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Io non sono qui: Christoph Friedrich Heinle

di Luca Ormelli

«Le ore che contengono la forma/sono trascorse nella casa del sogno» [Walter Benjamin, Strada a senso unico]

«Invano tra loro cercherai il poeta./Guarda, sull’orlo della grande via rocciosa/dove, in improvviso rovinio, le rocce/eternamente rimbalzano giù nel profondo buio./Guarda, sull’orlo dello spaventoso abisso/scorgerai uno che, senza preoccupazioni,/sta tra la notte e la vita variopinta.» [Walter Benjamin, Il poeta, vv. 20-26]

Non vi campeggiasse il nome/numen di Walter Benjamin mai questa raccolta di poesie, precisamente Sonetti e poesie sparse [Einaudi, Torino, 2010 – le versioni delle poesie di Heinle che riporto sono opera di Hellmut Riediger, i versi di Benjamin tradotti da Ida Porena], avrebbe attirato su di sé la distratta luce editoriale. Quanto meno la prestigiosa (un tempo?) onorificenza di uscire nella “Collana bianca” di Einaudi. Perché, per parlar chiaro, queste 92 poesie ripartite in 73 sonetti e poesie di vario formato e metro, di qualità e ispirazione disomogenea avrebbero, con buona approssimazione, finito coll’ingrossare le fila di quel poema meraviglioso ed inesauribile che, nuovo ogni giorno, prende il titolo di Incompiuta, tal quale la Unvollendete di Schubert. Una sinfonia propriamente Infinita, quella della poesia anfibia,  “sommersa”. Quel che vi è di eccezionale in questa raccolta va però rinvenuto non nel compositore, di per sé eccezionale come Benjamin, bensì nel destinatario suo malgrado: proprio quel Christoph Friedrich Heinle da cui abbiamo preso le mosse.

Che egli fosse poeta, in proprio, lo attesta una sola poesia a suo nome pubblicata lui vivente, Abetaia nella neve. Ecco come ci introduce alla sua dramatis persona lo stesso Benjamin (di due anni più anziano essendo Heinle nato nel 1894) che imparerà a conoscerlo in Friburgo allorquando nel 1913 entrambi vi si trovano in qualità di studenti, di filosofia Walter, di filologia Heinle in seguito al suo trasferimento da Gottinga:

«Ma con che persone ho a che fare! […] Ecco Heinle, un ragazzo in gamba. “Beve, mangia e compone poesie”: Queste pare siano molto belle – presto ne ascolterò qualcuna. Eternamente sognanti e tedesche. Malvestite» [la citazione di questa lettera di Benjamin è estrapolata dall’edizione tedesca dell’epistolario del filosofo berlinese: Gesammelte Briefe, Theodor Adorno Archiv, Frankfurt a.M., 1995-2000, Vol. I, p. 96 e riportata nel collettore einaudiano a p. 205].

ABETAIA NELLA NEVE/Mille gigantesche zampe bianche/senza corpo da scoscese punte/tra le fessure frequenti starnuti/repentini come di gatti raffreddati./Sul sentiero riso di ombre/morbido nella neve da tanti passi…/tra le deste luci il freddo incede/bianco con passi scricchiolanti.// [le maiuscole sono parte integrante del testo]

E’ grazie alla vena fluviale del Benjamin epistolare che buona parte delle poesie di Heinle (e degli aneddoti concernenti la sua figura perché, in pressoché completa assenza di parole autografe e di documenti fotografici Heinle così si configura – quasi fosse il modello per il celeberrimo dipinto del 1964 di Magritte il “Figlio dell’Uomo” –  come una rifrazione del raggio che effettivamente fu ma passata attraverso quel prisma sorprendente che risponde al nome di Benjamin) sono giunte sino a noi. Infatti: «Perduta è una gran parte delle opere postume di Heinle che Benjamin nel 1933, all’inizio dell’emigrazione, dovette lasciare a Berlino» [Sonetti e poesie sparse, cit., p. 212]. Parole queste del curatore dell’opera omnia benjaminiana, Rolf Tiedemann, estensore dell’appendice al volume in oggetto dedicata alla (ri)scoperta di Heinle al quale, nel corso degli anni susseguiti alla sua morte (quasi un secolo, essendosi Heinle in compagnia della propria fidanzata ebrea Rika Seligson toltosi la vita con il gas l’8 agosto 1914, una settimana dopo l’entrata in guerra della Germania imperiale) sono stati rivolti pochi ma preziosissimi studi e particolarmente da Werner Kraft, romanziere e tra i maggiori studiosi della letteratura di lingua tedesca, di cui vale qui citare i titoli: Über einen verschollenen Dichter e Friedrich C. Heinle, in Herz und Geist, Gesammelte Aufsätze zur deutschen Literatur. Werner Kraft cui si deve il merito di aver raccolto le superstiti poesie di Heinle giunte sino a noi al termine del loro picaresco vagabondaggio lungo tutto il Novecento (a margine di questo che sembrerebbe un intrigo editoriale, o meglio un “garbuglio” come direbbe Kraft, segnalo che gli stessi sonetti di Benjamin ci sono pervenuti perché trascritti in un plico autografo, contenente oltre i citati sonetti anche altri manoscritti per Benjamin particolarmente cari, e consegnato dal filosofo tedesco a Georges Bataille all’inizio dell’estate del 1940, ritrovato dappoi fortunosamente nel 1981 all’interno della Biblioteca Nazionale di Parigi): «Un certo numero di poesie è stato rinvenuto da Kraft a Gerusalemme, nel lascito di Ludwig Strauß. Risalgono agli anni 1911 e 1912, quando Benjamin e Heinle non si conoscevano ancora» [Sonetti e poesie sparse, cit., p. 212]. Si prenda a titolo esemplificativo di questa primissima, aurorale produzione di un Heinle poco più che diciassettenne (!) la seguente poesia intitolata Nei giardini muffa e un verde giallo:

NEI GIARDINI MUFFA E UN VERDE GIALLO/Nere giacciono ombre quasi lontane/di bianche nuvole che si fan diluvi ardenti/nell’acuto incendio argento di un sole abbagliante/a strisce schiuma l’azzurro acqua del cielo./Un fumo accecante come un panno schizza in alto/cacciando ombre di lampi, tremolando grigio opaco -/scacciato, l’azzurro strisciando avanza pallido e stupito.// [Le maiuscole sono parte integrante del testo]

Così Benjamin in una lettera del giugno 1913: «Non sai ancora come scrive Heinle; ascolta i suoi ultimi versi:

RITRATTO/Da giallo lino sale abbronzato e chiaro/lo stretto collo dritto. Ma ben cosciente/di feste regalate una bruciata coppia/sprofonda curveggiando in un vago desiderio./Come grappoli scuri la coppia di labbra salta/repentinamente matura sul seno mosso.//»  [Gesammelte Briefe, cit., Vol. I, p. 111 – nell’edizione italiana p. 206; le maiuscole sono parte integrante del testo]

Su Heinle e della loro amicizia, di come fosse sbocciata prodigiosamente all’insegna della freschezza intellettuale e del genio, della giovanile irruenza e della cameratesca goliardia che ne derivò, così Benjamin ebbe a dire ad una amica: «C’era il signor Heinle, di cui so che siamo diventati amici dall’oggi al domani. Ieri sera leggevo le sue poesie di questo semestre, e le trovo – lontano da lui – quasi doppiamente belle. […] Le ultime quattro sere noi (Heinle e io) eravamo sempre fuori insieme fino a mezzanotte passata, per lo più nella foresta (Nera, nota di chi scrive)»[Gesammelte Briefe, Vol. I, p. 159 e seguenti – qui p. 207]. Un Benjamin che, già fattivo collaboratore della rivista berlinese Anfang si era molto speso per ottenerne l’accesso dell’amico, a riprova della sincerità del loro sodalizio e della stima di cui godeva il poeta presso il futuro filosofo: «Pare che già per il primo numero della rivista avesse proposto la stampa di alcune sue poesie, rifiutate invece dalla redazione. […] “Voglio difendere Heinle anche contro Wyneken. La sua poesia è difficilmente comprensibile, e non è completa. Rivela grande somiglianza con le licenze che Goethe si concede nel Faust II. […] Qui ha suscitato una grande impressione, non solo su di me. […] Noi qui probabilmente siamo più aggressivi, patetici, sconsiderati, o meglio: lui lo è e io lo sento e spesso lo sono anch’io” [Gesammelte Briefe, cit., Vol. I, p. 149 – qui pp. 207-208]. L’unico lavoro di Heinle ad apparire sull’Anfang fu il pezzo in prosa La mia classe, ma preceduto da una nota in cui la redazione prendeva le distanze dal testo».

Ancora Tiedemann: «Benjamin e Heinle trascorsero insieme a Berlino il primo semestre dell’anno accademico 1913-14. Benjamin si distaccò sempre più dall’Anfang», elemento questo che ebbe come ripercussione delle sempre crescenti «difficoltà nel rapporto tra i due amici, […] descritte più tardi da Benjamin nel 1932 nella Cronaca berlinese». Un dissidio quello tra i due giovani intellettuali che testimonia della contrapposizione, già platonica, tra l’uomo di pensiero ed il poeta in cui è quest’ultimo a soccombere finendo espulso da quella comunità di cui era il cantore ma che, metamorfosizzandosi essa in società, doveva salvaguardarsi dagli elementi potenziali di disturbo e sommossa. Così descrive Benjamin il proprio tormentato rapporto con il poeta Heinle: «Si pose dinanzi a me in nome dell’amore e io gli contrapposi il simbolo. […] Resistette alla tentazione dell’inimicizia, e mi offrì amicizia, o quanto meno fraternità. Io insistetti, rifiutando. […]I movimenti si svolgono in lotte interiori. […] l’obiettivo rimane: espellere Heinle dal movimento e lasciare il resto allo spirito» [Gesammelte Briefe, cit., Vol. I, p. 181 e seguenti – qui p. 209].

Una querelle questa che si ricompose giocoforza con il procedere inarrestabile degli eventi verso la catastrofe, personale per Heinle e collettiva per una intera generazione di europei. «Pare che Heinle abbia trovato determinate compensazioni accostandosi a gruppi letterari, era il periodo molto movimentato del primo espressionismo collegato ai nomi di Jakob van Hoddis e Georg Heym» [p. 210].

Con afflato commemorante e di postuma ricomposizione verso la sua Berlino ed i suoi protagonisti, irrimediabilmente smarriti sotto il fuoco d’artiglieria della I Guerra Mondiale, Benjamin ci offre, nella Cronaca berlinese uno di quei tableaux vivants nella cui tessitura era impareggiabile maestro: «La zona di cui sto parlando ora è il quartiere del Tiergarten. Là, nell’ala interna di una delle case più vicine al ponte della ferrovia urbana, si trovava lo “Heim”. Era questo un piccolo appartamento da me affittato insieme allo studente Ernst Joël. […] La Berlino di Heinle era allo stesso tempo la Berlino dello Heim. Negli ultimi tempi viveva nelle sue strette vicinanze, in una stanza al quarto piano di una casa sulla Klopstockstraße. Fu là che andai una volta a trovarlo. Accadde dopo una lunga separazione dovuta ad una rottura grave. Ancora oggi, però, mi ricordo del sorriso che mi ricompensò dell’atrocità di tutte quelle settimane di separazione e con il quale egli trasformò un modo di dire quasi irrilevante in una formula magica che guarì il ferito. Più tardi – giunto il mattino in cui fui svegliato da un messaggio urgente che diceva: “Ci troverà nello Heim” – quando Heinle e la sua fidanzata erano già morti, questa zona rimase per un po’ il luogo d’incontro dei sopravvissuti» [W. Benjamin, Opere complete, Einaudi, Torino, 2000-2010, Vol. V, p. 259 – qui citato a p. 211].
Prosegue Tiedemann: «Il suicidio del poeta fece diventare poeta anche l’amico, e infatti nel decennio dal 1915 al 1925 Benjamin scrisse i suoi sonetti a Heinle e Rika Seligson. Numerosi tentativi di pubblicare le poesie di Heinle restarono senza esito. Nel dicembre 1922 Benjamin tenne una conferenza su Heinle (il cui testo è però andato perduto, nota di chi scrive): “Accadde una volta ad Heidelberg […] in cui cercai di evocare, in una riflessione sull’essenza della lirica, la figura del mio amico Fritz Heinle, sul quale si imperniano tutti gli avvenimenti dello Heim e con il quale essi scompaiono. […] Tuttavia questo primo tentativo di evocare lo spazio della sua vita in quello della poesia lirica fu vano” [Opere Complete, cit. p. 256 e seguenti – qui citato a p. 212]».

«Nel lascito di Benjamin si trova anche, probabilmente conservata solo per caso, una busta che accanto a lettere e abbozzi di lettere di Heinle contiene anche i manoscritti di alcune delle sue poesie. Si tratta di prime stesure piene di cancellazioni e sovrascritture, molte abbozzate rapidamente, alcune pressoché impossibili da decifrare» [Sonetti e poesie sparse, cit. p. 214]. Altre «poesie di Heinle sono rimaste conservate perché Ernst Schoen, un amico di gioventù di Benjamin (e compositore di successo, nota di chi scrive), le compose nel 1932» [Ivi, p. 215]. Del secondo gruppo voglio riportare la seguente, quasi un Leopardi intriso di pittura Brücke e di Trakl:

IL VERDE DEGLI ABETI in pieghe di pesante velluto/davanti alla cupa torbidezza che la nuvola depone/il nero degli alberi è duro e immobile/la via non è chiusa da alcuna ombra/solo talvolta quando la nuvola all’improvviso si fende/una luce delle perle sui rami lampeggia/l’ombra dell’uomo che muove il carro//un batacchio lento va su e giù.// [le maiuscole sono parte integrante del testo]

Delle poesie musicate da Schoen e per questo pervenuteci riporto la seguente “Morgue” quasi à la Benn:

SE DI GIORNO MI SVEGLIO/come in uno specchio di luce/le mie mani tastano/per sentire il mio viso/quando di notte mi sveglio/ombre non tradiscono le mie mani/lo specchio si spezza.//[le maiuscole sono parte integrante del testo]

L’Hölderlin finale rammentano invece le ultime prove di Heinle, un Hölderlin se possibile ancor più imploso nel metro e nello spirito:

POCHE VIE CONDUCONO/Il viandante oltre cose fosche/Allargare le braccia tra le voci/Inginocchiarsi tra le ali.//[le maiuscole sono parte integrante del testo]

Di un unicum si tratta invece la poesia Spiriti della foresta primordiale i cui versi vennero scritti da Heinle a quattro mani «insieme a Benjamin e che in alcune formulazioni ricordano già i componimenti del grande Jakob van Hoddis» [Sonetti e poesie sparse, cit., p. XV]:

Spiriti della foresta primordiale/A re e bambini/Pazzi uccidono i titani…/pazzi uccidono i titani/goffi avi tatuati/avanzano a bandiere spiegate/in carovane.//Ninnananna/Nera come un tronco di pero, bianca pecorella, sei tu/e subito nella pace dell’anima mia ti spegni, tu/già fluttua lo spirito del gufo e del canguro/verso il sonno.//Amore/La cravatta intorno al collo/mi rallegro in ogni modo/e le calze sulle gambe/già mi fanno emozionare/ma sarà solo la cinta/l’equatore del piacere.//Il re cieco/Mentre nella terra lontana/della sua monarchia piove/giacciono spada scettro e corona/abbandonati su trono e focolare.//Ballata/Nella stanza vicina/si sente vivere un re -/dormono nella bara/i bimbi morti nel vento.//Il tradimento/Nei boschi di faggi cuocevano/dolci assortiti, i traditori/scricchiolano tutti insieme cime:/«Dissotterrano e sotterrano».//Il tumulto/Tiri al passero insanguinati/teneri bocconi buttati/come l’elmo chiodato scintilla/smorto cadavere crede e trilla.//Colpo di scopa/Le morti lente sono decretate/se ne sta lì però il boia, e riflette.// [versione di Ida Porena].

Accanto al cadavere di Heinle vennero infine rinvenuti questi versi, trascritti da Friedrich Podszus («Benjamin e Podszus – un amico di Jula Cohn ed Ernst Schoen – si erano conosciuti ad Heidelberg nel 1921; è probabile che in quell’occasione Benjamin abbia recitato a Podszus dei versi di Heinle che questi dopo tanti anni non aveva dimenticato» [Sonetti e poesie sparse, cit., p. 218]) in un taccuino di Adorno durante i loro incontri del «1950 dedicati al progetto di edizione degli Scritti di Benjamin» [Ivi, p. 216]:

GIALLE FOGLIE DI/purpuree mele schiumose/portò il frutto/ovunque.//[le maiuscole sono parte integrante del testo]

Luca Ormelli

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