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La letteratura e le Scritture. Di Baroni, svenimenti e Notari. Cronica tragicomica di un convegno accademico su Bibbia e Letteratura

havel havalim

Il povero monaco fu ospitato in uno splendido ostello la sera prima. L’aria era fresca e le stelle facevano settembre e non brina. La stessa mattina dopo avrebbe dovuto disputare con i sapienti della Scaligera Accademia alla Biblioteca Civica e con alcuni altri illustri Dottori venuti da ogni parte del Regno. Si addormentò, quella sera, tra le Bibbie aperte e le pergamene vergate da tutti i lati, come si è soliti fare tra i Grandi Talmudisti, benché lui, certo, non lo fosse affatto (quando sei sulla Soglia ancora non appartieni all’Impresa e quando ci entri già non ne appartieni più, dicevano i saggi all’unisono, da tutti gli angoli del globo terracqueo e da tutti i tempi). Aveva portato con sé nella bisaccia, oltre al salterio, anche tutti i documenti conciliari in suo possesso: un peso che lo rendeva ad un tempo fiero e fiacco, aveva una cera tremenda, malaticcia, moribonda. Ma il sonno venne con la recita dei Salmi, come sempre.

La mattina, dopo la frugale colazione e le lodi recitate in cella, si portò al luogo delle dispute Altissime e profondissime, degne di cotali uomini imbevuti di scienza come il lenzuolo nel sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo. I Discorsi Dottissimi incominciarono naturalmente con la figura peccaminosa dei due vecchioni che spiano la fanciulla: un intervento di rara pedanteria, grigio come il vello che la povera studiosa probabilmente mai aveva visto, ricco di notarili scolii e appunti, un intrico di niente ben congegnato e privo di qualsiasi evidenza come il Sacro Mistero Divino, come un Roveto Ardente privo di Sacra Fiamma e muto, nemmeno balbuziente. Ma il grigio sta bene con tutto, pensò il monaco, anche se la sua veste, per tradizione e Ordine, è sempre stata bianca, come i camaldolesi la portavano dal Santo Romualdo fino ai cupi giorni nostri.

Il secondo intervento toccava al monaco che, un poco assonnato e con in testa ancora i suoni aspri e gutturali dell’ebraico del Salmista, prese timidamente la parola. Il povero sprovveduto, poi, infuocato dalla sua vanitas e dalle ore di studio e preghiera sopra il libro del profeta Ezechiele, si mise a disputare sulla pianura d’ossa aride e sui possibili collegamenti tra quella visione e le tracce ancora presenti nel nostro tempo e nelle scritture profane (e spesso profanate). Il monaco, sempre più infuocato, si è prodigato attraverso etimologie ebraiche, letture talmudiche e midrashiche, teologie narrative ed estetica, passando per le implicazioni anche liturgiche del sacerdote impuro Ezechiele, trovando profonde analogie, almeno così credeva, tra il nostro tempo e quelle ossa inaridite. Ma l’Illustre uditorio sembrava non gradire quella fiamma puzzolente perché proveniente da monasteri e carte grezze e pesanti. Una delle matrone docenti in quella Illustrissima Università disse che le ossa aride non erano altro che la metafora della Santissima Resurrezione: e il monaco, sudato e infelice, a contestare, a spiegare con calma che no, che solo dopo i Santi Padri della nostra Madre Chiesa è stato così, che la resurrezione in ambiente ebraico è solo una visione tardiva e mai del tutto attestata. Che le ossa aride non sono altro che un simulacro vuoto per noi oggi, il simulacro di tutto ciò che siamo, un segno da riempire e svuotare, un passaggio pasquale e battesimale in bilico tra morte e vita, tra blocco della Legge e della Tradizione e possibilità di un suo superamento tramite il “cuore nuovo”, tramite il soffio/ruah divino, e che ogni profezia è visione, riconversione dell’Evento comunicativo di Dio dall’orale allo scritto e viceversa per ogni lettore, così come la Poesia ecc.

A questo punto della dissertazione, il Gran Notaro e Direttore dei lavori, un certo Gibellinus, si alza in piedi e sostiene con mirabolante varietà d’argomentazioni che non è possibile fare esegesi biblica in questo caso, che sarebbe uno smarrire il proposito d’indagine prefisso, vale a dire confrontare figure e personaggi biblici con quelli delle scritture profane: c’è bisogno di notari dediti alla computazione, dice! Non di talmudisti e cabbalisti, non di diabolici poveri Cristi  –  e che ognuno stia nel suo, nel suo piccolo orticello, nella sua minuscola casellina nel grande disegno accademico; computi, caro amico, computi per noi e per quelli che verranno (meno) dopo di noi; ci dica la pagina e il numero di volte, ci dica quante volte fratello, quante volte e dove e non vada oltre che, come sa bene, non siamo ancora nel Rinascimento e anche il vecchio Medioevo è morto e sepolto  –  e anche il tempo di Perotino, e quello del Canto Fermo, e anche quello dell’ultimo genio Palestrina dove si poteva sprofondare nella Forma e sviscerarla all’infinito nella sua estrema compostezza, mostrando l’armonia del disarmonico, l’ordine nel disordine, la Nuova Creazione nell’uscite esodico  –  ogni tempo è finito, siamo orizzontali, mai stanchi di allinearci all’orizzonte  –  ma morti e contenti, sani e salvi.

Al monaco, che sul libro di Ezechiele ha pianto e gioito, che l’ha sentito nella sua carne come l’assedio che lo stesso profeta ha letteralmente incarnato, che l’ha ingoiato pezzo dopo pezzo come Ezechiele stesso, senza mai digerirlo del tutto perché santo non è né tantomeno demone  –  al povero monaco, dicevo, verrebbe da rispondere così: “Esimio Notaro, lei computi pure e si salvi, salvi se stesso e i suoi scranni profumati come sepolcri imbiancati; ma voglia accettare questa mia benedizione quale monito e augurio sincero: CHI SI SALVA E’ PERDUTO, ce lo insegna proprio Ezechiele il Sacerdote privo di purezza che ha dovuto contaminarsi con i morti e con gli escrementi, cosa che a lei certo non conviene”.

A questo punto, placata la disputa, sfiatata nel grigio imperante, sale in cattedra un’altra Dottora forse tra le più brave e inizia a disquisire di Susanna e altre donne bibliche ma, per uno strano scherzo del Divino (o forse del Maligno, sempre annidato nel cuore stesso di Dio come un fratello Caino che nessuno può toccare per ordine dello stesso Altissimo), ad un certo punto tutti gli spirti che irroravano le sue vene, tutti gli spirti sensitivi la abbandonano  –  la ruah si ritira lentamente da lei e da tutti noi; rovescia i bellissimi occhi neri, trema come a chiedere l’ultimo soffio divino e stramazza al suolo con grande paura e stupore generale. Molti le si affollano intorno, rubandole così quel po’ di soffio che forse ancora le rimaneva, succhiandolo avidamente come Lamie in calore (spettacolo davvero demoniaco, non c’è che dire); qualcuno urla a voce alta: “Un Dottore! C’è un Dottore in sala, per pietà!!!”. Ma sono tutti Dottori in Lettere e anche il povero monaco non sa cosa fare, come aiutare, anche la teologia non può niente al confronto. “Potranno queste ossa rivivere?”. “Tu solo, Signore, lo sai”.

Postilla alla disputatio

E’ finalmente giunta la missiva dell’esimio Gibellinus relativa alle discussioni del convegno veronese di qualche tempo fa, che alcuni di voi hanno potuto seguire tramite la tragicomica cronica del povero monaco. Ora, dopo aver letto queste poche e preziosissime righe di alta apertura ecumenica, accademica e universale, il suddetto monaco mi prega di farvi sapere che sta preparando la bisaccia, la Bibbia e poco altro per ritirarsi definitivamente presso Ca’ Maldolo, unito ai vivi e ai morti (sempre meglio dei morti viventi di quaggiù, mi ripete tremando e ridendo insieme) nell’insegnamento del padre Romualdo, nella regola di Benedetto. Da quel santo eremitaggio potrà ascoltare parole migliori di ogni altra, quelle del silenzio e dell’attesa; potrà lottare con demoni veri e non di cartapesta; pranzerà seduto sullo scalino dell’entrata della sua cella, guardando il giardino che vira verso l’autunno, attendendo la neve e il frusciare della foresta del Casentino. Vi chiede una benedizione e un abbraccio, salutandovi e assicurando che pregherà per me e per voi tutti.

EDITTO GIBELLINUS

La nostra è un’opera sulla Bibbia NELLA LETTERATURA ITALIANA, cioè su echi, riprese, remakes(!) della Sacra Scrittura nelle opere dei nostri autori(che spesso vi hanno attinto attraverso mediazioni: liturgia, patristica etc.). Non dobbiamo dunque indugiare sul significato della Bibbia in sé (aspetti teologici, storico-archeologici, ermeneutici, esegetici) poiché la nostra è un’opera di ITALIANISTI per italianisti, non di biblisti,orientalisti etc. (Gibellinus, vergata in originale e giuntami via posta).

di Andrea Ponso

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