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Taccuino di un venditore di libri (7)

Trovai ancora un volumetto sottile ma sempre rilegato e sovracopertinato, nella tradizione dell’editore-barchetta, di un autore che avevo appena sfiorato appassionandomi all’Espressionismo tedesco in quanto avanguardia, addirittura la prima avanguardia significativa del XX secolo. Mi piacevano le avanguardie storiche perché mi trasportavano tutto intero dentro un’altra epoca, esattamente come un kolossal in costume sa accendere la fantasia dello spettatore occupandosi non soltanto del protagonista e dell’antagonista, ma anche delle comparse, degli sfondi umani, del respiro generale delle cose. Negli scatti ufficiali delle avanguardie c’era posto per quel respiro, magari inginocchiato ai bordi, appena tagliato, ma mai fuori fuoco. E alla fine, sono convinto che le opere – i quadri, le poesie, i manifesti programmatici, le coreografie, i film, le prose e, talvolta, i romanzi – fossero oggetti per il futuro, moneta di conio per la posterità, misteri da trattare, in quei giorni, alla pari con il nuovo cocktail inventato dal barista malinconico, con la gita nelle catacombe a mezzanotte ogni terzo venerdì del mese, con il guardiano di quel giardino in periferia che parlava una lingua tutta sua, con la gara di conchiglie lunari da raccogliere sulle rive della Senna o del Limmat. Sì, la posterità non valeva un ombrello, un cono di alluminio da indossare come copricapo, un tavolino in piazza, una chiesa di confuse simbologie, un appuntamento senza coordinate, un seno. Si sarebbe giustamente attivata più avanti, quando la Livellatrice Metafisica, al suo passaggio, avesse trovato ben poco da livellare, ma a quel punto non avrebbe avuto più alcuna importanza.

Il volumetto era Bebuquin o I dilettanti del miracolo di Carl Einstein, illustrato in copertina dalla «Testa meccanica» di Raoul Hausmann. Cinquanta pagine di pellegrinaggi casuali per caffè e vie contorte dei due amici Nabukadnezar Böhm e Giorgio Bebuquin, alla ricerca di un miracolo imprecisato che spazzi via il loro disagio imprecisato, il loro senso di inadeguatezza all’imprecisato vivere e a quello di tutti gli altri, come percepiscono imprecisatamente. Böhm sostiene che per risolvere la faccenda bisogna morire, il che non è forse un grande sacrificio perché loro, lui per lo meno, sono gia morti, all’incirca, forse, il che consente di modificare la realtà, anzi, di forgiare autonomamente la realtà vera. Meraviglioso.  

Ma allora che cos’è un Minore, mi domandavo sempre più spesso, fomentato da certe letture: un Irregolare? Un Disperso per sua stessa mano, come un mattiapascal delle Terre di Mezzo? È lui stesso una terra di mezzo? È questo il punto? Minore come medio, medio come indistinto, indistinto come introvabile? E se è introvabile, allora forse non esiste. Ma la critica non permette che una scrittura non esista, la critica deve collocare, è un compito a cui non può e non vuole rinunciare. L’unica figura che può assumersi la facoltà di collocare l’inesistente è ancora lui, il Poeta, meglio se idiota o maledetto o, al culmine della perfezione, maledettamente idiota.

Forse è proprio questa l’aspirazione suprema dell’autore minore in contumacia, il suo postumo sberleffo: rendere la critica una clownerie che non fa ridere, un consesso di Dottori Balanzone bofonchianti e Uomini-Cannone lanciati in alto dalla parte sbagliata, con le stelle attaccate alle natiche. Oppure è il tempo, niente di meno che tale banalità, il tempo del mercato con le sue leggi sul gusto, con le sue variazioni di tendenza indotte, con le viti, le vite allentate ad arte fino allo slittamento progressivo d’ogni valore e alla caduta, con i suoi baratti editoriali per far tacere i Dottori, per farli parlare secondo necessità e far tornare a terra gli Uomini-Cannone, quei megalomani delle suture celesti, delle concordanze. Ma, in fondo, si tratta solo di alta sartoria presidenziale passata di mano in mano agli stilisti della letteratura: quel far aderire perfettamente non un vestito a un corpo, ma il suo esatto contrario, il corpo ideale del lettore all’idea dominante – dominata dall’alto – del modista. Non possiamo farci nulla, sfilando nel tempo che ci è toccato, a parte, forse, gironzolare nudi e ciclostilati. A questo proposito, l’editore di Bari, pubblicò puntualmente gli atti di un convegno che si tenne a Praga nel 1963 dove infine, con tre decenni di ritardo rispetto all’Europa d’oltrecortina, rinomati studiosi cechi e tedeschi analizzavano liberamente con la lente d’ingrandimento marxista l’opera appena sdoganata di Franz Kafka. Cercai quel volume dappertutto e alla fine mi accontentai di fotocopiarlo e di farlo fascicolare in un lettorato universitario, pochi piani sopra quella che stava per diventare la mia prima libreria dal di dentro.

Inginocchiato, come in preghiera, davanti alla teca dei cofanetti, mi perdevo spesso in ragionamenti simili e riuscivo persino a indignarmi, nonostante le mie conoscenze in materia fossero troppo parziali e viscerali. Insomma, volevo leggere, leggere, leggere il più possibile, ero giovane, squattrinato e innamorato dei libri: quanto poteva importarmi se il sarto da marxista diventava edonista o magari capitalista senza scrupoli?

«Nel nostro paese il tempo delle critiche senza amore, nate da un’atmosfera culturale e politica inquinata dal dogmatismo, dal culto della personalità e dalla sua negativa influenza sul nostro pensiero è definitivamente trascorso; e oggi lo studio dei più importanti fenomeni letterari può svilupparsi sulla base di principi critici seri e attendibili».

Sono le parole del critico militante e diplomatico Eduard Goldstücker, all’inizio del suo intervento pubblicato in Franz Kafka da Praga 1963.

Quanto poteva importarmi lo scoprii nei due decenni successivi.

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