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Umana avventura

La prenderò alla lontana.
Forse alcuni di noi si scordano da dove provengono, quando sono partiti e cosa li ha spinti verso un lato del mondo. A me pare che coloro che meno si scordano di queste memorie siano gli scrittori, i grandi scrittori. Un  grande scrittore lo si riconosce sicuramente dallo stile, dalla voce, dalla potenza ma, per quanto mi riguarda, spesso a me pare grande uno scrittore quando in qualche suo libro, se non in molti , riesce ad evocare dei mondi. Non mi riferisco in particolare agli scrittori che generano mondi letterari complessi come ad esempio Borges o a scrittori di altro tipo che dissimulano nei loro libri le loro conoscenze letterarie o i loro studi fino a generare universi letterari originali ed evocativi. E non mi riferisco nemmeno agli scrittori fantasy o di fantascienza o di saghe familiari come quella dei Glass portata avanti da Salinger. Non mi riferisco nemmeno a scrittori che amo molto come Morselli o Gidè  che seguono scie dense di costrutti apparentemente immobili ma narrativamente dinamici e devastanti.
Non so bene nemmeno io a chi o a che cosa mi riferisco in particolare ( ma alcuni nomi come Atzeni, Coccioli, Ellis, Castaldi, Sterne li posso anche rifare una volta di più) ma penso a ciò che ha a che vedere con la messa in gioco sulla pagina dei percorsi mentali di uno scrittore: quando qualcuno che scrive riesce a rendermi partecipe non solo delle sue storie e delle sue conoscenze ma anche della mappa sentimentale e simbolica che lo guida attraverso la scrittura allora come lettore mi sento in preda alla malia di storie che vale la pena portarsi dentro, altrimenti posso apprezzare un libro e ritenerlo bello o persino grandioso ma non seguirò le tracce letterarie di quell’autore a lungo, probabilmente “distratto” da altri.
Non so se sia questo modo di interpretare la letteratura, un modo che quasi pretende l’incarnazione divina dell’autore nelle proprie opere che porta molti a diventare cercatori di libri, dapprima come meri oggetti letterari e poi, col tempo, anche come oggetti materici fatti di mondo. Si comincia a nutrire passioni morbose per determinati tipi di edizioni, di collane, oppure i più raffinati si appassionano ai traduttori e poi lentamente si procede a guardarsi indietro cercando libri che spuntano dal nulla del tempo, vecchi libri, edizioni pregiate, testi che magari non leggeremo nemmeno mai ma che prendiamo per un dorso, per il nome di un autore degli anni venti del secolo scorso che ha scritto un libro ormai impolverato e malconcio che ci si è messo dieci anni a trovarlo e però.
Si finisce così, ad odorare la carta, tastare le copertine, le pagine e inseguire la scoperta di un nuovo Libro di Kells per i più audaci.
Io comunque non mi sono mai scordato da dove sono partito e se ora sono finito come quei tipi ridotti come sopra descritto a grandi linee lo devo ad una forma di letteratura che anche se saltuariamente torna di moda (oggi per esempio abbiamo diversi scrittori che si occupano di collaborare a pessime cose) spesso viene ignorata: i fumetti.

Lo dico subito: non sopporto chi liquida il fumetto senza sapere di cosa sta parlando, e di solito chi lo fa ha una cultura fumettistica che abbraccia un panorama che al massimo comprende, con tutto il rispetto, Diabolik o Tex Willer.
Se non fosse stato per aver cominciato a leggere i grandi autori americani degli anni ‘30 e 40’ con le tavole di Mandrake, Phantom (altrimenti detto L’ombra che cammina), Brick Bradford ed essere poi approdato alle strisce a fumetti di Shulz, Parker e Hart passando per Mafalda, Goscinny e Uderzo, Tin Tin e mille altre cose fino ad approdare alle graphic novel di Alan Moore e al fantastico Sandman di Gaiman non avrei letto nulla, forse non avrei cominciato nemmeno a tenere un libro in mano come molti ragazzi di oggi infatti fanno, dato che non sanno nemmeno cosa siano questi fumetti se non per sentito dire, forse.
Ma non son qui per far polemica, sono qui per rendere un omaggio ad un grande parto letterario ormai da tempo dissolto che, forse, si mormora, sta per avere il suo epilogo definitivo. Ma sono solo voci.
Vorrei parlare di un grande fumetto dalla travagliata storia editoriale, nato nel lontano 1977 dalla mente di Giancarlo Berardi e dalle mani cesellatrici di Ivo Milazzo : Ken Parker.
Già, era il 1977 in Italia, i fatti di Bologna, il terrorismo, gli anni di piombo insomma e c’era chi nello stesso momento dava inizio ad una saga che a definirla “epocale” non si sbaglia.
Ken Parker è il nome di un uomo che vive il secondo ottocento americano da protagonista defilato. Finisce, per esigenze narrative, in mezzo a molti fatti storici ma quello che è veramente importante è che attraverso la sua umana avventura Berardi e Milazzo mettono in piedi un romanzo a puntate di grande valore e di impatto impressionante. L’ambiente è il selvaggio west, lo stesso di Tex Willer, ma il nostro personaggio non è un ranger, non è un pistolero, è solo una guida scout dell’esercito e anche da quel ruolo si dovrà liberare perché per lui insopportabile. A seguire Ken Parker nelle sue complesse vicende, spesso attraversate anche da una pungente ironia, si attraversa un pezzo di storia americana, la storia della fondazione di quel paese, degli estremi che s’incarnano nelle figure umane, ad esempio i pionieri, capaci dei più grandi sacrifici, della più grande generosità e al contempo delle peggiori atrocità.
L’evoluzione del personaggio è forse l’espressione migliore del fumetto. Ken Parker rimarrà sempre un uomo della frontiera, in tutti i sensi, ma di una frontiera che, mentre va scomparendo sul territorio si allarga a dismisura nella mente e nel cuore di un uomo pacifico che combatte con tutte le sue forze per rimanere in fondo fedele ad un unico principio: conoscere e rispettare se stessi per conoscere e rispettare  gli altri.
Nel procedere delle storie che per lungo tempo ci offrono una panoramica delle culture dei popoli nordamericani di quel periodo (ancora oggi tutto quello che conosco riguardo al popolo Inuit credo di doverlo a Berardi e Milazzo…) sono diversi i bivi che segnano il destino del protagonista. Forse non è un caso che la storia di Ken Parker cominci davvero nei primi numeri con un’amnesia dovuta ad uno scontro armato che lo porta a vivere per un po’ di tempo con gli indiani Hunkpapa, come non è un caso che il contatto con la vita del più civilizzato est (Boston) al termine di un lungo percorso di ricerca di senso sarà fatale per trasformare Ken in un fuggiasco, un ricercato,  cioè un reietto della società proprio nel momento in cui il nostro protagonista prova a scegliere la società.
Ma in alcune vicende precedenti altri incontri, a partire da quello simbolico con una milady inglese che gli dona una sacca di libri che lui difende istintivamente  in mezzo alle peggiori calamità e avventure, portano il nostro protagonista ad uscire dalla sua condizione di scarsa alfabetizzazione e a diventare un vorace lettore di Hawthorne, di Poe e di scrittori meno conosciuti ora ma molto singolari come Ambrose Bierce. Molti personaggi si affacciano mentre Ken fugge in Canada e un altro incontro decisivo che porterà Ken Parker a diventare addirittura uno scrittore di Dime Novel (in realtà il formato sembra essere  quello ma Ken scriverà delle Dime Novel di “alto livello” rispetto alle caratteristiche tipiche di quelle pubblicazioni e le sue storie saranno sempre incentrate sull’avventura  umana dell’uomo al cospetto delle sue frontiere, fisiche e mentali) sarà con Ned Buntline, controverso personaggio realmente esistito . Buntline era un uomo del west a tutti gli effetti ma a suo modo visionario, uno strano tipo di giornalista, editore, scrittore, attivista facinoroso a cui, ad esempio, si deve storicamente la nascita del personaggio Buffalo Bill, trasformato da Buntline, proprio attraverso i suoi racconti e persino il teatro popolare, da avventuriero del west a mito da leggenda americana.
Il modo di raccontare che Berardi incardina nelle vicende del fumetto (coadiuvato da altri sceneggiatori validissimi tra cui figura anche un giovane Sclavi, futuro creatore di Dylan Dog) crea magistralmente un caleidoscopio di rimandi che toccano tutte le corde che possono coinvolgere un lettore riuscendo a produrre un altro fatto narrativo meraviglioso, cioè la capacità infusa dagli autori al personaggio seriale di non cadere mai nella banalità e nella ripetitività senza nemmeno toccare l’estremo opposto dell’eccesso letterario: l’irrealismo fine a se stesso.
Come dicevo all’inizio si vocifera che Berardi e Milazzo dopo moltissimi anni dalla “conclusione” della vicenda di Ken Parker (in realtà più che aperta dato che il nostro langue in una terribile prigione federale nelle paludi ma le “sue” ultime storie ci raccontano del suo figlioccio impegnato in un viaggio di ricongiungimento e di Ishi, l’ultimo indiano Yahi) stiano lavorando ad una sorta di capitolo finale.
Personalmente non credo che, se mai leggeremo davvero anche quest’ultima storia essa avrà la connotazione di capitolo finale, non sarebbe nello spirito e nella lettera di questa cavalcata letteraria che abbiamo avuto la fortuna di poter leggere. Credo invece che, al di là di questa rievocazione un po’ nostalgica, leggere, sempre leggere, anche fumetti del calibro di Ken Parker,  mi abbia permesso di tenere vivo l’umano desiderio di scoperta e di confronto, di cercare nel mare della vita ciò che non è immediatamente percepibile o comprensibile. Di faticare su me stesso, se necessario. Di demolire e ricostruire, se serve. Di riconoscere che esserci, per quanto sta in noi, è la cosa più importante della nostra umana avventura.

 

Simone Battig

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