Poesia/Recensioni

Platone in Leopardi: una ragione bisognosa d’immaginazione

di Diego Bertelli*

Uscito nel 2009 per la collana Saggi di Marsilio, Il canto delle idee. Leopardi fra “Pensiero dominante” e “Aspasia” di Massimo Natale – titolo che riecheggia l’invito-intento di Paul Valéry di faire chanter l’idée e in cui si riconosce da subito la volontà di Natale di unire in un unico discorso poesia e pensiero leopardiani – appartiene a quella categoria di lavori cui si deve render grazie, prima di tutto, per l’onestà e la serietà dell’argomentazione proposta. Come avverte da subito Alberto Folin nella presentazione, Massimo Natale si concentra in questa sua “investigazione sorvegliata (p. 8)” sulla “presenza non del «platonismo», ma di Platone (p. 8),” evitando in primis “due equivoci di fondo (ma favoriti dal poeta stesso): uno è quello di identificare il «sistema» del filosofo antico con l’innatismo e l’altro è quello di presentare il materialismo leopardiano come semplice emanazione del sensismo settecentesco (p.8).” Parlando della presenza di Platone, Folin intende la “comparazione della teoresi platonica intorno all’essere con quella di Leopardi (p. 9), con tutto che, come aggiunge Gilberto Lonardi in nota, quello di Leopardi non è “semplicemente un assenso in toto di lui a Platone (p. 11).” Natale sceglie di continuare sulla linea più feconda di questi ultimi anni di critica leopardiana,  quella che riconosce un legame tutt’altro che accessorio tra poesia e filosofia nello sviluppo del pensiero del conte Giacomo.

L’orbita temporale entro cui si muove l’analisi di Natale è quella “tra gli anni fiorentini e il periodo napoletano, (p. 16);” quella compositiva insiste, con specifica attenzione, su due canti: Pensiero dominante e Aspasia. Partendo dalle constatazioni leopardiane sulla scissione moderna tra poesia e filosofia nello Zibaldone, le quali risalgono già al 1820, e recuperando le ben note considerazioni sul carattere e sulla forza immaginativa della filosofia antica – che restano valide, nonostante quanto dedotto da Timpanaro relativamente alla consapevolezza del recanatese sulla nullità del desiderio e sull’aridità del vero attraverso la “fuzione-Teofrasto” – Natale sottolinea, in rapporto alla poesia leopardiana, che la “forza immaginativa della poiesis […] è addirittura la forma eletta di una filosofia che scaturisce dall’immaginazione, il modo di darsi iniziale di ogni verità (p. 20).”

Da una parte, accanto alla figura di Platone sta quella di Epitteto, la cui presenza riverbera sulla “testualità dei Canti (p. 21)” attraverso lo Zibaldone e le Operette;” una presenza “coltivata” specie per mezzo della traduzione dell’Encheiridion (che, non a caso, consiglia la rinuncia al piacere e all’interesse in nome di quella che Hadot ha chiamato una “disciplina del desiderio”). Il “canto di tornasole,” se mi è concesso il bisticcio, di tale traduzione è in questo caso Aspasia, “punto di snodo, trait-d’union fra le liriche del periodo fiorentino e i canti scritti da Leopardi nell’ultima parte della vita, a Napoli (p. 120).” Aspasia è, per Natale, il canto che, col “cancellarsi definitivo dell’illusione (p. 120)” si fa infine “specchio in negativo del Pensiero (p. 120).”

Dall’altra parte, invece,  la figura di Platone diviene il riferimento precipuo di Natale per la lettura del Pensiero dominante, “punto d’arrivo di una lunga e spesso sotterranea linea dell’eros leopardiano, spartita fra scrittura privata del diario e scrittura della poesia (p. 21).” Importante, e senz’altro uno degli aspetti più originali del lavoro dello studioso, il ruolo moderno in cui si riconfigura Longino e il suo concetto di sublime, la cui modernità merita ulteriore attenzione per comprendere meglio l’Ottocento, per così dire, “leopardiano” e l’estetica del sublime in quel secolo, specie per quel che riguarda la linea che separa romanticismo e classicismo e il loro rapporto col passato, tra imitazione e innovazione, completezza e maceria. Ne è un esempio la considerazione di Longino secondo cui “nella stabilità […] si rivela la calma, nel disordine il patetico, perché esso è un trasporto, una commozione dell’anima (p. 72).” Un Ottocento che alla luce di Longino relaziona la Romantik a una forte base classica che merita attenzione.

La possibilità di Natale di muoversi così agilmente tra filosofia e poesia non è data soltanto da approfondito rigore filologico e raffinata sensibilità interpretativa del testo poetico; ad agire è, nella fattispecie, la capacità di problematizzare la quaestio platonica in modo da rendere lo studio sulla presenza di Platone in Leopardi in tutta la sua laboriosità, dato che ogni vera acquisizione porta sempre con sé una componente critica: compresenze complesse di movimenti di avvicinamento e allontanamento che intrecciano alle sempre maggiormente rifiutate declinazioni storiche di Platone una tessitura personalissima del filosofo greco che il pensiero leopardiano compie entro i margini di sviluppo della propria filosofia.

L’interesse, su cui ha insistito Timpanaro, nei confronti di un “Platone appiattito sui modelli della filosofia […] di età ellenistica, e salvato eventualmente in una prospettiva soltanto estetica (p. 23),” si concentra ed esaurisce intorno al 1823. Seppure del filosofo si trovi traccia, nello Zibaldone, già a partire dal 1820 e, ancor precedentemente, nel Saggio sugli errori popolari degli antichi, in cui il poeta traduce un passo tratto dal Fedro, è nei mesi del 1823 che l’interesse di Leopardi per Platone si fa più forte e continuo.

Natale parte da una scissione necessaria a questa stessa fase: “intersezione e rapporto sostanziale si danno, tra Platone e Leopardi, se si assume invece il presupposto che non sia il Platone “ancillare al cristianesimo quello che Leopardi attraversa e almeno in parte trattiene. Non è il Platone «di casa», il Platone che lo zio Carlo Antici voleva far tradurre al giovane nipote […] (p. 23).” Da notare che il volume di riferimento del conte Giacomo è, come ricorda lo studioso in nota, quello greco-latino Divinis Platonis Opera Omnia quae exstant. Marsilio Ficino interprete del 1590. Dato importante che Natale non manca di sottolineare, citando espressamente le parole dell’accademico neoplatonico: “Già Ficino gli suggeriva l’aspetto favoloso della filosofia platonica, il fatto che Platone «fingit et saepe fabulas more poetico»(p. 45).” E sul valore ben altro che sussidiario delle illusioni in Platone aveva già insistito Rigoni parlando di una “stupefacente apologia della illusioni (p. 32)” condotta però da Leopardi sul filo del suo Kampf gegen Plato, come lo chiama “nietzschanamente” Natale. Il poeta sa, dunque, molto bene che “«le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate se non dagl’illusi», mentre «il vero filosofo le ama e predica». Il sistema di Platone, insomma, è visto – insieme, e paradossalmente – come un picco inarrivabile di coerenza speculativa e come estrema rappresentazione della persistenza dell’illusione (p. 33).”

Molte cose ci sarebbero ancora da dire per ben delineare questo importante e piacevole lavoro di Massimo Natale, specie per quel che riguarda i testi analizzati e la loro interpretazione sulla base del più complesso nesso tra filosofia e poesia che Platone offre a Leopardi e di cui Leopardi “approfitta,” se così si può dire, in ambito poetico. Ma a questo punto, di fronte all’affiorare del testo, lascio al lettore la voglia e la possibilità di concedersi all’esperienza del percorso tracciato da Natale. Aggiungerò che Platone diviene chiaramente il tramite per comprendere lo sviluppo compiuto dal pensiero di Leopardi su Dio e sull’amore, che è come dire, con un volo pindarico, che Platone spiega infine la composizione del Pensiero dominante e il testo di quella maestra di retorica e d’amore, regina dell’arti e delle frodi che fu per Leopardi Aspasia. Con una consapevolezza in più per questa ultima: quella di ridurre la portata del dato autobiografico (ricorda Natale che tra Pensiero e Aspasia il tu amoroso scompare), poiché a risaltare è qui, ancora una volta, il pensiero di Leopardi che svolta rispetto all’eros, lo abbandona progressivamente, in nome di un ridimensionamento del desiderio.

Leopardi, giunto quasi al termine della sua filosofia, della sua poesia e della sua vita, sapeva bene, come ricorda da ultimo Natale, che “la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusione che poi ella distrugge (p. 155).”

****

*Diego Bertelli si e’ laureato il Lettere moderne all’Università di Pisa e sta attualmente svolgendo un Ph.D. a Yale. Suoi articoli, saggi e recensioni sono apparsi su riviste italiane e americane. Nel 2005 ha pubblicato L’imbuto di chiocciola per le Edizioni della Meridiana, Firenze (Premio Astrolabio Opera Prima 2008). Attualmente sta lavorando al rapporto tra opera e testo nel Novecento e alla traduzione dei Galgenlieder di Christian Morgenstern.

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