – punto nevralgico della trattazione di Cariolato –  piuttosto che scritta) per i tipi de La Carmelina Edizioni, commendevole casa editrice estense, questo libello dall’inequi-voca-bile assunto programmatico: Dare una voce – La filosofia e il brusio del mondo, squisitamente corredato di 11 «espressivi» biancoeneri fotografici della consorte Michela Agostini tematicamente enucleati come La superficie del fuori.

Sostiene Cariolato, in un orizzonte di «senso» dolorosamente personale ancorché postderridiano, che (pp. 47-48, corsivo dell’Autore):

«Il logocentrismo, o meglio, il fonocentrismo inerente allo sviluppo del pensiero occidentale è – più che il mero privilegio accordato alla voce a scapito della scrittura – la sovradeterminazione di una certa idea della voce che comporta come conseguenza inevitabile la svalutazione del segno scritto condannato come il luogo/non luogo dell’impossibilità stessa dell’imporsi di un senso (o del senso)».

Volessimo parafrasare attingendo al vocabolario giuridico potremmo dire che il pensiero occidentale, innervato come è ab origine di logos, quel medesimo logos di cui Platone «dirà» nella celeberrima apologia dell’oralità che è la Settima lettera [giova rammentare:  «In effetti, la conoscenza di tali verità (il mathema proprio del filosofo) non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende allo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da se stessa si alimenta…» (341 c-d, citata a p. 38)] sentenzia un «non luogo a procedere» nella sempiterna disputa sul conferimento del senso. Va da sé che, metafore iniziatiche di illuminazione a parte, quanto sostiene Platone dia l’abbrivio a Cariolato per una analitica della Voce intesa quale costitutivo «esistenziale» dell’Uomo non solamente in qualità di essere animato (laddove agevole sarebbe il fraintendimento col suono tout court, di quell’Uomo quale semplice uomo, indiviso dunque) bensì, aristotelicamente, «organico» alla teleologia stessa dell’Uomo incamminato verso la Sophia grazie ed in virtù del pensiero (dianoia) che articolandosi linguisticamente ed esprimendosi, esponendosi nel linguaggio (dialektos) lo differenzia dall’universalità degli esseri «univocamente» animati.

Dare voce ad un pensiero, dargli Voce implica dunque interrompere quel flusso disarticolato che è il pensare per offrirlo incrostato di matericità (parlare, vocalizzare è pur sempre materia d’aria, è arte inerente il pneuma, shakespearianamente non siamo fatti d’aria ma esprimiamo, espettoriamo aria, quell’aria che si rapprende del pensiero nell’impalpabilità della Voce). E, come puntuale ci rammenta Cariolato: «Si dà pensiero solo in un continuo, quotidiano perdersi» (p. 57).

Un perdersi al brusìo dell’Altro-da-sé, a quel brusio del mondo che se mi rappresenta d’altra parte mi aliena, interrompendomi, dal pensare che sempre, se son Uomo, mi è compagno sulla via del linguaggio. Un cammino quello del linguaggio in cui la singolarità dell’orante (diverso ma eguale è il caso dello scrivere) si fa veicolo della pluralità delle voci che l’hanno preceduto e condotto «fuori di sé», ad eccedersi come Socrate non manca di evidenziare nello Ione (533 e sgg.) laddove è il poeta, quale oratore e rapsodo per eccellenza assunto a paradigma dall’ateniese, ad essere colui che «(…) non è in grado di poetare, se prima non sia posseduto dal nume e fuor di senno e non più padrone della propria mente. Finché non si possegga questo bene, ogni uomo è nell’impossibilità di poetare e di profetare».

Non si parla dunque ma si è parlati, e specialmente i poeti, «esseri alati e sacri», si è giocati dagli dèi e dal loro divino potere (theia moira laddove moira, ci rammenta Cariolato, vale però anche parte, porzione), si «getta» (secondo una etimologia sostenuta dal Fick come riporta Ottorino Pianigiani nel suo Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana: radice di gioco è infatti l’indoeuropeo jak da intendersi come gettare, scagliare) la propria voce nel famedio delle voci che sempre mi sono «altre» poiché «il logos non è una voce, tanto meno quella del filosofo: non c’è voce che non differisca dal logos. Esso infatti articola prima di ogni voce la partizione delle voci. (…) Il logos costituisce (…) l’articolazione precedente alle voci, nelle quali pur tuttavia le voci già si articolano, e si dividono». Così Cariolato (p. 84 e sgg., corsivo dell’Autore) dando conto della lettura «ermeneutica» del suo mentore e psicopompo Nancy.

Quel che distingue, che differenzia il filosofo dal poeta in primis come pure dalla totalità degli oranti è l’agnizione, la coscienza della com-presenza di quel demonismo dell’oralità che Socrate «per bocca» del suo adepto Platone ha riconosciuto quale consustanziale, «essenziale» alla comprensione del pensiero, la cui ipseità riposa nei pelaghi oscuri ed inesposti del linguaggio ma si estrinseca nell’alterità delle voci, della Voce.

«Dare voce è esporsi» (p. 104, si badi al corsivo parimenti dell’Autore); la parola della filosofia, infatti «prende voce, non in un altrove afono, ma unicamente nella partizione delle voci – in questa fragilità straordinariamente resistente che è l’in comune» (p. 112). È aprirsi al confronto nel rispetto di quella dialettica che è permeata dal linguaggio nella misura in cui essa permea il linguaggio (dialektos) di cui è arte sottile, ineffabile.

Certi, ragionevolmente dubitando, che nessun senso sia unico, esclusivo in un mondo «dove tutte le voci si agitano insieme» e di continuo per farsi ascoltare, per comunicarsi nell’indistinto brusio di cui siamo, chi più chi meno consapevoli portavoce, in cammino con il linguaggio, quel medesimo linguaggio con cui, stante Wittgenstein «siamo in lotta» (in Pensieri diversi, Milano, Adelphi, 1980, p. 35) e di cui Heidegger, altro interlocutore con il quale Cariolato non esita ad incrociare il pensiero, ebbe a dire nella sua Lettera sull’«umanismo»: «Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori ed i poeti sono i custodi di questa dimora» (Milano, Adelphi, 1995, p. 31).

E-vocare da consapevoli negromanti i phantasmata del linguaggio è dunque compito dell’Uomo ovvero, come solennizzato dal Demiurgo Stratos, cantar(n)e la voce. Estote parati!

Riferimenti:

Alfonso Cariolato, Dare una voce – La filosofia e il brusio del mondo,  Ferrara, La Carmelina, 2009.

Demetrio Stratos, Cantare la voce, Milano, Cramps, 1978.

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