I libri migliori

What are you like?

di Mariachiara Pecchiari

 
Anne Enright è una scrittrice irlandese conosciuta in Italia per La Veglia, pubblicato da Bompiani nel 2008. La Veglia, The Gathering  in originale (2007, Jonathan Cape, London), tuttavia è solo uno degli ultimi libri di una scrittrice prolifica che ha cominciato a pubblicare negli anni novanta. Mi è capitato di leggere uno dei suoi romanzi precedenti, intitolato What Are You Like? (2001, Vintage, London)  e non ancora pubblicato in italiano. Il titolo di per sé dà già un’idea della scrittura della Enright, che gioca con tutte le sfumature di significato delle singole parole ed espressioni, rendendone molto difficile una traduzione. In italiano infatti What Are You Like? potrebbe essere reso con “Come sei? A cosa assomigli?”, oppure in un contesto informale, conMa come sei messa?”
Poche volte ho visto il linguaggio di un romanzo modellarsi sulla narrazione come in questo libro. Ad ogni personaggio la Enright dedica uno stile diverso che evolve nel corso degli anni in cui è ambientata la trama. Si parte dal 1965 e si arriva fino ad un passato recente non specificato.
La storia in verità non è delle più originali e si avvale di un tema, quello dei gemelli separati alla nascita che si ritrovano in età adulta, esplorato già da Plauto nei Menaechmi, passando per Shakespeare ne La commedia degli errori e Goldoni ne I due gemelli veneziani, fino a Kawabata in Koto, per nominarne alcuni.
In questo caso le protagoniste sono Maria e Rose, due gemelle separate alla nascita in seguito alla morte della madre durante il parto. Maria rimane in Irlanda con il padre, Rose viene data in adozione e cresce in Inghilterra.
È lo stile della Enright a rendere questo libro originale, la plasticità della lingua che a tratti sembra più adatta alla poesia che a un romanzo.
Il libro inizia con la descrizione di una delle gemelle, Maria, neonata. 

She was small for a monster, with the slightly hurt look that monsters have and babies share, the

same need to understand. The gravity of that look, pulling everything into her, was enough to

make you hum and walk around the room. She saw everything, ate it with her eyes, she made

women’s breasts ache and men rattle their keys. Naked, she brought tears to your eyes. You felt

this baby was all skin, holding the soft little parcel of her insides: her fresh little kidneys, the

squiggle of her guts, her quail’s bones.

 “Era piccola per essere un mostro, con lo sguardo leggermente ferito che hanno i mostri e che i bambini condividono, lo stesso bisogno di capire. La serietà di quello sguardo, che rappresentava

tutto in lei, era abbastanza da farti stare sulle spine e camminare per tutta la stanza. Vedeva ogni

cosa, la mangiava con gli occhi, provocava dolore nei seni delle donne e faceva sì che gli uomini

agitassero continuamente le chiavi. Nuda, ti faceva venire le lacrime agli occhi. Sentivi che

questa bambina era tutta pelle, che tratteneva il piccolo pacco soffice della pancia: i suoi piccoli

reni freschi, lo scarabocchio delle budella, le sue ossa di quaglia” (Traduzione mia)

 

Mi sono immediatamente incuriosita. Perché una neonata dovrebbe essere  paragonata a un mostro? La voce narrante confonde il lettore, prende le parti dei personaggi. In questo caso di Berts, il padre della bambina, che ha visto sua moglie morire durante il parto. Più avanti si capisce che Berts è costretto ad amare la bambina, perché è quello che ci si aspetta da un uomo nella sua condizione, nella Dublino del 1965. Non si legge di alcun attaccamento nei confronti della piccola che anzi, sembra davvero un piccolo mostro che si approfitta della propria fragilità. Mentre la moglie, già malata durante la gravidanza, viene descritta quasi come un essere indemoniato eppure affascinante, di cui Berts è succube.
Nel capitolo Rose viene presentata la seconda gemella da adolescente. Rose è cresciuta in Inghilterra, in una famiglia benestante che, oltre ad aver adottato la bambina, accoglie in casa ragazzini disadattati. Il lettore però viene spinto ad immedesimarsi in Rose, che non comprende i buoni sentimenti dei genitori e considera i ragazzini come degli intrusi. La confusione nella mente di Rose, il suo senso di ingiustizia e insoddisfazione, sono riprodotti nella lingua che rende i concetti fluidi, adatti a qualsiasi interpretazione. In particolare, la lotta tra Rose e il giovane Anton (che da adulto avrà una storia con Maria), rimane per il lettore sconcertante perché trasmette l’incertezza degli anni di transizione dell’adolescenza, senza dire troppo o troppo poco. La lotta è il susseguirsi di piccoli dispetti e cattiverie da bambini, che celano forse un prima e inconsapevole scoperta della sessualità.

Rose slid down from her chair and sat beside him. She took his arm in both of hers and hugged it.

‘Fuck off,’ he said. He rolled her on to the ground and straddled her. She punched him in the

stomach and he fell over on to her, still crouched, his arms on either side of her head. He rested

his forehead on the floor and started to make a noise.

Rose pushed the fleshy side of her hand against his mouth, to hush him. She put her fingers

against his chin, and his mouth followed her hand into the air. He was eating at her fingers, she

could feel his spit slide down the sides.

This was not how it was supposed to be. His legs were on top of her now.

 

“Rose scivolò giù dalla sedia e si sedette di fianco a lui. Prese il braccio del ragazzo e lo strinse a

sé.

‘Vaffanculo,’ disse lui. La ribaltò per terra e si mise a cavalcioni sopra di lei. Rose gli tirò un

pugno in pieno stomaco e lui ricadde su di lei ancora accovacciato, con le braccia da un lato e

dall’altro di Rose. Appoggiò la fronte sul pavimento e iniziò a emettere un suono.

Appoggiò le dita contro il mento del ragazzo, e la bocca di quest’ultimo seguì la mano di Rose nell’aria. Stava cercando di mangiarle le dita, Rose sentiva il suo sputo scivolare ai lati.

Questo non era come avrebbe dovuto essere. Le gambe di lui erano sopra di lei adesso. Uno dei

suoi fianchi spingeva e scavava nel suo stomaco.”(Traduzione mia)

 La lingua si fa più impersonale con l’avvicinarsi delle gemelle. Ho trovato il capitolo finale con  ricongiungimento un po’ scontato, proprio perché la narrazione della Enright non prende le parti di nessun personaggio. Tuttavia mi sembra che i periodi conclusivi, sebbene un po’ buonisti, siano resi  degni di nota ancora una volta dallo stile dell’autrice. Il personaggio di sui si parla è il dottor Cotter, padre di Rose:

He smiled at them both, but particularly at Rose. He looked at one girl who was not his daughter,

and at another girl who was not his daughter, and thought that life was a cruel bonus. He had no

difficulty in telling between them, alike as they were. And he was interested to discover that he

loved them both equally, though he preferred his own.

 

“Sorrise ad entrambe, ma soprattutto a Rose. Guardò una ragazza, che non era sua figlia, e l’altra,

che non era sua figlia, e pensò che la vita era un premio crudele.

Non aveva nessuna difficoltà a distinguerle, nonostante fossero così uguali. E gli interessava

scoprire che le amava entrambe allo stesso modo, anche se preferiva la sua.”

(Traduzione mia)

Se volete leggere un libro scritto in modo diverso, scoprire sfumature inaspettate della lingua inglese e fare un esercizio di traduzione, questo è il libro giusto!

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