Poesia/Recensioni

Carlo Carabba, “Gli anni della pioggia”, Ancona, peQuod, 2008

Vale veramente la pena di occuparsi di questo Gli anni della pioggia, libro di esordio di Carlo Carabba – e vincitore nel 2009 del Premio Mondello – pur a tre anni dalla sua pubblicazione. Vale la pena di occuparsene prima di tutto per la sorprendente maturità di cui in esso fa mostra il suo autore, specialmente se si intenda ivi riferirsi anche all’indubbia novità che queste poesie introducono nell’odierno panorama letterario italiano. Se si pensa che Carabba, nato nel 1980, doveva essere poco più che ventenne al momento della composizione dei primi testi, non si può negare di trovarsi di fronte ad un caso davvero eccezionale. Qual è l’operazione compiuta da Carabba in queste poesie? Ci sembra che ciò che fa Carabba, ed a cui egli si mantiene rigorosamente fedele in tutto il corso del libro, sia in realtà decifrabile in maniera abbastanza agevole, e che basti analizzare pochi specimina per capire quale sia la cifra stilistica generale della raccolta. Si prenda, allora, la ventesima poesia della prima sezione (Eredità d’affetti), Quand’ero piccolo prendevo, preceduta dall’epigrafe per Giovanna. Ai versi 19-20 appare un dettaglio crudamente realistico, o, per meglio dire, cronachistico, particolarmente istruttivo quanto a ciò che intendiamo significare. È tuttavia in primis necessario ricostruire il contesto autobiografico in cui il poema si inscrive. Si tratta manifestamente della rievocazione di un momento dell’infanzia, o prima giovinezza, dell’autore, allorquando andava a visitare il padre, separato dalla madre, in un altra città. Per questa ragione, gli era d’obbligo prendere il treno (cf. vv. 1-2).

Nei ventidue versi di cui la poesia è composta, abbondano i particolari descrittivi, nel senso che il ricordo sembra rimanere in superficie, limitandosi a rievocare, di quella circostanza, le condizioni “materiali” (come anche la paratassi dominante, o la subordinazione sostanzialmente di primo grado, sembrano indicare). Si leggano, a questo proposito, i versi 3-6: «[…] Mia madre parlava / con l’uomo dei biglietti e controllava /  che nel mio vagone ci fossero / delle brave persone.» Finché, arrivato a destinazione, eccolo, sempre all’imperfetto (tempo per antonomasia della narrazione), rimembrare l’incontro con il padre e con la sua compagna (cf. v. 14), ed il pranzo (ove è dato ritrovare quei dettagli di cronaca a cui alludevamo più su): «[…] E come / al suo ritorno lo hai abbracciato / così hai abbracciato me, / facendomi i ravioli / al pomodoro […]» (vv. 16-20).

Potremmo ora domandarci cosa resti ivi di poetico, quale cioè sia la poesia in codesti dettagli contenuta. Come abbiamo osservato, il poeta spinge ivi la rievocazione del contenuto autobiografico fino alla cronaca, nel senso che al sentimento ed alla nostalgia sembra non venir concesso nessuno spazio. Il particolare – visivo – dei ravioli al pomodoro non può infatti che uccidere in partenza questa tentazione. Al contrario, tramite dettagli di questo tipo, l’intento del poeta è quello di recuperare, nel presente attuale, il presente trascorso in tutta la sua materialità, o “superficialità”, come se si fosse qui alle prese di nature morte, sbarrando in maniera singolarmente rigorosa qualsiasi possibile tendenza verso la “profondità”, od, insomma, verso un’apprensione di tipo trascendentale del tempo (latore di “segreti” che solo la sua interrogazione a posteriore sarebbe in grado di rivelare). Pur essendo il vero fulcro tematico del libro (si pensi al suo stesso titolo, in questo senso fortemente allusivo), pare infatti che il poeta si ostini ad interrogare il tempo solo in funzione dei propri affetti, ed in sostanza di quella Φιλία in cui appare consistere il più originale sentimento carrabbiano, la sua vera ossessione. L’amore per gli altri; il tempo come qualcosa che, in ogni caso, vince e corrode l’amore, lo sabota dall’interno; e la poesia (e l’arte in generale) come, al contrario, una sorta di capacità che l’uomo possiede per ricreare quel passato, riportarlo alla luce come eredità, linea che può continuare nel presente a patto che sia ricostruita come – in senso etimologico – filogenesi (non per altro la prima sezione del libro si chiama, appunto, Eredità di affetti, e nel libro abbondano le poesie esplicitamente dedicate agli altri o nelle quali alla presenza degli altri si allude). Quand’ero piccolo, si conclude infine in maniera alquanto indicativa con i seguenti versi, in cui, come nel resto della poesia, la sintassi appare non essere sofisticata, ed il linguaggio piano, non ricercato: «[…] e il fine / settimana passava / felice e naturale.» (vv. 20-22). Non è importante, dunque, che, nel presente, questa naturalezza non sia più data. Essenziale è, invece, che al poeta sia concesso, almeno artificialmente, recuperarla, e che l’interrogazione del passato ivi si arresti. Secondo l’immagine che ce ne viene qui data, in seno alla poesia è, in altre parole, fondata la capacità di ricreare il passato tel quel nel presente, per arrivare a meglio rispondere agli interrogativi, pressanti, di quest’ultimo. Ma – e qui giova insistere – la linea temporale, che così viene, a posteriori, ricompattata, non è basata su di un’interpretazione razionale del passato. Il poeta, infatti, intende solo recuperare il passato nella sua essenza, e questa essenza è, per sua natura, affettiva, dal momento che, come pare legittimo inferire, per Carabba l’ontologia dell’uomo è, in primo luogo, definibile a partire dai suoi affetti, e l’Ειναι è insomma sinonimo di Θιλέιν.

In Domani pare sempre più lontano, undicesima poesia della prima sezione, il poeta appare rivolgersi alla nonna (a cui la poesia è dedicata) in un colloquio immaginario post-mortem che si svolge al presente. Come abbiamo già constatato, principale intento espressivo di Carabba è quello di basare la propria riflessione di carattere metafisico sul tempo su di un linguaggio semplice e su di una sintassi non che non dia impressione di artificiosità. Come se i concetti più alti fossero “contenuti” nelle abitudini più consuete della vita quotidiana. Si vedano, a questo proposito, i primi versi della poesia: «Domani pare sempre più lontano / e guardi le partite anche se sai / che non saprai chi vince / il prossimo scudetto / e anche il più innocente ci vediamo / significa, di fatto, / che non sarò più visto; / e poi siccome mi ero abituato / a incontrarti ogni giorno / anche il mai più semplice / sembra un/interruzione dolce, / una vacanza che presto finisce.» (vv. 1-12). Qui, è fotografata in maniera essenziale, tramite dettagli alquanto concreti, una situazione chiaramente pre-mortem. Ma ecco che, ex abrupto, nel verso successivo, con un palese riferimento al sonetto In morte del fratello Giovanni di Ugo Foscolo, il registro espressivo della poesia muta repentinamente: «Se i Numi al viver tuo furon tempesta, / avresti meritato un’altra penna, / e rime più sonanti d’un banale colloquio a bassa voce.» (vv. 13-16)  In realtà – sempre in conformità alla poetica “degli affetti” già illustrata – pare che, per il poeta, non sia possibile appressarsi alla morte che in questa maniera, piana e “contenuta”, proprio al fine di non tradire gli affetti. Egli infatti continua confessando che «[…] Sei ancora troppo vicina [si noti la densità semantica dell’aggettivo] / per farti ricordare. / Solo poche parole balbettanti / mi permetto […]» (vv. 17-20). È come, insomma, se gli affetti non permettessero un altro tipo di ricordo, per cui solo delle parole balbettanti appaiono non sfasate in rapporto alla sostanza “materiale” della memoria, vissuta prima che pensata (ciò che fra l’altro induce ad avvicinare i versi di Carabba a quelli, straordinari, di Raboni in morte della madre, Parti di un requiem, prima sezione di Cadenza d’inganno). Ciò che appariva in maniera meno manifesta in Quand’ero piccolo prendevo, è l’organizzazione ritmica, il fatto cioè che uno stratagemma per indurre quell’innegabile sensazione di “poetico” prodotta, in ogni caso, anche dai dettagli più piani, è da situarsi nell’organizzazione prosodica dei componimenti, a cui l’autore presta grande cura. In altre parole, il contesto quotidiano, il lessico poco ricercato, la sintassi semplice sono elementi che non fanno mai scadere la poesia carabbiana nella pura prosa anche in virtù della regolarità metrica. Codesta, infatti, sostiene ed “avvolge” i componenti in un involucro ritmico capace di creare una sorta di armonia, di musica di sottofondo, la quale accompagna immancabilmente la lettura dei versi. Nel libro, maggioritari appaiono essere gli endecasillabi (a maiore) ed i settenari, scelta grazie alla quale Carabba si ancora in modo aperto nella tradizione lirica. Si pensi solo al magnifico verso 10 (anche il mai più più semplice), un settenario proparossitono con un singolare ritmo sillabico: la cesura di quarta e le arsi di quinta e sesta inducono una decisa frattura del verso in due emistichi separati, e con sovraggiunta di effetto fonosimbolico.

Altri due campioni significativi della maniera carabbiana, benché si discostino dalla poetica degli affetti di cui abbiamo parlato (pur tuttavia non cessando ivi l’interrogazione del passato), sono Solitario e Semantica dell’amore, rispettivamente la quattordicesima e la sedicesima poesia del primo gruppo. Nella prima, si vede il poeta rimembrare una circostanza della propria infanzia o prima giovinezza: «Per molto tempo prima / di andare a dormire ho giocato. / Di solito ero stanco, ma insistevo, avevo / stabilito se non fossi riuscito / la giornata seguente (forse / una vita intera) sarebbe/ andata male. […]» (vv. 1-7). Dopo aver elencato alcune di queste attività serali, eccolo giungere a quella che «[…] più di tutti / mi ha affascinato» (vv. 17-18), cioè «[…] Rubik le sua facce / da separare unire / perché l’azzurro fosse / azzurro e il rosso rosso.» (vv. 18-20) Nonostante ciò, il «mio cubo è rimasto / un misto di colori differenti / [che] […] / si offriva confuso al mio sguardo / la notte accanto al letto e poi il mattino.» (vv. 22-23, 26-27). Il senso – anche traslato – di questi versi appare chiaro: l’incapacità del poeta di risolvere il gioco riflette la sua incapacità di unficare, in un tutto omogeneo, i frammenti della propria vita. Allo stesso modo, in Semantica dell’amore, ai «Molti amici [che] parlano d’amore / e mi chiedo che altro / si può dire trattandosi / di tema ancor più usato / del caldo di Roma d’agosto» (vv. 1-5), il poeta sembra offrire una risposta alquanto paradossale. Egli, infatti, risponde loro che «[..] gli inglesi hanno “love” / il cui significato/ è più vasto, abbraccia / figli nipoti madri nonni amici» (vv. 14-17). Allorché «[…] l’italiano / ha un amore soltanto, e doloroso.» (vv. 28-29) In questi testi, è avvertibile, in primis (ed in specie nella seconda), una soave musicalità, prodotto non solo della regolarità metrica già deunciata (si incontrano qui anche alcuni novenari), ma anche di lievi e delicati rapporti di omofonia fra le parole (si vedano, in Semantica, soprattutto i versi 5-11 e 17-22, ove sono contenuti la lista dei tem[i] ancor più usat[i] ed i significat[i] più vast[i]). L’involucro sonoro, e ritmico, così prodotto permette al poeta di mantenere la propria argomentazione – nelle due poesie prosaica, “logica” – un gradino più su della prosa, di maniera che il significato (facilmente decodificabile) si imponga tuttavia in maniera meno chiara, più “poetica”. Per intenderci meglio, la metafora del cubo di Rubrik sembra essere molto semplice, e quasi banale, nel suo significato. Allo stesso modo, il fatto che sia più agevole, e meno doloroso, impossessarsi, per il poeta, della semantica di love che di quella di amore, è un’invenzione che rileva di una semplicità che potrebbe sembrare sospetta, eccessiva. In realtà, da un lato lo svolgimento lievemente musicale dell’argomentazione; dall’altro, la grande cura che prende Carabba nel non insistere sul significato alluso dalle proprie metafore (della cui semplicità egli appare così pienamente conscio), fanno sì che – appunto – il significato di queste poesia venga porto in maniera tutto sommato sfuggente, senza tuttavia che appaiano dubbi sulla sua pregnanza.

Se poi passiamo ad uno dei testi maggiori della raccolta, Nella segale (diciottesimo della prima serie), si osserva come, in realtà, una delle invarianti tematiche della raccolta sia quella (e così si esplica meglio il doloroso su cui Semantica si conclude) di una sorta di impossibilità dell’amore, nel senso, in specie, di una vera e profonda unione con l’altro. Vi si legge infatti: «Mi piacerebbe tendere / a un luogo naturale / sospinto dalla terra del mio ventre / in basso verso il centro / dei corpi a me più affini. / […] / Di giorno in giorno cerco questo dove / ma temo mi sfugga alle spalle / dove non so guardare; […]» (vv. 1-5, 11-13). Segue poi una metafora scientifica alquanto significativa da un punto di vista semantico, dal momento che spiega ed illustra il disorientamento di cui ai versi precedenti: «[…] leggo / sui libri che due masse / non sanno penetrarsi né occupare / la stessa posizione / per quanto possano volere.» (vv. 13-17) Come dunque superare il problema della ricerca di un ubi consistam affettivo che appare sempre sfuggente e chimerico per sua essenza? Il poeta si limita ivi ad una conclusione che lascia questa domanda in sospeso, o, meglio, che la trasferisce sul piano, a-razionale, degli affetti: «E se il mio corpo ne incontrasse un altro / penso che piangerei.» (vv. 18-19) Nessuna complicazione intellettualistica ha qui corso, tutto viene risolto al livello della naturalezza dei sentimenti, e il destino di questa domanda è quello di rimanere senza risposta.

A questo senso di impotenza, il poeta reagisce dunque – come abbiamo già osservato –  cercando di mettere in valore la naturalezza dell’amore, fidandosi, in sostanza, più del proprio cuore che della propria ragione. Ciò che qui conta è infatti la ricerca, cioè la profondità e la sicurezza con cui Carabba – rivolgendosi sovente al passato – giunge a guardare i sentimenti, la – potremmo quasi dire – “competenza” del suo sguardo. Anche, per esempio, la poesia dedicata al padre (ventiduesima ed ultima della prima serie) – Prenderò forse un giorno questo treno (dove risuona ancora chiaramente l’eco foscoliana del sonetto al fratello Giovanni) – si snoda in questo stesso modo, fra ricordi di circostanze materiali (il treno, v. 1; l’arrivo a Firenze coi suoi «muri così grigi, e i tetti così chiusi», v. 12; le chiacchiere attorno al «pranzo riscaldato» v. 15; la partita che «[…] vedo, normalmente, / sdraiato sul mio letto o sul divano», v. 22-23 ecc.), e la soave musicalità del loro succedersi. Le domande, importanti, anche qui, in ogni caso, vengono poste: «Il desiderio d’essere a tua immagine / e somiglianza / l’amore, a volte l’odio la paura / d’esserti figlio sotto condizioni / riceverò il tuo affetto solamente / se ti sarò piaciuto. / Per te, forse, lo stesso.» (vv. 25-30). Ma ecco che anche a queste domande non si può dare una risposta in altro modo che riconfermando la naturalezza del legame fra padre e figlio, la sua “inevitabilità”: «Parli della tua vita, va il mio sguardo / sulla tovaglia a quadri azzurri / e bianchi, ascolto la tua voce / che mi racconta storie, padre e figlio.» (vv. 46-49)

Giungiamo così all’ultima poesia della raccolta, dodicesima della seconda serie (e significativamente intitolata E porto ogni mio bene, ogni mio male, che è una ripresa degli ultimi due versi della poesia proemiale, Se l’energia è prodotta dal quadrato), Discendenza. Ivi, si può dire che l’autore tiri le somme del discorso che, come abbiamo già indicato e in parte visto, è comune alla maggiore parte dei testi della raccolta. Si tratta fra l’altro della poesia ove  l’infratesto ideologico foscoliano – apertamente mutuato dai Sepolcri – appare nella maniera più trasparente (cf. vv. 3-5, 16-17, 30-31). Rispetto tuttavia a quella del poeta di Zacinto, la visione carabbiana del rapporto con i cari estinti si presenta come la sua diretta negazione. Di conseguenza, la poesia in quanto tentativo di ricostruzione filogenetica del passato nel presente – che abbiamo mostrato sottendere a molti dei testi – non è altro, appunto, che un tentativo, e non un’ideologia stabile su cui il poeta possa a colpo sicuro fondarsi. Abbiamo quindi qui a che fare con una polemica nei confronti del Foscolo, polemica che – ci sembra – avvicini piuttosto Carabba alla capacità di negazione radicale del Leopardi. Si leggano a questo proposito i seguenti veri, di una lucidità veramente straordinaria: «Quel che rimane della vita sono / i fatti, eventi registrati / se importanti » (vv. 1-3; concetto ribadito ai versi 24-28). Quel che tuttavia della vita non viene conservato, sono gli affetti, ciò che, per il poeta,  più conta: «Quel che non resta sono i sensi / esterni e interni / nascosti dai sepolcri e dall’oblio/ […]. / E anche dei miei cari non immagino / l’infanzia quando non l’ho conosciuta» (vv. 4-6, 9-10). E titto questo, conclude l’autore, perché «[…] quanto avrò provato / andrà perduto quando / non ci saranno quelli che su di me hanno pianto – e io su loro.» (vv. 28-31). La morte, insomma, azzera tutto, quella di Foscolo non è altro che una generosa illusione, senza nessun diritto di cittadinanza a livello filosofico. Si intuisce bene qui la piega leopardiana che prende la riflessione poetica di Carabba, per la ragione che nessuna illusione è ammessa in seno ad una riflessione seria e rigorosa sul tema per eccellenza romantico (ma quanto moderno), dell’amore e della morte (l’ultimo verso della poesia suona infatti: «Un giorno sarò morto e intanto vivo», v. 38).

Ci sembra, per concludere, che questa ultima composizione additi, per il poeta, la via ad una possibile evoluzione della sua riflessione poetica, che, insomma, appare scontrarsi qui con un suo insormontabile limite (di fronte al quale, infatti, il poeta rimane, basito, senza risposta). La coerenza ed omogeneità stilistica e di contenuto della poesia carabbiana è comunque proprio comprovata dai versi appena analizzati, ove tutto quello che è stato fino ad allora alluso sembra precipitare nelle sue conseguenze filosofiche più estreme, da cui non può, ovviamente, esserci alcun ritorno.

Enrico Minardi

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3 thoughts on “Carlo Carabba, “Gli anni della pioggia”, Ancona, peQuod, 2008

  1. Bella recensione, precisa e argomentata. Ecco una recensione documentata e aderente, e che fa piacere assimilare per avvicinarci alla lettura del libro. Grazie, Enrico.

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