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Mutanti! Mutanti! Mutanti!

“Cosa siete adesso?”, chiedeva Ramón Yarritu alla sua ciurma di terroristi disabili, in Acción mutante (Álex de la Iglesia, 1993). “Mutanti! Mutanti! Mutanti!“, rispondevano essi orgogliosi.

La figura del mutante è un’icona solida nell’immaginario collettivo, un elemento comune nella fantascienza. Ma, come il Rat-Man di Leo Ortolani ci ricorda, le radiazioni non hanno mai creato supereroi, ma solo superstiti. Da bambini, chi di noi non aveva una malsana passione per i mostri? Adesso che siamo cresciuti, forse possiamo smettere di cercare il bizzarro e l’orribile, come balordi a una fiera di campagna, e chiederci cosa davvero sono i mutanti. Dal concepimento allo sviluppo alla degenerazione, la scienza ha indagato i difetti della macchina uomo (proprio perché uomini, sono ad ogni modo, i mutanti). Cosa puo’ scaturire, e secondo quali meccanismi, nelle variazioni del nostro DNA? Potranno esserne vittime i nostri figli, come lo furono sicuramente i nostri predecessori? Mutants, di Armand Marie Leroi, è un libro notevole che prova a rispondere a queste domande (il titolo intero è Mutants: On the Form, Varieties and Errors of the Human Body).

Nonostante si faccia riferimento alla genetica e ai meccanismi di regolazione cellulare, il libro è leggibile e comprensibile: si rivela un’ottimo libro di divulgazione scientifica. Appassionante, chiaro e umano nelle sue spiegazioni e nell’approccio a problemi di non facile trattazione, da un punto di vista etico, come le deformità e le malattie. Lontano sia da una prosa asettica da manuale,  sia da un facile pseudoscientismo pressapochista da giornale scandalistisco, Leroi ci narra delle mutazioni soprattutto attraverso una lunghissima serie di case reports: persone vere che hanno convissuto con le loro mutazioni, freaks, talvolta condotti alla morte a causa delle proprie patologie. La storia ha tenuto traccia dei loro vissuti: non solo attraverso i documenti che gli studiosi ci hanno tramandato, ma anche direttamente dai  loro diari, la voce diretta dei mutanti. Sentiamo così nominare Joseph Borulaski (1739 – 1837), vittima di una forma di naninsmo legata a una disfuzione della ghiandola pituaria -i tumori della quale, invece, possono causare gigantismo; Alexina/Abel Barbin e Marie/Germain Gerard, che a causa di un difetto genetico nacquero femmine videro i propri genitali mutare durante la pubertà (ritrovandosi con un nuovo pene penzolante); Harry Eastlack (1930 – 1973), vittima della crescita incontrollata del tessuto osseo, risultante in un progressivo irrigidimento del corpo: fibrodysplasia ossificans progressiva. Morì quando le sue stesse ossa gli comprimevano il torace tanto da impedirgli di respirare; le gemelle siamesi italiane Ritta e Christina Parodi (suppongo siano state Rita e Cristina), mostrate al pubblico dai genitori, per denaro. Nate nel 1829 e morte otto mesi dopo: due toraci fusi in uno, un solo paio di gambe; Rita Hoefling, che negli anni settanta vide la sua pelle scurirsi in un eccesso di melanina: era vittima di una declinazione peculiare della sindrome di Cushing. La Hoefling viveva in Sud Africa in pieno apartheid e da bianca privilegiata si ritrovò, a causa delle sue nuove sembianze, a essere insultata, esclusa, e rifiutata da famiglia e amici; o quel neonato danese che, nel 1995, aveva i resti degli altri feti suoi gemelli fusi nel cervello (21 in tutto, per la precisione, come appurato dalla conta delle gambe).

Lo scheletro di Harry Eastlack.

Lo scheletro di Harry Eastlack.

Mutants è strutturato in capitoli legati ad un particolare argomento, come ad esempio le estremità, l’epidermide, i genitali, la statura, la vecchiaia (non è forse una mutazione? Cosa rende un vecchio diverso da un giovane, a livello microscopico? Quali sono i cambiamenti metabolici e cellulari che giustificano poi la differenza? La vecchiaia è una malattia? Perché la selezione darwiniana non ci salva dalla vecchiaia?)  I dati, le spiegazioni e le considerazioni si dipanano con coerenza lungo i capitoli, organizzando argomenti molto diversi in maniera organica e comprensbile. Ad esempio, parlando della polidattilia (la presenza di dita in sovrannumero), scopriamo che essa è un atavismo, vale a dire una mutazione legata ad alcune vestigia del nostro passato genetico. Dopo qualche riferimento ai geni, sviluppato in maniera semplice come sistema causa-effetto, si dice [1]:

La conclusione pare inevitabile: i pesci non hanno le dita, i tetrapodi sì, e da qualche parte, circa 370 milioni di anni fa, si è creato qualcosa di nuovo. […] Pinne, gambe e ali, così varie nelle loro forme e funzioni, si sono evolute da una qualche antica propaggine che sporgeva da un altrettanto antico pesce ormai estinto da tempo. […] Il risultato […] sembra suggerirci che che un qualche essere, durante la nostra storie evolutiva, non solo aveva le dita, ma ne aveva più di noi. […] Gli umani -e tutti i tetrapodi viventi- hanno un antenato polidattilo. I più antichi tetrapodi che sono sicuramente polidattili sono tre bestie di palude del devoniano, che vissero 360 milioni di anni fa: Acanthostega, Turlepreton e Ichthyostega. […] L’Acanthostega ha otto dita per zampa, Turlepreton e Ichthyostega sei o sette.

Non si trascura però una serie di curiose digressioni storiche sui casi documentati di polidattilia, come ad esempio [2]:

Ben prima che Gregor Mendel nascesse, il matematico francese Pierre-Louis Moreau de Maupertis (1698-1795) descrisse l’ereditarietà della polidattilia negli avi e nei discendenti di un medico berlinese chiamato Jacob Ruhe. La nonna di Ruhe aveva 6 dita per ogni mano e sei dita per ogni piede, e così sua madre, e così egli insieme a tre dei suoi sette fratelli, e due dei suoi cinque figli.

Sono questi approfondimenti che comprendono storia, antropologia e biologia a rendere il libro leggibile, vario ed godibilissimo. Così dopo aver letto (con una certa curiosità morbosa carattersitica degli umani) le storie delle già citate  ermafrodite Alexina/Abel Barbin e Marie/Germain Gerard, scopriamo che la loro condizione non è quella di rari casi isolati: a Salinas, un remoto villaggio della Repubblica Domenicana, un nato su 90 viene registrato all’anagrafe come femmina, per poi cambiare sesso nella pubertà. Li chiamano guevedoche, parola che mischia pene e dodici, l’età a cui solitamente il cambiamento avviene. Scopriamo che tutti i guevedoche hanno in comune una linea di parentela che li fa risalire a una certa Altagracia Carrasco, probabilmente la prima persona di Salinas con la detta mutazione: nel particolare, la mancanza di un enzima chiamato 5-alpha-riduttase. Curiosamente, la stessa mutazione è presente anche in una tribù della Papua Nuova Guinea. Lì i guevedoche sono chiamati kwolu-aatmwol, ovvero ‘cosa che diventa maschio’.

Siamo tutti mutanti, questa è la verità. Qualcuno è più mutante degli altri, ma non meno umano. E del resto, a quanto sappiamo ogni nuovo nato ha circa 100 mutazioni (variazioni nel DNA) proprie, non ereditate da nessuno dei genitori. Colpiscono la profonda umanità, la compassione e il senso di fratellanza che pervadono le pagine di Mutants.  Leroi che ci conduce tra aberrazioni genetiche, tare ereditarie e  teratomi senza mai esagerare, e ottiene proprio l’opposto dell’effetto circo. Mutants non è un giro turistico al circo dei freaks per soddisfare i curiosi che vogliono inorridire guardando il mostro: Mutants è una lezione sulla fragilità della vita (e del nostro DNA), sulla condizione umana, su quanto non ci sia niente di innaturale nelle deformità grottesche che alcuni di noi patiscono, su quella biologia crudele, freoce e meccanica di cui siamo fatti, cieca alle nostre sofferenze. Nel capitolo A fragile bubble (una fragile bolla), Leroi riprende Linneo. Linneo fu il primo grande tassonomista: egli collocava l’uomo all’apice della perfezione dei viventi, immagine di Dio [3]:

‘Conosci te stesso’, dice [Linneo], creato da Dio; benedetto dall’intelligenza con cui poterLo adorare; la più perfetta e meravigliosa delle macchine; signore dei viventi; signore del creato

Alla luce delle conoscenze odierne, Leroi suggerisce una versione moderna dello stesso epigramma. La scienza, anziché glorificarci, ci ha dato i dettagli di tutti i nostri difetti, ha mappato le nostre imperfezioni, la carente ottimizzazione di alcuni nostri meccanismi (progettati da un orologiaio cieco, come scrisse Richard Dawkins). L’epigramma di Leroi, dunque, è meno arrogante rispetto a quello di Linneo, più umile e consapevole:

Conosci te stesso, patologicamente, la fragile bolla che sei, e le migliaia di calamita’ cui sei esposto.

Se comprendi queste cose, allora sei un uomo, e davvero un genus distinto da tutti gli altri.

– – –

[1] The conclusion seems unavoidable: fish don’t have fingers, tetrapods do, and somewhere, around 370 million years ago, something new was made. […] Fins, legs and wings, so various in form and function, evolved from some Ür-appendage  that stuck out from the side of some long-extinct Ür-fish. […] The result […] seems to suggest that something, somewhere, in our evolutionary history not only had fingers and toes, but had more of them than we […]. Humans -and all living tetrapods- do have polydactylous ancestors. The earliest unambiguous tetrapods in the fossil records are a trio of Devonian swamp-beasts that lived about 360 million years ago: Acanthostega, Turlepreton and. Ichthyostega. […] Acanthostega has eight digits on each paw, Turlepreton and Ichthyostega have either six or seven.

[2] Long before Gregor Mendel ever lived, the French mathematician Pierre-Louis Moreau de Maupertis (1698-1795) described the inheritance of polydactyly in the ancestors and descendants of a Berlin physician called Jacob Ruhe. Ruhe’s grandmother had six fingers on each hand and six toes on each foot, as did his mother, as did he and three of his seven siblings, and two of his five children.

[3] ‘Know thyself,’ he says, created by God; blessed with minds with which to worship Him; as the most perfect and wonderful of machines; as masters of the animals; as the lords of creation

[4] Know thyself, pathologically, what a fragile bubble you are, and exposed to thousand calamities.

If you understand these things, you are man, and a genus very distinct from all the others.

Se hai curiosato fino in fondo alle note, allora potrebbe interessarti anche un altro paragrafo di Mutants, riguardo alle “razze” occidentali, così com’erano viste dagli studiosi Cinesi dei secoli scorsi. Lo trovi cliccando qui.

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