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“Altre lingue, altre voci” (rubrica sulla poesia nelle lingue minoritarie e gli idiomi locali del mondo a cura di Ivan Crico): La poesia di Ida Vallerugo: “Oh fiamma, oh buio”

E domani svapora il nostro mare!

Paul Celan

 

Nel torbido chiarore del pomeriggio il cielo – di un grigio greve che ricordava l’argentea, sinistra opacità della pelle di squalo – si stendeva adesso come una minaccia sopra la campagna sigillata in un torpore ancestrale. Dai fasci bronzei dei salici sbiancati da raggi di luce livida, martoriati testimoni, i merli tracciavano con i loro canti confini invisibili d’aria. Canti da sempre cantati. Attraverso la notte, attraverso l’oscurità illuminata del giorno.

Da Monfalcone, avanzando lungo le strade deserte verso i monti della Carnia, l’automobile, con il ricordo, sembrava come procedere tra una folla muta di trapassati, un muto riverbero di ombre. Mi ritornavano in mente ad ogni istante le venditrici di cucchiai, per anni capaci di vagare lontane da casa, trainando a piedi i loro carretti. Tra le altre, sopratutto, quelle clautane: che si distinguevano inoltre anche per un gergo tutto loro – fatato e rude – impiegato quando non volevano essere capite, per cui acqua, ad esempio, diventava “bosséra”, casa “tabìna” o uva “pomola”. Nomi di stupore. Discese dai monti, dei monti i loro volti conservavano la durezza minerale, tagliente. Ne avevo vista qualcuna, da piccolo, in paese. Portavano sul capo immancabili fazzoletti, raramente ingentiliti da qualche decorazione floreale. Ogni loro gesto, ogni sguardo parlava di fatiche, privazioni difficili anche solo da immaginare. Avevano imprigionato negli occhi scuri il lampo di una dolorosa furbizia, di pietà antiche quanto il mondo.

Camminavano per vie battute da sempre, dove da sempre arrotini, famigli in cerca di un alloggio, zingari dai capelli venati da improvvisi riflessi bluastri, erranti tra le onde nere, incrociavano i loro destini di miseria senza riscatto, di remoti rancori sepolti sotto strati millenari di imprecazioni rivolte al cielo. Oltre Spilimbergo, patria di mosaicisti, Meduno si trovava alla fine di una lunga strada piena di curve. Ai lati, lungo tutto il percorso, pareti rocciose, laghi specchianti il cielo grigio, piovoso, prati e piccole fasce di orti sassosi faticosamente strappati alla montagna. Le nuvole cominciarono ad addensarsi, comprimersi una contro l’altra. Scendemmo dalla macchina. Sentii l’aria fredda, nonostante l’estate fosse al suo culmine, scendere nei polmoni. Una terra cupa, arrossata e umida, emergeva tra spiazzi denudati dall’erba, mescolata a miriadi di schegge rugginose, taglienti di pietra.

Alle prime, grosse gocce di pioggia ne seguirono subito dopo altre, infinite, sempre più fitte, che ci costrinsero ad interrompere la nostra camminata cercando riparo in un paese vicino. Il bar, in piazza, era gremito; ci dissero che più avanti ne avremmo trovato un altro. A metà strada, in una stanza buia mezza infossata nel terreno, una vecchia signora, con un biberon per bambini, dava il latte a dei capretti. Bianchissimi, alcuni di pochi giorni, saltavano di continuo, agitati, verticalmente: ogni mattone sporgente, un secchio, un attrezzo diventava un possibile appiglio. La donna passava il biberon da uno all’altro, cercando di tenerli a bada, con loro che le salivano sulla schiena curvata, mentre da dietro uno steccato di legno spugnoso le capre più grandi, belando, li osservavano curiose.

Disse che li uccideva suo marito, o suo genero; che continuava a tenerli per avere qualche entrata, anche se non c’era proporzione tra tutto il lavoro che richiedevano e i pochi soldi guadagnati. I suoi figli lavoravano fuori, come molta gente di qui, suo marito era sempre nei campi o a far legna e, quindi, lei doveva arrangiarsi da sola per pulire, dar loro da mangiare. Fa freddo. La salutiamo mentre l’acqua, sempre con più violenza, s”infrange sulle facciate, la pietra e le file parallele, bianche di ciottoli che l’attraversano.

* * *

Come sfolas par i pras

in cjera di nissun a si va al vivi

e lontans dai murs e da sé a si va

su la cjera c’a trima…

Come sfollati per i prati

in terra di nessuno si va al vivere

e lontani dai muri e da sé si va

sulla terra che trema…

A Meduno, inscritta in una luce di clausura, di cime nevicate, nasce anche la parola di una grande quanto poco nota autrice, Ida Vallerugo. Dopo alcuni libri in italiano, accolti con favore negli anni sessanta, per molti anni di lei sono apparsi sporadicamente, su qualche rivista e antologia, soltanto alcuni testi in friulano. Testi di tale intensità da porla però, senza timore, tra le voci più alte ed intense della poesia contemporanea. Rimangono ancora fondamentali, a questo proposito, le dense pagine che sul suo lavoro ha scritto un grande critico, come Franco Brevini, ne Le parole perdute (Dialetti e poesia nel nostro secolo) edito da Einaudi.

I suoi versi, in quest’ardua varietà carnica di Meduno, dov’è nata e vive, si fanno strada, nella memoria, con una forza dirompente e comunicativa che, forse, può maturare soltanto tra le pareti invisibili, ma impenetrabili, di un isolamento ricercato, gelosamente custodito. Come vista da un previssuto al di là, da una morte in vita, la realtà solo allora si riversa, intera, nella parola. Il nitore dello sguardo capace di cogliere, in un solo verso, il respiro delle cose è quello dello sguardo che parte, come ricordava in un suo saggio Cristina Campo, dall’opposta riva dell’esistenza.

In una poesia scritta da Miguel Hernàndez tra il ’42 e il ’43, poco prima di morire in carcere, il rumore strascicato di una scopa (come ricorda Ceronetti in una sua recente intervista) è percepito come una “lengua sublime y acordada”. Non si tratta, prosegue il poeta di “Compassioni e disperazioni”, semplicemente del “potere di trasfigurazione della parola, ma di un potere superiore: quello di rivelazione di realtà essenziali”. La scopa che un poveraccio struscia nel corridoio di un carcere è vista “columna hacia la aurora”, un getto verticale di luce, e lo è davvero, ma ci vogliono quegli occhi là, di un veggente messo a morire in galera, per vederlo”. Una rivelazione, dunque,  che si manifesta epifanicamente ai margini del mondo, dell’esistenza, nel tempo immobile e senza volto di una prigione, in cui la realtà si dà – allusa soltanto – attraverso rumori, sussurri quasi impercettibili. In cui le forme della vita vengono evocate dal riverberarsi nell’aria, oltre i muri, dal suono del loro transito – ora solamente immaginabile – nel vuoto dello spazio.

Chi scrive allora, chi si pone in questa posizione di ascolto estremo cogliendo, amplificato dal silenzio, anche il minimo rumore, anche il più banale e greve, come un rivo incandescente che si muove sotto la cenere indurita (cenere di eventi, di fasti effimeri), sembra compiere così una sorta di oscura ed impervia risalita, attraverso lo scorrere di ogni riga scritta giorno dopo giorno, verso le sorgenti del respiro, dell’essenza. Sorgenti di attimi in cui ogni cosa riappare, liberata da ogni incrostazione concettuale, nella sua nudità: pura presenza che dischiude, all’improvviso, il suo mistero in ogni suo minimo mostrarsi, in ogni traccia, come sempre in Hernàndez:

…Attraverso la casa, profumata

Di verità e bellezza, sei passata

Un abisso è l’impronta dove tu

Hai lasciato rovine di roseto…

Presso i “Quaderni del Menocchio” nella  collana “Le molte vite”, grazie anche all’opera di Aldo Colonnello, instancabile animatore del Circolo culturale Menocchio a Montereale Valcellina, è uscito il suo primo libro in friulano, “Maa Onda”, tanto più prezioso perché, a questo punto, quasi deluse in molti le speranze di vederlo mai pubblicato. Un libro, ormai introvabile, compenetrato da un silenzio che è quello che segue la scoperta di una terra senza più appigli, dopo una scossa violenta, quello di mattini in cui nel risveglio si dischiudono, più che le tinte d’attesa del nuovo giorno, faglie di una luce livida, d’imminente catastrofe.

Forc four la neif à già sipilit la cjera

borc suturnu di Hiroshima.

Forc a é gjà stada l’esplosion

e no i sin la memoria di no,

l’ultima sparìnt.

E tu, lotadora indurmidida, i tu sumiei.

Sul punt di Sydney il vint

a ti alcia i cjavéi neris scjampas ai fèrmos.

Onda! a ti clama lui.

Mari a ti clàmin i fis soravisus.

A pàssin lens i bastimìns, sunant

a cjàpin il larc, a son belgjà sparis.

A passa ta l’aga fonda to mari pensierosa.

“Mari, unmò viva a mi àn mitut fra i muars!”

Ridìnt i tu segni lajù fra li cjasi dal puart

la fignestra di cjasa vissìn al Macel Comunal

dulà che i becjers a regàlin retàis di cjar

ai canàis taliàns, grecos, spagnoi.

Da che fignestra il punt al é un svual.

La buera a na ti svea. Denant di te

me Rigjna a ferma la so corsa. A cola.

Forse fuori la neve ha già seppellito la terra

borgo buio di Hiroshima.

Forse è già avvenuta l’esplosione

e noi siamo la memoria di noi,

l’ultima scomparendo.

E tu, lottatrice addormentata, tu sogni.

Sul ponte di Sydney il vento

ti scompiglia i capelli sfuggiti alle forcine.

Onda! ti chiama lui.

Madre, ti chiamano i figli sopravissuti.

Passano lenti i bastimenti, suonando

prendono il largo, sono già scomparsi.

Passa nell’acqua profonda tua madre pensierosa.

“Madre, ancora viva mi hanno messa fra i morti!”

Ridendo, tu indichi laggiù fra le case del porto

la finestra di casa vicino al Macello Comunale

dove i macellai regalano pezzi di carne

ai bambini italiani, greci, spagnoli.

Da quella finestra il ponte è un volo.

Il vento non ti sveglia. Davanti a te

ferma la sua corsa. Cade.

Un mondo su cui la Storia sorvola, fatto di atti minimi, spazi delimitati dal silenzio, frammenti di storia personale che diventano simboli, devastati e assoluti, della nostra quotidiana “chiara trasfigurazione” nella “muàrt di ogni dì”, la “morte di ogni giorno”.

Doman a sarà una’sornada perfeta

come un ouf. Come l’ouf

ch’i speli fra li mans, plan

par no disturba la to clara trasfigurassion

cul rumor da li speli c’a si distàchin.

Domani sarà una giornata perfetta

come un uovo. Come un uovo

che sguscio fra le mani, piano

per non distturbare la tua chiara trasfigurazione

con il rumore del guscio che si distacca.

E, su tutto, l’onnipresente figura della nonna scomparsa, Regina Cilia, la “Maa Onda” del titolo. Dal trauma nato dalla sua morte, difatti, si origina la sua scrittura in friulano. L’intera raccolta non è che un continuo colloquio con questa figura come per mantenere vivo un legame con l’aldilà, attraversata dalla paura che così non facendo si rischi di essere dimenticati da chi ci amava. Fiamme accese come ad indicare a chi arriva dal buio dove siamo. Ma la fine della “Maa” segna anche simbolicamente e concretamente la fine del mondo arcaico, contadino:

Ce tant dûre la muart?

No, la fin a é finîda.

A é finîda la fadîa

da rinâssi ogni dì in cualchi mout.

Il mûrî di ogni dì, Maa, a é la muart

e jo i na pos pì da murî, Mâri.

In te ogni rispîr, ogni fâ

cussì sfadiâs a erin compàgns e diferéns

come i deic da la tô man

unmò tèpida fra li mê mans.

Una granda leadûra

a tegnêva vissìn, ogni cjo fâ dentri

il cuiét massàcr dal cjo mont contadin

acetât come la ploja e il sec.

Dut a dovêva essi fat. Dut al ’veva

tal sio êssi compagn e diferént

la lûs da la necessitât

la lûs generâl da la tô vita.

Quanto dura la morte?

No, la fine è finita.

È finita la fatica

di rinascere ogni giorno in qualche modo.

Il morire di ogni giorno, Maa, è la morte

ed io non ne posso più di morire, Madre.

In te ogni respiro, ogni tuo fare

così faticosi erano uguali e differenti

come le dita di una mano

ancora tiepida tra le mie mani.

Un grande legame

teneva unito ogni tuo fare dentro

il quieto massacro del tuo mondo contadino

accettato come l’arsura e la pioggia.

Tutto doveva essere fatto. Tutto aveva

nel suo essere uguale e differente

la luce della necessità

la luce generale della tua vita.

E l’abbandono, insieme, dell’autrice tra i deserti del mondo contemporaneo con l’unico possesso di una lingua sentita come “lara”, “ladra”, capace di “spiazzare ogni possibilità di convivenza con la scrittura in italiano”. Ma, anche, sempre secondo le parole dell’autrice, come una “necessità che emergeva dal profondo”. Necessità, che sempre si ripresenta, come un abisso su cui affacciarsi, ma anche come atto di fede, in uno dei suoi testi più alti, “Neif”:

Cujét dormitôri vissìn al nuja.

Un louc, il mont

a sirvìssin éncja par lassâlu.

Ma tu, muârta, i tu mi custrinç

a continuâ a rompi l’infièr

cun una sapa di vêri

e una tromba baroca

e lostès crôdi, crôdi

crôdi, éncja, unmò, in chê roba

sipilîda ch’a si clama puisîa…

Quieto dormitorio accanto al nulla.

Un luogo, il mondo

servono anche per uscirne.

Ma tu, morta, mi costringi

a continuare a dissodare l’inferno

con una zappa di vetro

ed una tromba barocca

e tuttavia credere, credere

anche, ancora, in quella cosa

seppellita che si chiama poesia.

Dopo la plaquette “Figurae” (Circolo culturale di Meduno, 2001) l’editore “Il Ponte del sale” ha da poco dato alle stampe, con una lunga e partecipe prefazione di Franco Loi, un’altra importantissima raccolta rimasta chiusa nel cassetto per quasi trent’anni, “Mistral”. Il libro, a cura della grande studiosa Anna De Simone, si presenta come uno dei testi più intensi usciti in Italia in questi ultimi decenni. Dice Loi: “Quante volte ho discusso con lei attorno alla pulsione religiosa del poeta, e quante volte lei si è schermita, negando una qualsiasi ipotesi che non fosse concreta e consapevole del vuoto con cui ha a  che fare la sua mente. Eppure nessun poeta o pochissimi sono così vicini all’afflato mistico e religioso come lei: “Ed esco. Esco per uscire. Che per amore esco. / Tutto ciò che ho al mondo è in me. / Oh quante genti che alle tempie mi accompagnano”. Non starò a sottolineare le due esortazioni evangeliche sull’amore a se stessi e al prossimo. Ma, come diceva Petrarca, non c’è vera poesia che non sia anche “sacra scrittura”. Giacché il sacro si compie per movimento d’amore, e non per ripetizione stanca di parola o per idolatra venerazione d’immagini o asservimento a concetti”.

… Gno vôi pierdûs in chêsta lûs uguâl

di un univers che par cont siò a roda

e cencia fin a si spant, gno vôi mortâi e come etêrnus

umani nêstri stagjons

se soul un moment la vous a mi fòs data

a dìsi una vôlta sola l’univers

ch’a si scurìs di dentri, e tant da conòssi, amâ…

Occhi miei perduti in questa luce uguale

di un universo che in sé ruota

e si espande senza fine, miei occhi mortali e come eterni

umane nostre stagioni

se solo un momento mi fosse data la voce

per dire una volta sola l’universo

di dentro che si oscura, e tanto da conoscere, amare…

***

La pioggia non cessa su Meduno. Per tutto il pomeriggio fino a sera non si è mai fermata. Sui paesi vicini, si abbatte sugli alberi che si curvano sotto il peso di quell’acqua nera, mescolata al vento. Come se cadesse da sempre, da millenni d’ombra, dall’interno del bar la guardiamo cadere assieme ai ragazzi del paese, qualche vecchio assorto che sfoglia il “Messaggero”, la sigaretta che lentamente si spegne sul posacenere tra il rumore delle gocce che si mescola, sordo e continuo, a quello del telegiornale. Tutto come se fosse fermo da sempre. Uniti, noi alla fiamma delle cose, da quel buio che ci attende fuori, incastonato tra la roccia, il viaggio interminabile tra le strade piene di curve verso la pianura.

Oh flama, oh scûr.

Ida Vallerugo, Mistral, a cura di Anna De Simone, prefazione di Franco Loi con un’incisione di Livio Ceschin, Rovigo, Edizioni ‘Il Ponte del Sale’, 2010

***

Ivan Crico
Nato a Gorizia nel 1968, sui confini estremo orientali della penisola, ha vissuto a Pieris fin dalla nascita. Discende, per parte paterna, da un’antica famiglia patrizia veneta di Feltre mentre dalla madre bisiaca (ma con antenati austriaci e sloveni) eredita l’amore per la cultura mitteleuropea. Ha iniziato gli studi artistici nel 1981 diplomandosi in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. A partire dal 1983, ha iniziato ad esporre in numerose collettive in Italia  e all’estero. Dal 1995 ha iniziato ad interessarsi anche alla decorazione antica e al restauro, lavorando in seguito a grandi lavori di ricostruzione di affreschi in prestigiose ville e palazzi storici.
Dopo essersi inizialmente segnalato come poeta in lingua, nel 1989 ha cominciato ad impiegare anche il nativo idioma arcaico veneto “bisiàc”, Suoi testi poetici e saggi critici sono apparsi, a partire dal 1992, sulle maggiori riviste italiane come “Poesia”, “Lengua”, “Diverse Lingue”, “Tratti”, “Frontiera”. Nel dicembre 1997 ha pubblicato Piture, a cura di Giovanni Tesio, per l’editore Boetti di Mondovì e nel 2003, per il Circolo Culturale di Meduno, con prefazione di Antonella Anedda, Maitàni (“Segnali di mare”). Nel 2006, per le edizioni del Consorzio Culturale del Monfalconese è uscita la plaquette “Ostane” (“Germogli di rovo”) e nel 2007 la raccolta “Segni della Metamorfosi” per le edizioni della Biblioteca di Pordenone. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta “De arzent zu” per l’Istituto Giuliano di Storia e Documentazione di Trieste.
Della sua poesia si sono occupati i maggiori critici italiani da Brevini a Tesio, da Villalta a D’Elia.
Nel 2009 ha ricevuto il maggior riconoscimento dedicato in Italia ai dialetti e alle lingue minoritarie, il “Premio Nazionale Biagio Marin”.
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9 thoughts on ““Altre lingue, altre voci” (rubrica sulla poesia nelle lingue minoritarie e gli idiomi locali del mondo a cura di Ivan Crico): La poesia di Ida Vallerugo: “Oh fiamma, oh buio”

  1. Plaudo alla iniziativa: una dimostrazione di lungimiranza culturale da parte della Redazione della Rivista SAMGHA e di Ivan Crico e una ghiotta opportunità per tutti gli autori di lingue minoritarie. IN BOCCA AL LUPO dunque e cordiali saluti a Ivan Crico e a tutti voi, e naturalmente a Ida Vallerugo che, egregiamente, ha inaugurato questa rubrica, Marco Scalabrino.

  2. approfitto di quest post (ho il libro e sono una fautrice della Valleruga) per chiedere a chi ne ha notizia, dove e come potrei trovare lo splendido Maa Onda , che io credevo fosse solo in friulano e, invece, parrebbe avere la traduzione in italiano a fronte. grazie, Blumy

  3. @blumy

    Il libro “Maa Onda” è stato edito dal glorioso Centro Culturale Menocchio di Andreis (PN) nel 1997 a cura di Aldo Colonnello. Un capolavoro, secondo me. Ci sono anche le versioni in lingua italiana ma, per quel che ne so, è esaurito da tempo. Purtroppo i grandi editori nazionali, a parte rarissime eccezioni, ormai si rifiutano di pubblicare gli autori che non scrivono in italiano. Per fortuna esistono realtà più piccole, fatte di persone intelligenti che non pensano solo al profitto, che stampano ancora poeti geniali come la Vallerugo. Ma la difficoltà di procurarsi questi libri, i pochi mezzi che consentono soltanto tirature molto limitate, rendono questi, che sono tra i testi più alti del nostro tempo, una merce rara, rarissima, destinata solo a pochi fortunati. Purtroppo…

  4. caro Ivan, un pezzo molto bello e approfondito, con particolare cura per i testi e corredo di notizie. Mi sembra una ottima iniziativa e un valido contributo di critica e di informazione sulle lingue ‘minori’ (ma minori rispetto a chi e a cosa ancora non ci è stato chiarito dai ‘maggiori’ critici!).

    Colgo l’occcasione per fare i miei complimenti al Ponte del Sale, ad Anna De Simone e alla Vallerugo, per questa ottima e utile iniziativa editoriale.

  5. vedo soltanto due anni dopo la risposta alla mia richiesta … nel frattempo nessun editore s’è preso la briga di ristampare Maa Onda (che, ho saputo, portava entrambe le lingue, quella italiana e quella friulana) e io continuo a sentirmi orfana, nonostante abbia Mistral. Maa Onda , di cui ho letto alcuni testi su Poesia di Crocetti, mi ha fatto letteralmente innamorare di Ida Vallerugo. Lei, la poetessa, vive in una dimensione altra, quella che pochi raggiungono, per cui basta una parola messa lì, e tanto cuore. E la poesia se ne frega di certi canoni, di ritmi, di regole che non fanno la Poesia. La poesia è emozione, è pianto, è riso, è avere il cuore caldo dentro le pagine di un libro.

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