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La Rivoluzione della Rivelazione di René Daumal: parte 3 – Signori, si scende

di Luca Ormelli

E’ in una lettera del 24 febbraio 1940 indirizzata a Raymond Christoflour che René Daumal [il quale, come ci rammenta Rugafiori a pagina 11 della sua “Premessa” a Il lavoro su di sé era: «condannato (sin) dal 1939 dalla medicina, tubercolotico da una decina d’anni (ne aveva allora trenta), malato grave, riuscì a prolungare di cinque anni la propria vita, scontrandosi con non pochi problemi (la sua compagna, Vera Milanova, era ebrea – elemento questo che, aggiungiamo, nella Francia di Vichy certo non costituiva benemerenza), le penurie alimentari, la scarsezza di mezzi» in René Daumal, Il lavoro su di sé – Lettere a Geneviève e Louis Lief, Adelphi, Milano, 2001] tratteggia con maestria e col puntuale nitore il passaggio da La Gran Bevuta a Il Monte Analogo [cito, come di consueto da Marco Enrico Giacomelli, René Daumal (1908-1944) – Studio storico-critico, Tesi di Dottorato di ricerca in Filosofia (Estetica), Università di Bologna, Esame finale 2007 – pagina 228 e seguenti siccome in Il Monte Analogo, Adelphi, Milano, 2002, p. 145 – corsivo dell’Autore]: «Dopo aver descritto un mondo caotico, larvale, illusorio, ora mi sento impegnato a parlare dell’esistenza di un altro mondo, più reale, più coerente, dove esiste del bene, del vero – nella misura in cui i contatti che ho potuto avere con tale mondo mi dànno il diritto e il dovere di parlarne*. Sto scrivendo un racconto piuttosto lungo nel quale si vedrà un gruppo di esseri umani che hanno capito di essere in prigione, che hanno capito di dovere, prima di tutto, rinunciare a questa prigione (perché il dramma è l’attaccarvisi), e che partono in cerca di una umanità superiore, libera dalla prigione, presso la quale essi potranno trovare l’aiuto necessario. E lo trovano, perché alcuni compagni e io abbiamo realmente trovato la porta. Solo a partire da questa porta comincia una vita reale. Questo racconto avrà la forma di un romanzo d’avventure intitolato “Il Monte Analogo”: è la montagna simbolica che unisce il Cielo alla Terra: via che deve materialmente, umanamente esistere, perché se no, la nostra situazione sarebbe senza speranza…».

Un racconto (o come abbiamo scritto in “altro luogo” una “Mitobiografia”) tradotto in “avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche” (come recita l’occhiello) secondo un (apparente) andamento da romanzo swiftiano o, più appropriatamente, à la Sterne Gentiluomo. Il testo è quindi, a tutta prima, un racconto d’avventura e/o «un breviario di metafisica» [così si esprime Giuseppe Pontiggia, stanato da Giacomelli, nel 1972 –  Marco Enrico Giacomelli, René Daumal (1908-1944) – Studio storico-critico, cit., pagina 229]. Daumal si attribuisce il ruolo del narratore per bocca del personaggio Théodore, la cui vita «negli ultimi tempi era diventata davvero stagnante» [Il Monte Analogo, cit., p. 13] e collaboratore della Revue des Fossiles per la quale ha pubblicato un articolo inerente «lo studio sul significato simbolico della montagna nelle mitologie antiche. Le diverse branche della simbolica costituivano da molto tempo il mio studio preferito – ingenuamente credevo di capirci qualcosa– e d’altronde amavo la montagna da alpinista, appassionatamente» [p. 14]. Articolo che si concludeva affermando «la necessità» dell’esistenza di una montagna simbolica per eccellenza che l’estensore suggeriva di denominare “Monte Analogo” e che questi requisiti doveva detenere: «Perché una montagna possa assumere il ruolo di Monte Analogo, è necessario che la sua cima sia inaccessibile, ma la sua base accessibile agli esseri umani quali la natura li ha fatti. Deve essere unica e deve esistere geograficamente. La porta dell’invisibile deve essere visibile» [p. 17 – corsivo dello stesso Daumal]. Ed è in virtù di questo articolo che l’estensore riceve una lettera da un sedicente Padre Sogol [il cui titolo è l’evidente anagramma di Logos poiché il detentore, irriducibile sostenitore dell’esistenza del Monte, venne bollato dai religiosi, suoi compagni di “ricerca” d’un tempo, persona con una  «inclinazione dello spirito […] che mi faceva prendere, almeno a titolo sperimentale, il contropiede di tutte le affermazioni che mi erano proposte, invertire in ogni cosa la causa e l’effetto, il principio e la conseguenza, la sostanza e l’accidente» – p. 28] che lo invita ad entrare “in contatto” per approntare una spedizione verso il Monte. Spedizione che verrà approntata e che a bordo del piroscafo “Impossibile” coronerà del successo dell’approdo all’isola-continente de Il Monte Analogo (e segnatamente a Porto-delle-Scimmie) gli otto membri della futura cordata. Il racconto si arresterà, come già ricordato, alle pendici del Monte. Il proseguimento della scalata è, per sommi “capi” (ogni corda ha infatti due o più capi, ogni cordata si svolge secondo il procedimento della ascesa-ascesi-discesa), anticipato da Daumal nei propri manoscritti laddove a pagina 127 dell’edizione italiana si segnala che l’intento dell’Autore (il quale, dall’aprile del 1944 non era più in grado di reggere la penna) era di attenersi (nella successiva stesura del racconto) «ad una delle leggi del Monte Analogo: per raggiungere la cima, bisogna andare di rifugio in rifugio. Ma prima di lasciare un rifugio, si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire a occuparvi il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati, si può salire più in alto». Il titolo del previsto (ne siamo certi? Che il racconto dovesse avere una fine? Questa fine?) ultimo capitolo avrebbe dovuto essere: “E voi, che cosa cercate?”.

L’edizione italiana del racconto è corredata anche da un ricco apparato di Note concernenti e il racconto e la passione dell’Autore per la montagna poiché Egli si riproponeva di «non parlare della montagna, ma per mezzo della montagna. Con questa montagna come linguaggio, parlerò di un’altra montagna che è la via che unisce la terra al cielo, e ne parlerò non per rassegnarmi, ma per esortarmi» [Il Monte Analogo, cit., p. 135 – corsivo dell’Autore] poiché è proprio dell’analogia il parlare per Correspondences (analoghe a quelle di Baudelaire) le quali altro non sono che il vedico principio del bandhu. E, a mezzo di queste preziosissime note, che ci introducono nella fucina del Creatore (seppure attraverso le caligini che sempre accompagnano un alchimista-all’-Opera) possiamo leggere ancora: «Viene qui chiamata arte la realizzazione di un sapere in un’azione» [p. 135 – corsivo dello stesso Daumal] come pure: «Tieni l’occhio fisso sulla via della cima, ma non dimenticare di guardare ai tuoi piedi. L’ultimo passo dipende dal primo» [p. 139]. Annotazioni, perle che provengono dalla penna di un Autore che pur non avendo scritto alcun trattato di precettistica era a tal punto in-formato di metafisica indù da scriverne con pregnanza rintracciabile solo nei commentarii di alcuni (pochi) dotti succedutisi lungo i secoli, in primis quel Śaṅkara che fu il principale esponente del vedantismo advaita (ovvero di quell’interpretazione dei Veda seconda la quale la Realtà è unica e non duale, differenti sono i nomi con i quali ad Essa ci appelliamo) al quale sempre Daumal intese riportarsi come a quel succedaneo dell’insegnamento di Gurdjieff noto come il “ricordo di sé”.

Nei propri ultimi anni Daumal decise di affrontare lo studio del canone buddista attraverso la lettura delle opere di Suzuki (in particolar modo Introduzione al buddhismo Zen; a Suzuki Daumal dedicherà anche, nel 1942, un saggio-apologia) poiché affermava di rinvenire nello Zen (nonostante le pregiudiziali degli anni precedenti che individuavano, sulla scia di Guénon, nel buddismo una rottura con la Tradizione primeva del ceppo induista) una pratica (ἄσκησις) olistica e pedagogica insieme: «Tutto, nello Zen, è pratica: il senso stesso delle parole risiede negli effetti che esse producono; così, spesso presentano le apparenze dell’enigma, del paradosso, del non-senso** o della banalità [per mezzo dell’espediente del koan, nota di chi scrive]» [in Marco Enrico Giacomelli, René Daumal (1908-1944) – Studio storico-critico, cit., p. 245 – corsivo dello stesso Daumal].

In una lettera a Vera del 22 maggio 1943 [citata da Rugafiori nella “Premessa” a Il lavoro su di sé, cit., p. 15] così si esprimerà Daumal in merito al proprio più “esoterico” proponimento, un proponimento che possiamo rintracciare in tutta la sua eclettica produzione, sia nell’Opera narrativa, che in quella poetica oltreché saggistica: «Ecco come mi riassumo ciò che vorrei far capire a Geneviève [Geneviève Lief moglie di Louis (anch’egli tubercolotico e destinato a spegnersi poche settimane dopo Daumal), coniugi conosciuti a Marsiglia e presso i quali dal 1942 al 1944 troverà riparo, in compagnia sovente anche della sopra menzionata Vera. Nella Alta Savoia ove la coppia risiedeva Daumal avvierà un percorso di ricerca (secondo le direttive di Gurdjieff che privilegiava il “lavoro” di coppia) in veste di guida dei giovani Lief, un estratto della “corrispondenza” coi quali verrà dato alle stampe in Italia con il titolo de Il lavoro su di sé]

Sono morto perché non ho il desiderio,
non ho il desiderio perché credo di possedere,
credo di possedere perché non cerco di dare.
Cercando di dare, si vede che non si ha niente,
vedendo che non si ha niente, si cerca di
dare se stessi,
cercando di dare se stessi, si vede che non si è
niente,
vedendo che non si è niente, si desidera
divenire,
desiderando divenire, si vive»

[in Il lavoro su di sé, cit., pp. 15-16 – corsivo dell’Autore].

René Daumal a pochi giorni dall’Estremo Viaggio.

«Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere… A che pro, allora? Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto» [Il Monte Analogo, cit., p. 135]. Ergo, come ci rammenta Matteo il proto-Evangelista (23, 16): «Guai a voi, guide cieche!».

[Fine]

*: risuona qui prepotentemente il guénonismo di Daumal; quello della élite è concetto che attraversa carsicamente l’opera omnia dello spiritualista francese come attesta questo estratto de La crisi del mondo moderno: «e accade talvolta che in certi momenti critici (Guénon si riferisce al kali-yuga ovvero secondo le cosmogonie più ancestrali incentrate sulla ciclicità del tempo, “l’età oscura”), nei quali la tendenza discendente sembra esser sul punto di predominare definitivamente nel moto generale del mondo, interviene un’azione speciale per rinforzare la tendenza contraria» [René Guénon, La crisi del mondo moderno, Mediterranee, Roma, 2003, p. 27 – si noti bene che la traduzione è di Julius Evola]. Ed è in questa azione speciale che si manifesta l’intervento de “Il Re del Mondo” e dei Suoi accoliti.

**: il Cerchio Patafisico del Tutto pantagruelico è quindi, al termine, s-volto.

Riferimenti minimi:

René Daumal, Il Monte Analogo, Adelphi, Milano, 2002.

René Daumal, Il lavoro su di sé – Lettere a Geneviève e Louis Lief, Adelphi, Milano, 2001.

Marco Enrico Giacomelli, René Daumal (1908-1944) – Studio storico-critico, Tesi di Dottorato di ricerca in Filosofia (Estetica), Università di Bologna, Esame finale 2007.
La tesi di Marco (che qui ringrazio apertamente) è reperibile all’indirizzo internet: http://amsdottorato.cib.unibo.it/181/1/Marco_Enrico_GIACOMELLI.pdf
L’Autore ne sta curando la revisione che vedrà la luce per i tipi della Bulzoni Editore di Roma entro il termine del 2010 con il titolo di: Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all’induismo.

René Guénon, La crisi del mondo moderno, Mediterranee, Roma, 2003.

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