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Taccuino di un venditore di libri (8 e fine)

«Belli i libri che compri.»

«Davvero? Beh… grazie…»

È incominciata così la mia storia di venditore di libri: con un solo scambio di frasi, otto parole complessive, che però contenevano molte informazioni, uno studio reciproco, una curiosità ricambiata, un attestato di stima asciutto e corposo e un bel pezzo di futuro.

Era stato Marco, infine, a rompere il ghiaccio, e l’aveva fatto nel migliore dei modi, non tanto per il complimento – ero troppo timido all’epoca e lusingarmi corrispondeva grosso modo a bussare alla porta di un carapace e annunciarsi allegramente: «Salve, scusa la sorpresa, ma ormai sono qui. Ho portato i biscottini. Mi apri?» – , quanto per la sospensione e la scelta dei tempi. In effetti, prima di emettere un suono un po’ più articolato di un saluto, aveva atteso il passaggio di una manciata di sessioni d’esame, vale a dire, per quanto mi riguardava, l’equivalente all’acquisto di un centinaio di titoli, una cifra più che significativa per un occhio clinico, appartato e indisturbato come il suo, e poi, naturalmente – ne sono convinto – gli erano uscite quelle cinque paroline. Circa quindici anni più tardi, quando l’arcobaleno zigzagante della mia esperienza professionale decise infine di scolorire e frantumarsi ai miei piedi dopo essere stato popolato e sostenuto da decine e decine di librai e commessi, aiutanti part-time e contabili, magazzinieri, grossisti e rappresentanti, e da migliaia di clienti d’ogni genere e forma e da milioni e milioni di parole pronunciate o taciute, fu alla frase di Marco che tornai, per ringraziare virtualmente tutti quanti e passare oltre. In quel momento, in quell’ultima ora trascorsa nella mia ultima libreria – una libreria ben diversa dalla cooperativa, un oggetto anzi esattamente opposto a quegli amati corridoi sotterranei –, prima di uscire, respirare forte e acquattarmi nel silenzio per potere in seguito riacquistare la freschezza e lo sguardo libero del ragazzo che ero stato e tornare ad essere un cliente dei libri e non dei luoghi, in quel preciso istante seppi che Marco aveva due doni rari tra gli addetti ai lavori, l’economia delle parole e la vera capacità di ascolto, e che il silenzio accompagnato da minuscole frasi scolpite direttamente nella materia dura dell’attenzione sono tutto ciò che serve.

«Grazie a te.»

«Sì…»

«Tu non sei uno studente, vero?»

«No. Cioè, sì. Ma è una storia lunga.»

«Capisco.»

«Grazie, Marco. Ti chiami Marco, vero?»

«Sì. E le storie lunghe le lasciamo agli scrittori.»

«Esatto!»

«E tu come ti chiami?»

Cominciammo a scambiarci qualche opinione di lettura alla cassa, piccoli consigli e confronti, brevi battute su questo o su quello, e disossavamo le trame in meno di un minuto secondo un comune gusto epigrammatico. Dove non c’era un punto d’incontro subentrava una curiosità da soddisfare sul criterio di una sintonia ormai dimostrata e, la volta successiva, l’uno commentava l’imbeccata dell’altro, gentilmente e lentamente, per nulla lapidari nel caso si fosse restati delusi. Per rispetto nei confronti degli studenti e, soprattutto, per non mettere in difficoltà Marco, invertii le mie inclinazioni naturali e incominciai a farmi vedere nelle ore vuote della libreria, quando anche i suoi colleghi potevano studiare in maggiore libertà l’inatteso sodalizio tra il loro responsabile – anche se un responsabile blando, una figura sfumata dallo statuto della cooperativa – e quella specie di cane sciolto che una volta aveva comprato codici e manuali di diritto e decine e decine di volte romanzi e raccolte poetiche in edizione economica. Da parte sua, Marco, ovviamente senza commentare la variazione delle mie abitudini, la premiò con un primo invito a dividere con lui la pausa caffè, che significava uscire dalla libreria, salire al piano terra, percorrere il lunghissimo corridoio dell’università, scendere la scalinata, attraversare la strada e entrare in uno degli innumerevoli bar sparpagliati nelle vicinanze. I bar si alternavano, come il bianco e il nero di una scacchiera, ad altre librerie, rigorosamente universitarie, mi raccontava Marco, alcune appartenenti a una particolare casa editrice, le cosiddette librerie-vetrina, che giustamente mantenevano l’esclusiva di vendita delle proprie pubblicazioni per garantirsi la sopravvivenza in un mercato agguerrito nel quale, diversamente, senza quella concessione, a parità di offerta, avrebbero dominato la gentilezza e la velocità del servizio prenotazioni, laddove la capacità di rischio avesse bucato le scorte. «Sai,» continuava a spiegarmi «la competenza e la conoscenza generale sono abbastanza gradite, ma lo studente è un animale anomalo, non è un cliente come tutti gli altri e, con l’eccezione del periodo natalizio, quei venti giorni in cui diventa un essere riconoscibile, ciò che durante l’anno pretende da te non sono consigli, ma servizi, prontezza di servizio, fare una coda sempre troppo lunga rispetto ai suoi programmi quotidiani e una volta terminata trovare dal primo all’ultimo tutti i testi scritti sul libretto universitario. È inconcepibile per lui che un testo manchi perché è in ristampa, sei tu l’incapace, l’improvvido che non è stato nemmeno in grado di contare le adozioni. E questa è una buona palestra, sai? Se impari che la matematica elementare può nascondere alcune insidie, con un po’ di fortuna, l’affinamento dell’intuito e una capacità di sguardo generale, sei anche in grado di non ammutolire quando arriva un rappresentante che ti sorride come uno sfregiato e ti spiattella il suo fascicoletto di novità con la scheda del nuovo, attesissimo secondo romanzo di Umberto Eco, per vedere la tua cifra di prenotazione e, ovviamente, correggerla con disprezzo.»

Marco, senza che glielo chiedessi, trovava sempre il modo di infilare durante le nostre conversazioni del caffè, tra il commento a un romanzo e l’aumento della conoscenza reciproca, ragionamenti e cronache professionali, piccoli segreti e trucchi, portandomi a spasso con le sue digressioni dietro le quinte di una libreria e anche nella sala motori, dove tutto ha inizio e il libro fa il suo ingresso: il magazzino. Oggi sono certo che la medesima intuizione che ti faceva scegliere il numero più opportuno tra 50, 100 o 300 copie di Umberto Eco, gli aveva svelato il mio desiderio nascosto.

Il mio desiderio nascosto, ancora imbozzolato e incerto, era lavorare in libreria. Infilarmi il vestito di Arcimboldo e presentarmi, da qualche parte, là dentro. Cercavo confusamente di soppesare i pro e i contro di una tale volontà – sempre che qualcuno l’avesse esaudita – e di proiettarne le conseguenze nel futuro, ma ero un pessimo scrittore di me stesso e qualsiasi strada della fantasia percorressi, terminava invariabilmente davanti a un muro di nuvole crollate. Allora osservai l’oggetto immateriale da un’altra prospettiva: avevo poco più di vent’anni, ero un solitario mascherato, uno che pativa lo sparpagliamento sociale e la quadriglia mondana, attività ricreative che a quell’età assecondano contatti e opportunità nuove, anche professionali, partecipandovi malvolentieri all’unico scopo di non perdere il denominatore minimo degli affetti e degli amori, ma preferendo loro il silenzio della mia cameretta, con il suo comodino carico di volumi e la sua tenda trasparente come una porta d’acqua; ero squattrinato ad libitum come tutti gli studenti lanciati a razzo verso il fuori corso e, più d’ogni altra cosa, amavo leggere. Cosa altro di meglio poteva esserci che fare della propria passione una professione? Certo, Marco mi raccontava anche di battaglie sottili e perfide, di incomprensioni e musi lunghi, di litigi, di periodi freddi, anzi, glaciali, ma in fondo non ero un bambino permaloso e, se me ne fosse stata data l’opportunità, sarei riuscito ad attraversare indenne perfino quelle siberie, a mani nude e cuore impellicciato, grazie all’entusiasmo. Questo era il versante romantico della mia fantasticheria. L’altro fianco, debole o meno che fosse, era ancora vergine di esplorazione. Il fiato del lavoro, fino a quel momento, era condensa su carta, le ore della giornata quarzi ialini sempre limpidi, gli esseri umani personaggi di un libro che potevo aprire e chiudere più o meno a piacimento. Insomma, avevo procrastinato l’ora della mischia fino all’orlo della patologia: cosa aspettavo a caricare su un pullmino Mattia Pascal, Oblomov, Belacqua, Abbondio, Mersault senza madre morta, arabo, sole e rivoltella, Drogo e Myškin, Gogo e Kien, e a mandarli in gita, lontano da me? Avevo bisogno di un coro arruffato di Alice, Švejk, Huck Finn, Passepartout; mi servivano gli occhi di Zazie, le orecchie di Gargamella, la coda di Münchausen, il naso di Cirano, gli stivali di Peter Schlemihl e il corpo intero a volute inafferrabili di Perelà, e che tutti quanti insieme schiantassero le pinte dei brindisi contro i muri d’acqua intorno a me e con una vigorosa manata collettiva mi spingessero a smetterla di provare vergogna e ad articolare, a chiedere, a pronunciarlo chiaro e forte: «Ho un bisogno. Ho un bisogno. Ho un bisogno.»

«Avete bisogno di un commesso?»

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