Recensioni/Saggi

Pensare la morte. Variazioni sul tema

E’ da poco uscito per Einaudi un agile libretto intitolato: Che cosa vuol dire morire, a cura di Daniela Monti, che raccoglie le riflessioni sul questo tema di sei autorevoli studiosi di formazione diversa, sollecitati dalla curatrice con domande e osservazioni a esplicitare il loro pensiero. Il primo a rispondere su un tema tanto comune quanto scrupolosamente evitato è Aldo Schiavone. La sua posizione è riassumibile in una forma di ottimismo tecnologico (che nessuno degli altri sembra condividere) per cui saremmo sulla soglia di un’epoca rispetto alla quale tutto il resto potrebbe essere considerato preistoria, compresa la saldatura tra psiche e corpo: “Saremo capaci di creare possibilità del tutto nuove, nelle quali, per esempio, un’esistenza potrà continuare in modo quasi completamente indipendente dal suo supporto biologico (per così dire), sostenuta dalla sola artificialità”. In altri termini, varcata la frontiera della stessa modernità, l’uomo potrebbe avviarsi verso una metamorfosi in grado di alterare radicalmente i criteri della vita, e dunque anche quelli della morte (un po’ come l’immenso patrimonio di informazioni presente in modo virtuale in un computer viene attivato e disattivato mediante un semplice pulsante?). Più tradizionalmente, Giovanni Reale, evocando la continuità tra saggezza classica e patrimonio cristiano, auspica un ripensamento delle condizioni della vita e della morte nella società tecnologica (“Con la scienza abbiamo perduto l’antica saggezza, e con l’informazione scatenata perderemo anche la scienza”), ripensamento alimentato da un ritorno alla natura umana originaria, per cui dovremmo: “cambiare rotta dal punto di vista spirituale”. Auspicando un nuovo umanesimo, Remo Bodei non nega il valore della tecnica, che attualmente sembra dominare il nostro orizzonte, ma osserva che “il senso della tecnica non fa parte della tecnica”, e dunque spetta a noi interrogarci sul cammino da intraprendere, senza per questo rinnegare il pensiero razionale e le conquiste effettuate nel suo nome, ma senza neppure fingere di non vedere che un abbandono troppo rapido della fede religiosa comporta smarrimento e incertezza: “L’eccessiva quantità di ossigeno del pensiero astratto, la volontà di eliminare senza residui l’opacità del vivere e il sistema di credenze che regge la maggior parte della nostra esistenza, ci sarebbe fatale”. Più attenta alle modalità del morire e ai problemi che queste modalità pongono oggi in termini morali e giuridici, Roberta De Monticelli osserva: “Io credo che una morte –dato che morire è necessario- è buona soltanto se non uccide la dignità e la vocazione personale, l’ethos del morente; e se è pietosa, se accetta dalla dolce pietà dei Lumi e della nostra scienza gli umani rimedi che permettono al morente di spegnersi in pace, e per quanto possibile, dolcemente”. Tutto incentrato sul concetto di libertà, l’intervento di Vito Mancuso ribadisce la supremazia dello spirito, avendo cura di leggere la morte come parte essenziale del processo biologico: “L’importante è comprendere una cosa: che la morte non è contrapposta alla vita”, rivendicando una comprensione superiore di questi fenomeni, senza abbandonarli a un sapere parcellizzato e dunque incapace di cogliere l’intima coesione della realtà. Alla luce della verità, Emanuele Severino fa rientrare anche la morte nell’epocale sviamento della civiltà occidentale che pensa come possibile il nulla delle cose, o le cose come nulla, affidandosi storicamente a Dio e alla tecnica (“o alleandosi a Dio o diventando Dio”) per ovviare alla paura dell’annientamento, là dove bisognerebbe mettere in luce la sostanziale eternità di tutto.

Fin qui le relazioni di questo strano concerto, o meglio concertino, in cui ogni strumento suona la sua musica quasi obbedendo al presupposto dell’appartenenza a una scuola o a una missione, per cui il cattolico, l’ateo, l’agnostico, l’umanista o il nuovo credente nelle magnifiche sorti e progressive, rimangono fedeli all’assunto di partenza. E fin qui non ci sarebbe niente di nuovo o di male, se non che il tema del libro, la morte, invece di costituire l’oggetto principale della riflessione, si eclissa, rimane costantemente sullo sfondo, come qualcosa che può essere evocato solo attraverso il filtro di una visione precostituita, filosofica o teologica, sociologica o psicologica, ma non viene mai affrontato a viso aperto né indagato per quello che è in relazione a noi. Non è un caso che alla domanda reiterata dell’intervistatrice, volta evidentemente a  ricondurre l’interlocutore al tema del libro: lei ha paura della morte o cosa ne pensa, cosa vuol dire per lei la morte?  quasi tutti gli studiosi rispondono con la fuga, uno scarto che li pone al riparo, sembra, dall’imbarazzo: “Lasciamo perdere il mio modo di pensare”, “Credo che un buon maestro, anche in filosofia, sia quello capace di scomparire dietro la cosa che insegna”, trincerandosi nell’empireo della teoria, della riflessione storica o teoretica.

Ma, ancora più significativo di questo imbarazzo è il fatto che l’argomentazione, se raramente sfiora la morte in quanto tale, si avventura invece con brio polemico (con sollievo?) nel dibattito attuale che concerne l’eutanasia, le implicazioni tra medicalizzazione della morte e testamento biologico, il rapporto tra stato laico e chiesa, ecc. Insomma, mentre tutti lamentano l’occultamento della morte nella società tecnocratica, la sua espulsione dal sentimento collettivo e dalla riflessione, è altrettanto vero che anche i loro interventi poi non si discostano da una sostanziale presa di distanza,  quasi fosse il solo modo per poterne parlare, per tentare di dare un senso a ciò che minaccia di non averne alcuno. Come dire che non si sfugge al carattere di un’epoca, nemmeno quando la si interroga e la si critica? Forse il non senso della morte opprime colui che vorrebbe indagarla, lo attira e come l’abisso lo spaventa, permettendogli solo di aggirarsi sull’orlo, in prossimità del quale, lo sa bene, prima o poi precipiterà senza scampo. L’osservazione di La Rochefoucauld, secondo cui: “Non possiamo fissare né il sole né la morte”, sembra qui venire tradotta in modo esemplare, sia pure con l’eleganza di chi è abituato a giostrare con le parole e i concetti in un mondo disponibile e rassicurante. Perché, non solo pensare la morte appare un’impresa contraddittoria (come definire o oggettivare il nulla), ma intrinsecamente impossibile data la sua refrattarietà all’esperienza.

Ma proprio per questo, chi vuole veramente affrontarla dovrebbe tenersi alla larga dalle generalizzazioni, storiche e teoretiche, ben sapendo che sono le teorie a falsificare il nocciolo del problema, riducendolo a una serie di deduzioni tanto tranquillizzanti quanto ipocrite. La morte come soggetto di riflessione teorica è stata trattata esaurientemente nel novecento e non solo dai filosofi puri, penso tra i moltissimi a Thomas, Antropologia della morte, ad Ariès, Storia della morte in Occidente,  per non parlare di Freud e del bel libro di Karl Rahner, Sulla teologia della morte. Ma, e questo è il paradosso della morte, lo studio riduce la morte a un tema come gli altri, una realtà oggettivabile e analizzabile, che in quanto tale mostra gli stessi elementi  di  ogni realtà (e cosa dovrebbe mostrare?), ma per noi non è una condizione come le altre, e non lo è perché in essa non ne va solo dell’elemento biologico, che segue la sorte di tutto ciò che vive  e costituisce, per così dire, un privilegio del vivente, ma anche di quello che chiamiamo spirito, o anima , o mente o coscienza, che in quanto tale non dovrebbe subire la sorte del suo sostrato biologico, mentre al contrario sa di doverla subire e non vi si rassegna. L’animale, come il vegetale (anzi ogni forma di vita anche quella monocellulare), evita ogni occasione di morte ma poi soccombe adeguandosi al suo destino nella cecità dell’istante, il che poi riguarda anche l’uomo, stante la giusta osservazione di Cèline, secondo cui la maggior parte degli uomini muore solo all’ultimo, tranne pochi che iniziano a morire molto prima, e questi, commenta lo scrittore francese, sono i disgraziati della terra. Nell’uomo infatti le cose sono o possono essere più complesse, la consapevolezza che abbiamo di morire è il motivo primo del nostro disagio nei confronti della morte, che costituisce una smentita dell’autonomia dello spirito, la più esplicita forma di negazione di ogni superiorità fondata sulla differenza (già Aristotele, pur concedendo la supremazia, aveva corretto l’immortalità dell’anima di Platone), e soprattutto prospetta la distruzione dell’individualità di cui l’anima è l’espressione. Dunque un ragionamento sulla morte che si limiti a registrarla e ordinarla in base a categorie generali rischia di perdere di vista la sua specificità: ciò che conta non è la morte in quanto concetto, su cui possiamo serenamente discutere come sulle proprietà dei neutrini o sul campionato di calcio, ma la mia morte, a cui non vedo rimedio, neppure quello, tragico, della morte degli altri, che almeno mi permette il dolore e il rimpianto, che sono pur sempre aspetti della vita. E’ come se la morte, nel pensiero che la precede (e per me non potrà mai essere altro che questo pensiero) si trascinasse dietro ciò che io sono e lo vanificasse, togliendo alle parole e ai concetti con cui vorrei parlarne ogni capacità di significazione, mettendo così a rischio l’intero mondo del pensiero.

Solo la religione permette una frequentazione domestica della morte, allestendo grandiosi apparati liturgici e concettuali che non si sostituiscono a essa, ma la pongono al centro della rappresentazione, predisponendo un palcoscenico sul quale anche io salirò,  modificando l’immaginazione che ci affascina e paralizza, arrivando addirittura a subordinarla a un giudizio finale, degradandola a mezzo, una specie di contingenza necessaria, inserendola in una logica trascendente. Quando Lucrezio accusa la religione di aver creato la paura della morte, dice qualcosa di vero (la religione confonde la paura fisica e istintiva con quella esistenziale o morale) e al tempo stesso di falso: non c’è bisogno della religione e dei suoi inferni, dei suoi diavoli e delle sue apocalissi, per provare timore davanti alla morte, anche se la religione si serve della morte come della sua leva più potente per diffondere la fede. Ma rimane il fatto che al di fuori della religione e dell’arte, almeno a livello espressivo, ogni altro discorso sulla morte, se non vuole rimanere ai margini, cioè se non vuole fingere di parlare di ciò che in realtà lo ammutolisce, finisce col diventare una parata più o meno ingegnosa, di trucchi retorici. Quando Severino  afferma che “tutto è già salvo”, in nome di una verità puramente logica, oltre che discutibile,  sta mentendo, e ciò di cui parla non è la morte (che guida incappucciata la triste processione dei viventi, ombre incatenate, riprese dall’immaginario di Bosch nello splendido film di Bergman, Il settimo sigillo) ma la morte come concetto all’interno di un universo di segni ben costruito, un meccanismo oliato e garantito dalla sua stessa artificiosità. Ma la morte è un segno? In quella che rimane forse la più spietata rappresentazione della morte moderna,  il racconto Morire, di Schnitzler, è preponderante la descrizione della morte, il suo terrificante apparato di distruzione, così come esso appare al moribondo, il cui segreto tormento non è tanto quello di perdere tutto, ma che gli altri gli sopravviveranno (e in quante tradizioni antiche lo stesso fuoco consuma il morto e la persona ancora viva a lui più vicina). Fuori di una concezione religiosa, sia pure minima, la morte può essere solo un fatto, con la crudezza di ciò che è irrimediabile, con la necessità di ciò che ci agguanta e non richiede altro che la rassegnazione. I personaggi di Verga, quando muoiono nel loro letto, si voltano verso il muro. Il morente si sottrae, si chiude nella sua solitudine estrema, si arrende, sopportando l’umiliante esclusione dal mondo dei viventi. Questa è l’esperienza, a cui posso accostare la pietas religiosa per accettarla e farla mia, integrandola nella vita, ma non esorcizzare nel nome di una verità assoluta che dice il contrario di quello che vedo o facendola dipendere dalla stagione storica, dallo sviluppo della società borghese, dalle diverse forme dell’alienazione ecc. La religione è consolatoria perché sta accanto al morente, lo prende per mano, non nega l’osceno disfacimento di ciò che è stato il suo corpo, né l’annientamento della sua coscienza, rifiuta solo la mancanza di senso. E tra le religioni il cristianesimo può vantare un’assoluta confidenza con la morte, facendone partecipe Dio stesso, elevandola addirittura a momento decisivo del senso del mondo. Tutto il resto, filosofia compresa, è inadeguato, rischia di guardare la realtà da un punto troppo lontano e rassicurante, un po’ come spesso si fa ipocritamente con i malati gravi, a cui crediamo di portare conforto minimizzando ciò che, ormai lo sanno bene, sta per accadere loro, opponendo alla morte come negazione la negazione della morte.

Ma proprio questa cautela, questo voler parlare d’altro, questo prendere la morte come un avvenimento plausibile, non soddisfa, anzi accresce l’ansia e il terrore, il disagio. La morte non è un fatto normale, perché se è vero che vivere significa sia nascere che morire, come ricorda opportunamente Mancuso, lo spirito, per accettare questa logica, dovrebbe negare il proprio fondamento, definirsi un organo, una secrezione ghiandolare, un gene che adempie  a una funzione e deperisce col venir meno dell’organismo. Vita e spiritualità sono conciliabili, ma a patto di non attribuire a una ciò che è dell’altra, a patto di non voler edulcorare un destino che al contrario è duro e inaccettabile. Si può affrontare la morte senza eccessiva paura (la paura è un riflesso biologico), ma rimane il fatto che anche chi l’accetta serenamente la ritiene estranea al proprio io, alla propria storia, un fatto estraneo che rinnega ciò che si è. La verità, o meglio il discorso vero, riguarda o può riguardare una minuscola parte della nostra vita, ma non è in grado di sostituire le passioni autentiche (nessuna conoscenza chimica o biologica può prendere il posto di un affetto, di un sentimento, o anche solo dell’estasi davanti a un paesaggio), e tanto meno di accompagnarci nel momento in cui passiamo per la porta stretta.

Si potrebbe obiettare che la riflessione filosofica deve appunto prescindere dalle circostanze individuali, concrete, per meglio comprenderle, così come la scienza, in cui la definizione delle leggi illumina gli enti e li spiega dopo essersene allontanata. Ma nel caso della morte, essa è una non realtà, è un limite più che una realtà, e se da una parte è ciò che aspetta ciascuno di noi senza eccezioni, dall’altra non sarà mai oggetto della mia esperienza, sempre un passo più in là, o come un’ombra che, fatalmente e assurdamente, un bel giorno colmerà con un balzo la piccola distanza che la separa da noi per raggiungerci, per inghiottirci nel suo grigiore indistinto. Per questo attribuire la morte a un pensiero sbagliato (l’Occidente!), a una organizzazione sociale insofferente di tutto ciò che non è il meccanismo su cui si regge, o a una tecnica invasiva che manipola ogni momento della vita, impadronendosi con i suoi veleni miracolosi e i suoi manometri pignoli anche della cessazione della vita, non sposta di un centimetro la nostra considerazione della morte, a meno di sognare una realtà trascorsa o una a venire in cui tutto sia stato o sarà pacificato e indolore, e morire non sia altro che un veloce e sorridente sgombero.

Basterebbe scorrere le espressioni con cui parliamo di chi è morto, per capire la nostra fatica ad accettare la realtà: ci ha lasciato, se ne è andato, ha raggiunto…. verbi di moto, che ci illudono su un inesistente permanere del morto in uno spazio nel quale si avvierebbe da solo, ma sempre seguendo una direzione, camminando con le sue gambe. Non potendo trattenerlo con noi, gli attribuiamo una capacità strana, diversa di continuare la sua vita, in modo separato ma non meno reale. Davvero il pensiero filosofico odierno non sa fare altro che divagare, o chiedere aiuto alla religione, o far proprie le indagini delle scienze, o sognare quinte teatrali piene di cieli azzurri e batufoli di nuvole  come nei dipinti di Tiepolo? Pensare la morte, la propria morte, non dovrebbe essere  prima di tutto un atto di coraggio e di onestà? Ma pensarla fino in fondo, senza lasciarci sviare da paure o da presentimenti (ci sarà tempo per questo), pensarla come il termine estremo della vita, su cui non possiamo teorizzare, perché esso sfugge all’esperienza, ma rispettando in essa ciò che siamo, ciò che ancora possiamo, per trarne se non il conforto, almeno il decoro della coscienza. Oppure dobbiamo fare nostro l’enigmatico invito delle Upanisad: “Chiedi a tuo piacimento per avere tutti quegli oggetti che nel mondo dei mortali sono difficili da ottenere. Ecco delle incantevoli ninfe con carri e strumenti musicali: che non potrebbero certo aversi da parte degli uomini comuni. Da loro, sarai servito, o Naciketas, ma non interrogarmi sulla Morte!”.

di Bruno Nacci

Advertisements

7 thoughts on “Pensare la morte. Variazioni sul tema

  1. Pingback: Pensare la morte. Variazioni sul tema, da Samgha « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete

  2. SONO STATO CENSURATO E ME NE COMPIACCIO PER UN SITO
    CHE SI SOTTOTITOLA:
    i suicidati della società letteraria
    ispirandosi nientemeno che ad ANTONIN ARTAUD !!!
    Giuseppe Maini argos

  3. Scusa Giuseppe..ma di che censura vai parlando? Io sono rientrato adesso ma non ho trovato tuoi commenti censurati o in sospeso…non è che semplicemente non hai fatto invia e quindi il commento non è apparso? Succede ogni tanto..prova a rimandare il tuo commento e nessuno lo censurerà se ovviamente rispetta le regole di base dei commenti (sostanzialmente niente insulti a nessuno…).

    • Mi si crea una perplessità. Mi sembra di aver avviato invia e infatti era comparso che esistevano 2 commenti. Comunque,non frequentemente per fortuna,mi sono accaduti in passato dei fatti “paranormali”. Per cui,se è accaduto come Lei dice,significa che l’intervento “non deve essere pubblicato”. Non vi era nulla di insultante,ma un rilievo critico nei confronti di Emanuele Severino e Remo Bodei cui scrissi nei primi anni 80 senza alcun riscontro. Ciò è “umiliante” per il lettore che da credito agli autori;ed è anche umiliante per gli autori.
      A proposito di “Samgha”,ritengo sia alla radice di “sciamano”:il grande Mircea Eliade,autore del fantastico “Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi” mi diede riscontro nel 1982.
      Detto ciò chiedo scusa…ripeto che se è accaduto qualcosa non voluto da Voi ciò significa che l’intervento non va pubblicato.
      Distinti saluti e sinceri auguri.
      Giuseppe Maini a.

      • Peccato Giuseppe, se avrai voglia di rispostarlo noi siamo qui. Per ulteriore informazione, il nostro blog è settato automaticamente per tenere in sospeso commenti che abbiano più di un link (per evitare lo spam), dopodiché, magari un po’ in ritardo, anche i commenti con più link vengono abilitati appena qualcuno di noi può farlo.

  4. Non sono superstizioso,però non sono neanche razionale
    di struttura mentale. Perciò se qualcosa di “irrazionale” è accaduto e ci credo,ritengo di non sfidarlo. Io Vi conservo fiducia,non mancheranno occasioni di parlare.
    Cordialmente.
    Giuseppe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...