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“Altre lingue, altre voci” (rubrica sulla poesia nelle lingue minoritarie e gli idiomi locali del mondo a cura di Ivan Crico): “Attilio Carminati: Villon, Venier e “la lengua dei Dosi””

Considerato il più grande poeta veneziano vivente, traduttore di altissimo livello, Carminati ha da poco festeggiato l’ottantasettesimo anno di età. Scrittore e traduttore instancabile (ha pubblicato più di quaranta volumi oltre a numerosi interventi critici su riviste), forse il suo lascito più grande sono proprio i molti suoi versi in veneziano, la lingua resa celebre in tutto il mondo dal Baffo, dal Goldoni, impiegata addirittura dal Casanova per tradurre l’Iliade. Una lingua che, anche negli ultimi decenni, è riuscita sempre a rinnovarsi, aprire nuovi orizzonti di senso, come nelle memorabili raccolte dell’indimenticato pittore e poeta Tomiolo, scomparso non molti anni fa. Una grande sensibilità unita ad una solida preparazione tecnica, hanno permesso a Carminati di valorizzare quello che è stato – molto prima dell’inglese – uno dei linguaggi più noti ed impiegati in tutto il Mediterraneo. Carminati, oltre che come scrittore e poeta, è anche molto noto a livello nazionale per la sua attività di traduttore. Ha tradotto difatti molti autori, nel corso della sua lunga vita, da Baudelaire a Valéry, da Verlaine a Rimbaud.

Con la collaborazione di Emma Stojkovic Mazzariol, ha curato inoltre la traduzione delle Opere di François Villon, pubblicate nel 1971 nella prestigiosa collana “I Meridiani” della Mondadori. Un lavoro lungo e faticoso, durato più di dodici anni, che ha però riscosso un grande consenso da parte della critica e dei lettori, con otto edizioni e più di 40.000 libri venduti nel corso di questi anni. Villon è stato tradotto, inoltre, anche in lingua veneziana, come anche Tristan Corbière e, interamente, La chanson de Roland. Un altro esperimento particolare di Carminati è stata anche la traduzione, sempre in veneziano, dei Vangeli. La prima edizione de “El Vangelo in venexian” risale al 1978. L’idea di tradurre i Vangeli nasce però diversi anni prima, partendo da un’ispirazione che, come ricorda l’autore “rimane, per me, ancora del tutto misteriosa. Sono stato motivato però anche dal fatto di poter offrire ai miei concittadini, che amano ancora molto la melodiosa parlata della Serenissima, la possibilità di gustare gli eventi ed i prodigi evangelici attraverso un’inedita operazione linguistico-poetica. Le due edizioni del libro sono andate presto esaurite. Il successo editoriale di quest’opera ha superato difatti ogni nostra più rosea previsione, segno dell’attaccamento delle nostre genti alla nostra parlata. Uno dei ricordi più belli legati a quest’opera è quando sono stato ricevuto, assieme al mio editore, dall’allora cardinale di Venezia Albino Luciani, in procinto di partire per il Conclave dal quale sarebbe uscito poi come Papa Giovanni Paolo I°”.

Come abbiamo visto, oltre a numerose opere di prosa e poesia in italiano, Carminati si è dedicato con grande passione alla propria materna lingua veneziana, la “lengua del Dose” come l’ha definita. Ha iniziato a pubblicare difatti le sue prime liriche in lingua veneziana in giovane età e sono versi, questi, in cui si percepisce in nuce, da subito, l’alta qualità formale e contenutistica di tutta l’opera del poeta veneziano. Per capire il valore di questi linguaggi “altri”, bisogna innanzitutto, come ha scritto in una sua nota, “superare certi preconcetti differenzianti, secondo un modo di vedere passatista, che separano la lingua ufficiale, ovverosia statale a tutti gli effetti, dalla lingua espressa da una Koinè di elevata cultura e di gloriose tradizioni come il veneziano”.

Un’altra importante operazione di divulgazione del grande patrimonio letterario veneziano, ancor oggi poco noto all’infuori degli ambienti accademici, è stata l’edizione in due volumi di tutte le liriche del nobile Maffio Venier (di cui riportiamo di seguito una poesia). Maffio Venier, il più grande poeta del Cinquecento veneziano ed uno dei massimi della letteratura italiana, è, purtroppo, un autore ancora da riscoprire. Per questo Carminati ha dedicato lungo tempo negli archivi a trascrivere i suoi versi: per colmare un vuoto che durava da troppo tempo. Ragioni di falso pudore hanno limitato finora la ricerca e l’esame dei testi, sì da condizionare l’approfondimento dei valori in esso contenuti. Il bersaglio principale delle sue poesie è il magnificato Amore petrarchesco, colto soprattutto nelle sue prerogative sinistre e pericolose. Ma Venier lancia i suoi strali, ricorrendo perfino all’insulto più volgare, impiegando una lingua altamente eufonica ed elegante, come quella parlata a Venezia dal Doge fino all’ultimo dei suoi sudditi, di cui l’aristocrazia forse più del popolo nutriva l’ambizione di averla propria e gestirla a suo piacimento. Una lingua in cui si possono, e Venier lo ha dimostrato, raggiungere risultati impensati.

Per tornare all’opera di Carminati, nel suo mirabile libro “El putelo e ‘l fiume”, riferendosi ai poeti, troviamo un altrettanto mirabile verso in cui mi pare racchiusa tutta la sua grande dedizione e passione nei confronti della poesia: “Tagiarghe man e déi no serve a gnente. / I scrivarìa co i òci, dove el siélo / nel so viazo eterno el se reposa. ( Non serve a nulla tagliar loro mani e dita. / Scriverebbero con gli occhi, dove il cielo / nel suo eterno procedere si riposa). Ci si chiede, dunque, ma qual’è il segreto di questa sua longevità creativa? Ritorniamo alle parole di Carminati, allora. “Come poeta non ho alcun segreto da nascondere. Anzi, mi si permetta di contestare l’esistenza di quella pur mitica entità definita “Ispirazione”. Ogni vero poeta non ha bisogno di prodigiosi supporti, dal momento che il suo stato d’animo è sempre, ripeto sempre, naturalmente disposto a scrivere versi. Una poesia può nascere in molti modi. Certe volte da una storia, da un accadimento, da un’idea, perfino da un semplice colloquio. Ad esempio la raccolta Òmo de casa l’ho scritta di getto, partendo da una frase detta una mattina in casa da mia moglie: “Ti me vól curarme i bisi? (Mi puoi pulire i piselli?)”. Gli ostacoli comunque sono davvero tanti, talvolta insuperabili, malgrado l’impiego di pazienza, costanza, della tecnica, perfino dell’ostinazione. Se le idee sono buone, però, non ci si deve mai arrendere.

Senza un briciolo di entusiasmo, non solo nell’arte ma neanche nella vita pratica, non si combina niente di serio. Ricordatevi di questo: se un poeta perde l’entusiasmo “xe megio che ‘l móra e che no ‘l fassa gnente”.

Dove el siélo (da “El putelo e ‘l fiume”)

di Attilio Carminati

Massé i poeti, quei fiói de bone dòne!

Se no podé capirli o asetarli, masséi.

Ma fé in pressa. I ga mièra de vite,

che se per sbàlio ùn ghe ne resta in pìe,

zé come se i restasse in pìe tuti quanti.

Fé come i faséva co i s’ciavi, nel mar grando,

per no farse nasar, per no dovér rènder razón.

Ligài l’un l’altro a fil de caéna,

el mar se i beveva fin a l’ultimo,

e po ‘l serava co piasér i lavri.

Vu dizé scuro, e lori i dize ciarìa,

vu dizé rabia, e lori sentimento,

vu sventolé violensa, e lori la cosiénsa,

vu sighé fa i lóvi, e lori i canta fa i rossignòi,

vu robé a strangolón, e lori sempre i ve dóna,

vu adoré la morte, e lori ama el fià nóvo.

E cussì de fata. I fa maravégia.

Tagiarghe man e déi no serve a gnente.

I scrivarìa co i òci, dove el siélo

nel so viazo eterno el se reposa.

Dove il cielo (da “Il bambino e il fiume”)

Uccidete i poeti, quei figli di buone donne… / Se non potete capirli o accettarli, uccideteli. / Ma fate presto. Hanno migliaia di vite, / che se per caso ne resta uno solo in piedi, / è come se restassero in piedi tutti. / Fate come facevano con gli schiavi, nell’oceano, / per non farsi sospettare, per non dover rendere conto. / Legati l’uno all’altro a filo di catena, / il mare se li beveva fino all’ultimo, / dopo di che chiudeva con piacere le labbra. // Voi dite buio, e loro dicono chiarità, / voi dite rabbia, e loro sentimento, / voi sbandierate la violenza, e loro la coscienza, / voi urlate come lupi, e loro cantano come usignoli, / voi rubate a man salva, e loro vi offrono sempre doni, / voi adorate la morte, e loro il respiro nuovo. / E così di questo passo. Sono meravigliosi. // Non serve a nulla tagliar loro mani e dita. / Scriverebbero con gli occhi, dove il cielo / nel suo eterno procedere si riposa.

Una poesia di Maffio Venier

M’ho consumà aspettandote, ben mio,

Più che no se consuma un pegno in ghetto,

E più che la speranza d’un fallìo.

Ho magnà tutti i fiocchi al fazzoletto,

Da rabia, da dolor e da martello,

Passizando e aspettàndote, ninetto.

Quanti batteva: Ecco il mio nino bello.

Quanti spuava e subiava in calle:

Tira – diseva – l’è el mio puarello.

Tandem, ben nio, ti m’è zonto alle spalle.

Moroso bello, ti xe vegnù in nana

Che a pena m’ho cavà le calze zalle.

E me giera vegnù la zuliana,

Co sentì dar el botto delle sìe,

Credeva dover tior la càzia in cana.

Dove stava cargà de fantasie,

E con sta mia carpetta a arma collo,

Co ti me vedi, apisolava in pìe.

No voleva più peso al mio bigòlo.

S’ti stavi un puoco pi, giera pi straca

che no è un caval d’un tiraor dal Dolo.

Le lagrime m’ha ben lavà la biacca,

E i rizzi si è desfatti dai sospiri,

E ‘l martellazzo m’ha ben fatto fiaca.

Ma pur sia laudà Dio, che i miei martiri

Con un solo saludo i xe passai.

In effetto, st’amor fa dei bei tiri.

Pensa, ben mio, co ti me sarà a lai,

E che staremo stretti in un groppetto,

Se reffaremo i miei danni passai.

Tìrate adonca in qua, caro ninetto,

Adesso che ho buttà via la carpetta,

in bon’hora m’ho tolto el fazzoletto.

Làsseme andar, sta ti sotto alla pietta,

Se ben l’è scuro, el trovarò in t’un tratto,

Che i xe sul fondo de la casselletta.

G’i ò cattai, o che freddo, cape, e batto

i denti per ti, tiò la puttina.

Dove sèstu? Vien qua, che no te catto.

Metti un puoco la man su la monina,

O fio mio caro, ti è tutto aggiazzao.

Móstrame se ti ha fredda la lenguina.

O can, mo che salivo inzucherao!

Che fàstu? Sta’, giotton, con quei to dei,

tira fuora de là, che son in cao.

Guarda, te magnarò tutti i cavéi;

Can, te vògio zuzar tutta sta bocca,

E te voio pupar sti to caviéi.

Senti mo’ qua, ben mio, co scotto, tocca.

Ohimè! son morta. Vòi vegnir de sora,

Che in un tratto faremo el becco all’occa.

Tira la coltra in zo, che no me sora,

Méttite el mio cusìn sotto la schena,

Sta saldo, pare, così se lavora.

Sta’ fermo ti, e lassa che mi mena,

Zàffame qua in te i fianchi e tira zoso.

Ohimè! Son morta. O santa Polifema!

Pénzi un puoco anca ti, caro moroso.

No tanto forte, tiò (mo’) che l’è cazìo.

Maliazzo! Me son pur vegnua zoso.

Sì, sì, me vògio ben voltar da drìo.

Made, in bona fè no, che per sta volta

Ti podaresi pianzer el zodìo.

No misier, no, che no vòi far! Ascolta.

Sia maledetto chi ha trovà st’usanza,

tutta la mia dolcezza m’è sta tolta.

No è mo’ mègio far panza con panza?

Mo tiò, potta de mi, no te instizar,

Se no basta un cotal, fica una lanza.

Mo arrecòradate ben prima a bagnar,

E sora el tutto, co haveré po’ fatto,

Che sie secretto, e no pettegolar.

Potta, e si me torrò un cotal sì fatto,

che sarà (laro)? Co ti me havarà squartà,

Saràstu po’ contento, o can ingrato?

Ben, quella mia vestura, che sarà,

Me daràstu pi slonghe, bosiazzo?

Di’ mo’, me l’haveròio guadagnà?

Fa pian, buzzeronazo porco, laro!

Bàgnelo prima ben in te la mozza,

Che no ‘l vada in te ‘l culo tanto amaro.

Orsù, tiò, can, el fronte senti, el gioza.

Merita ste fadiche, altro che nose!

L’è altro che insir fuora d’una pozza.

Mo’, pénzi pian, se no alzarò la vose

Che me sentirà tutta sta contrà.

Pian, te digo, che crio, per sta crose!

Ah, can sassìn, t’hastu mo’ contentà?

T’hàstu mo’ sacià? Para pur via.

Co ti me havarà guasta, che sarà?

Cod. Marc. It.IX 217 cc. 80 v. – 82 r

Mi sono consumata aspettandoti, ben mio, più che non si consuma un pegno nel ghetto, e più della speranza d’un fallito. Ho mangiato i fiocchetti al fazzoletto per la rabbia, il dolore e la passione, passeggiando e aspettandoti, cazzino mio. Quando qualcuno batteva, dicevo: Ecco il mio cazzino bello. Quando qualcuno batteva, dicevo: Ecco il mio cazzino bello. Quando qualcuno sputava e fischiava nella calle: Apri – mi dicevo – è il mio pupetto. Finalmente, ben mio, mi sei giunto alle spalle. Amante bello, sei venuto a letto che ho fatto appena in tempo a togliermi le calze gialle. E mi era sopraggiunto un riscaldo intestinale, quando udii il tocco delle sei, e credevo di dover prendere la cassia in canna. Là dov’ero piena di fantasticherie, con il lembo della mia sottana sulla spalla, come tu mi vedi, pisolavo ritta in piedi. Non volevo che fosse più pesante il mio arconcello da soma. Se tardavi ancor un poco, sarei stata più stanca di un cavallo del Dolo che tira l’alzaia. Le lacrime m’hanno lavato il belletto, e i riccioli si sono sfatti a causa dei sospiri, e la passionaccia d’amore mi ha proprio spossata. Malgrado ciò, sia lodato Dio, perché i miei tormenti sono passati con un solo saluto. In effetti, questo amore combina certi scherzi. Pensa, ben mio, quando sarai al mio fianco, e staremo aggrovigliati, ci rifaremo delle mie ansie trascorse. Dunque, tìrati in qua, caro cazzino, adesso che ho buttato via la sottana, alla buonora mi sono levata il pannolino. Lasciami andare, stai tu sotto il lenzuolo, anche se è buio, lo troverò subito, ce ne sono nel fondo della cassettina. Li ho trovati, ma che freddo, capperi! e batto i denti per te, prendi al tua pupetta. Dove sei? Vieni qui, non ti trovo. Metti un po’ la mano sulla fichina, figlio mio caro, sei tutto gelato. Fammi sentire se hai la linguetta fredda. O cane, che saliva inzuccherata! Che fai? Fermo, ghiottone, con quelle tue dita, tira fuori di là, sto per venire. Guarda, ti magerò tutti i capelli; cane, voglio succhiare tutta questa tua bocca, e ti voglio poppare questi tuoi capezzoli. Senti mo’ qua, ben mio, come scotto, toccami. Ohimè! sono morta. Voglio venirti sopra, che in un attimo concluderemo l’affare. Tira giù la coperta, non voglio prender freddo, mettiti il mio cuscino sotto la schiena, tienti saldo, compare, è così che si lavora. Stai fermo e lascia che conduca io la danza, abbracciami qui nei fianchi, sbrigati. Ohimè! Sono morta. O Santa Polifema! Spingi un poco anche tu, amante caro, non troppo forte, prendilo, è caduto. Maledizione! Son ben dovuta venir giù. Sì, sì, voglio girarmi per bene. Ma no, no affatto, ché stavolta tu potresti lamentarti a più non posso. No, signor no, non voglio farlo! Senti. Sia maledetto che ha inventato questa usanza, tutta la mia dolcezza mi è stata tolta. Non è forse meglio fare pancia a pancia? Prendi. Cospetto! Non arrabbiarti, se non basta un cazzo, ficcami una lancia. Ma ricordati prima di bagnarlo bene, e soprattutto, dopo che avrete fatto, di essere segreto, di non spettegolare. Potta, e se mi prenderò un cazzo così fatto, che mi succederà? Quando mi avrai squartata, sarai poi contento, o cane ingrato? Orbene, a proposito di quella veste che mi hai promesso, la tirerai ancora per le lunghe, bugiardo? Di’, me l’avrò ben guadagnata? Fai piano, buggeronaccio porco, ladro! Bàgnalo prima per bene nella potta, perché non entri nel culo tanto amaramente. Orsù prendi, cane, toccami la fronte, gocciola. Queste fatiche meritano ben altro che bruscolini! E tutt’altro che uscire da una pozzanghera. Ora spingi piano, altrimenti alzerò la voce da farmi udire da tutta questa contrada. Piano, ti dico, se no grido, per questa mia croce! Ah cane assassino, ti sei ben soddisfatto? Ti sei ben saziato? Fila via. Quando mi avrai rovinata, che sarà di me?  (Trad. di Attilio Carminati)

Da: Maffio Venier, Poesie diverse, a cura di Attilio Carminati con prefazione di Manlio Cortellazzo, Corbo e Fiore Editori ( via Caneve, 6 – Venezia – Mestre), Venezia, 2001. Si segnala, dello stesso editore, anche Maffio Venier, Canzoni e Sonetti, Venezia 1993.

Ivan Crico

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2 thoughts on ““Altre lingue, altre voci” (rubrica sulla poesia nelle lingue minoritarie e gli idiomi locali del mondo a cura di Ivan Crico): “Attilio Carminati: Villon, Venier e “la lengua dei Dosi””

  1. Ciao,

    sono Josè Pascal e navigando sul web mi sono felicemente imbatutto nel suo blog.

    Volevo segnalarLe la mia iniziativa “culturale e senza scopo di lucro” dal titolo “In Parole Semplici” http://parolesemplici.wordpress.com/mi-presento/ .

    Per avere maggiori informazioni sui contenuti trattati clicchi qui: http://parolesemplici.wordpress.com/inserisci-nella-scatola/

    Con grande piacere La invito a scrivere ed inviare i suoi preziosi contributi.

    Grazie per l’attenzione e buona giornata.

    Resto a sua disposizione.
    Cordialmente

  2. Nuovo felicissimo appuntamento con Ivan Crico e SAMGHA: Dove el siélo (da “El putelo e ‘l fiume”) di Attilio Carminati è un testo MAGNIFICO! Un plauso a Attilio Carminati e cordiali saluti a tutti voi, Marco Scalabrino.

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