Il pensiero itinerante/Saggi/Speciali

“Il pensiero itinerante” 2, a cura di Paolo Valesio

New York, 20 gennaio 2010

Leggo nella mia posta elettronica della mostra, organizzata presso una  molto attiva fondazione culturale romana, di alcune riviste del Gruppo Universitario Fascista (GUF) pubblicate a Forlì tra il 1939 e il 1943, la cui lista  di collaboratori suona come un Almanacco di Gotha della cultura italiana: Giorgio Napolitano, Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Giovanni Testori, Diego Fabbri, Turi Vasile, Salvatore Quasimodo, Guido Aristarco, Carlo Lizzani, Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria, ecc. Ora, la letteratura storica sul “lungo viaggio” di tanti intellettuali italiani attraverso il fascismo è ormai vasta, e si potrebbe facilmente obiettare che non si scopre nulla di nuovo, ricordando ancora una volta nomi di spicco della cosiddetta “generazione dei Littoriali” ( a conferma di… che cosa? Ma, per esempio che  questi Littoriali della Cultura e dell’Arte sono stati un notevole risultato della cultura italiana durante il fascismo). Comunque  qui non si ambisce a  una qualche scoperta,  ma semplicemente a un  approfondimento di  riflessione.  In questa prospettiva, accludo un messaggio elettronico che ho appena inviato a un collega  sui quarantacinque:

“Allora, vediamo se ho capito; c’è chi è passato attraverso il fascismo da giovane (e va bene), poi si è chiarito  —  per amore o per forza  — le idee, e si è volto alla via democratica. C’è chi è passato da giovane attraverso il comunismo (e va bene anche questo), poi si è chiarito   —  per amore, non per forza  —  le idee e ha imboccato la via democratica. Ma poi c’è anche chi  è passato da giovane attraverso il fascismo e  si è subito volto al comunismo, cioè  è passato da un totalitarismo all’altro. E andrà bene anche così, sotto l’occhio misericordioso della Provvidenza  —  ma bisognerà pur dire che chi compie questo (pseudo-) passaggio, dimostra di non essere stato vaccinato dalla sua esperienza totalitaria. E quando capita che tra questi non-vaccinati ci sia  anche il politico più illustre tra i nomi della lista precedente ciò conferma , in me italiano che non si è mai vergognato di esserlo,  ancor più fortemente anche se  paradossalmente  il mio orgoglio di essere, appunto,  italiano;  perché  fenomeni come questo dimostrano che  l’Italia è (se posso permettermi un’autocitazione)  ‘il laboratorio estremo della modernità’ “.

Il collega mi risponde puntualizzando  che nella generazione post-fascista c’è anche chi “quando ha avuto da giovane l’occasione di essere comunista preferì non esserlo (e preferì anche non essere democristiano, se è per questo)”, e aggiunge : “Non so quanto sono orgoglioso di essere italiano (ma non me ne sono mai vergognato comunque)”. Avevo  cominciato a scrivere una continuazione di questo dialogo (beh, non esageriamo:  di questa conversazione), ma è andata perduta per un mio errore di trasmissione elettronica  — e forse è meglio così,  nel senso che gli  scambi elettronici sono troppo proiettati sulla superficie delle cose:  preferisco starmene buono buono in un angolo a riflettere.

Mi chiedo per esempio se la differenza fra le  nostre due generazioni  (differenza non enorme, peraltro: anch’io come lui sono stato troppo giovane per aver dovuto misurarmi con l’esperienza del fascismo) sia anche una differenza fra un certo calore (quel mio “orgoglio di essere italiano” –  frase peraltro che non cancello) e una certa freddezza. Ma mi viene anche da riflettere a una, per così dire, modellizzazione più generale; penso  cioè che un modo per comprendere meglio tutti questi sviluppi sia pensarli in  termini di romanzo —  non nel senso di trasformarli in “finzione”, ma al contrario: per vedere la realtà delle cose con maggiore profondità  (che è poi una  forma di verità).

Ognuno di noi conosce almeno una persona che ama raccontarsi e che periodicamente dichiara: “Sa, la mia vita è un romanzo”. Ciò che risulta ingenuo in questa affermazione non è la sopravvalutazione dell’interesse che la propria vita può avere, bensì la sottovalutazione di tutto il resto: perché, fondamentalmente ogni vita è un romanzo.   Forse ogni romanzo-vita, in quanto autobiografia variamente ripercorsa nel pensiero, è una combinazione di romanzo storico e Bildungsroman. La questione comunque comincia a farsi interessante quando ci chiediamo di che tipo di romanzo si tratti, di volta in volta.

C’è il romanzo della saggezza, solonica o salomonica, che sembra tessere l’esistenza di  molti di questi quaranticinque-cinquantenni che non si sono mai sbilanciati (ma  adesso il collega di cui dicevo si è iscritto a uno dei partiti di questa nostra seminuova repubblica); e c’è il romanzo  dello  sbilanciamento. Come quello di un tale che conosco: da giovane ha “militato” (ma il termine in questo caso è assurdo) nel PCI. Assurdo, perché la sua esperienza è stata quella di un solo anno; assurdo, perché quell’anno si è svolto fra il 1968 e il 1969 (in quell’epoca dunque la scelta di costui può ben essere definita una scelta centrista); assurdo, perché il risultato di questa brevissima esperienza è stato quello di convincerlo definitivamente a tornare negli Stati Uniti, dove ha  suggellato la sua rinunzia a ogni forma di militanza partitica  —   e dove, in un ristorantuzzo di Manhattan, mentre era assorto in conversazione  con una ragazza, una coppia di giovani ( donna con uomo, alti e avvenenti) ha sfiorato il suo tavolo  e nel passaggio ha  abilmente sostituito una borsaccia  alla sua borsa di cuoio seminuova che fra poche altre cosette conteneva la sua tessera di partito   —  e chi sa se  i ladri  avranno sorriso sul  duplice significato che così veniva ad acquistare il concetto di esproprio proletario  …

Del resto, la narrazione romanzesca, allenando alla concretezza, cura al tempo stesso le illusioni di singolarità: chi sa quante altre tessere siano andate smarrite? Un amico mi riferisce di un caso analogo: un importante intellettuale espatriato, che era sempre stato molto riservato sul suo passato politico,  avrebbe (secondo questo amico) dimenticato la sua tessera di partito fra le pagine di un libro da lui restituito alla biblioteca universitaria  (dimenticanza più frequente di quel che si pensi, fra gli studiosi  distratti e momentaneamente a corto di segnalibri  —  ma che di solito porta semplicemente  alla scoperta di ricevute d’albergo o abbozzi di billets doux ). Tornando però al quasi- militante derubato al ristorante:  lui  è convinto che la sua iscrizione al partito (allora il partito era tale per antonomasia) sia  stato un errore, politico ed etico  —  e rivendica almeno la dignità di non essersi mai trincerato dietro il dito dello storicismo,  il quale giustifica tautologicamente ciò che è stato fatto in quanto è stato fatto. Qui invece  l’ontologia (come sempre, in fondo) fa aggio sulla storiografia: certi errori sono errori, e basta.

D’altra parte: di questo suo errore, egli si è pentito ma (ci risiamo) non si vergogna   —  non si vergogna perché grazie a esso ha potuto capire meglio alcuni aspetti del comunismo. Ha  meglio compreso, fra altre cose, che la disumanità del comunismo non era tanto etica quanto gnoseologica, dunque  sfuggiva alle maglie del moralismo stigmatizzatorio: questa disumanità consisteva soprattutto nella sua pretesa di essere un umanesimo totale. Il comunismo è stato forse l’ultimo grande tentativo di provare come l’uomo possa completamente bastare all’uomo  —  ed è difficile non vedere nel suo fallimento anche una conferma della debolezza di questa pretesa.  Tutto ciò ha aiutato  questa persona  a comprendere il Novecento dal suo interno.

Costui poi ha anche fatto, grazie a quel suo gesto sbagliato di iscriversi al partito, una scoperta più modesta e soggettiva, e tuttavia in fondo altrettanto importante, dentro il  piccolo romanzo di una vita: ha compreso la sua alienità dalla pratica politico-partitica, al tempo stesso in cui si è reso conto che ciò non contraddiceva né ostacolava la sua passione per la politica.  Più precisamente: grazie al suo  brevissimo impegno politico, per quanto erroneo, egli è stato brevemente un cittadino nel senso pieno della parola  —  ma dopo?  Dopo che si è lasciato rapidamente e definitivamente alle spalle questa scelta sviante, e cosa è divenuto della passione e della “cittadinanza” di quest’uomo? Il problema di autodefinizione che qui si apre  —   definizione sia soggettiva (nella propria psicologia) che oggettiva (nella storia)  —  necessita di ulteriore riflessione , e il romanzo continua; per il momento costui si sente di poter dire  che  osa pensare a se stesso come  citoyen  — termine scelto non per snobismo, ma nella prospettiva di un  profondo omaggio a Rousseau. Cittadino, dunque, con una risonanza contemplativa e vagabonda.

Vicenza, 27 maggio 2010

The Island of Utopia

Alcuni convegnisti passeggiano al crepuscolo, dopo la seduta di apertura di un simposio di studi, per Vicenza ovviamente rigogliosa di monumenti palladiani. Fra un Palladio e l’altro, e fra l’uno e l’altro palazzetto quattrocentesco che simboleggia il tradizionale dominio veneziano, i membri del gruppetto si imbattono in un paio di edifici modernistici, nello stile italiano razionalistico degli anni Venti e Trenta: ancora eleganti, ancora significativi.  Colei che si è prestata cortesemente a guidarli in questa passeggiata – una raffinata e avvenente signora vicentina non più giovanissima  —  li etichetta, arricciando un po’ il naso, come esempi di architettura “fascista”. Almeno una persona nel gruppo prova  il senso di disagio che sempre avverte nei confronti di questa definizione bruscamente riduttiva , ma si morde la lingua e tace . (Ricorda peraltro una cena di alcuni  anni or sono  in una villa della campagna bolognese in cui una  signora aveva ribattuto a una commensale  più giovane che si riferiva ironicamente a una piazzetta “fascista” di Forlì facendole notare che quella piccola piazza era ancora bella, dunque  rappresentava un permanente valore storico-estetico; anche allora questo costui   —  che aveva visto la piazza  proprio il giorno precedente, e l’aveva apprezzata  —   aveva taciuto, e si era poi sentito insoddisfatto del suo silenzio, come se fosse una prova di scarso coraggio.)

Ma, tornando a quella serata vicentina, risulta che (come peraltro accade spesso) l’aver taciuto e aspettato, dopo una battuta per cui si sente un immediato impulso a ribattere, è stata una buona idea; perché ha permesso al problema  —  il problema di una certa totalizzazione ideologica ed estetica  — di emergere più chiaramente.  A un certo punto infatti  il gruppetto sosta per qualche istante davanti alla vetrina di un antiquario, al cui centro risalta una bella statuetta stilizzata che rappresenta  una scena di caccia in un’atmosfera mitologica: un’opera elegantemente tornita e smaltata che risale ai tardi anni Venti o primi anni Trenta. La signora vicentina osserva che  ha una simile statuetta a casa sua, ma lo dice con aria imbarazzata   —  un imbarazzo che, come la sua frase immediatamente seguente chiarisce, non è una forma di modestia sociale (questa piccola informazione  essendo al tempo stesso una rivelazione di prosperità altotoborghese);  ma rappresenta una preoccupazione ideologica: lei infatti mormora  alcune parole  che suonano come una scusa per questo suo  attaccamento a  una produzione artistica dell’epoca fascista.

Quello che in tutto ciò è grave  — anzi drammatico  —  anzi tragicomico  —  non è la brutale  semplificazione in sé e per sé,  bensì quello che in tale  semplificazione è implicito : cioè  l’impulso alla rimozione e al rifiuto, la tendenza a far tabula rasa;  questa tendenza rappresenta una fantasia utopica, percorsa dalla vena dittatoriale  che è presente in tutte le utopie ( ivi compresa, naturalmente, l’utopia dittatoriale del fascismo): le quali  amerebbero  cancellare interi periodi storici, che  sono anche  (sembra un’ovvietà, e invece va sottolineata) interi periodi nella storia di persone, in storie di vita.

Ora,  il pericolo delle utopie è che esse possono almeno in parte realizzarsi. I convegnisti in effetti si sono per un attimo trovati di fronte a qualche cosa di vorticosamente distruttivo: la tentazione di uccidere il passato. Leggendo recenti, ed eruditi, saggi dell’architetto Marilena Petranzan,  il colui che sta ora riflettendo  è colpito da alcune citazioni di Mies van der Rohe, dove si parla dell’architettura come dell’ “autentico campo di battaglia dello spirito” e come la “traduzione spaziale di decisioni spirituali”. Ma allora, se stigmatizziamo interi  decenni di architettura,  di urbanistica ecc. nella storia di un  paese, come se si potesse bombardare mentalmente tutto ciò fin dentro l’oblio (dopo i bombardamenti troppo reali di un settantennio or sono), che cosa accade al nostro senso spirituale dello spazio entro il quale trascorriamo la vita?

Più tardi, dormiveglia di questo colui o costui  in un alberguccio assai modesto, ma che gode di uno dei lussi che l’Italia ancora offre: la camera ha una grande finestra che si apre su una piazzetta,  la quale (come di solito le piazzette italiane) ha lo stile e l’atmosfera di una piazza. Sorgono allora alcune riflessioni, che hanno la peculiare lucidità caratteristica degli stati di dormiveglia …

Molte genealogie confluiscono nel fascismo e da esso si diramano: il fascismo è rosso-nero (qualcuno ne  parlava già negli anni Novanta, in un libro su d’Annunzio e su molto altro);  il fascismo può occasionalmente accogliere nel suo seno anche l’antifascismo, in un complesso gioco di odiamore o di (s)mascheramento sincero   —    e queste mutazioni non sono trucchi nominalistici, ma rappresentano movimenti tellurici nella storia.  Le nazioni europee (le maggiori come le minori) hanno quasi tutte avuto la loro crisi fascistica; ma le più equilibrate, cioè le più forti, ci sono passate attraverso molto presto, e così vaccinate hanno potuto svilupparsi con (relativa) calma democratica nei tempi moderni.  In particolare, le due nazioni-guida d’Europa, Francia e Inghilterra, hanno  subito (hanno creato)  la loro crisi fascistica  tra la fine del Settecento ( altro che secolo dei lumi …) e l’inizio dell’Ottocento: l’Inghilterra ha avuto il fascismo grigio delle sue conquiste coloniali, e la Francia il fascismo rosso del Terrore. Caratteristica delle crisi fascistiche è  che esse  sono  in fondo emanazioni ed effusioni democratiche: una democrazia radicalizzata, esplosa, demagogica in Francia; e una democrazia ingessata di parlamentarismo monarchico in Inghilterra. In quel periodo,  altre nazioni europee avevano dispotismi più (Germania) o meno (Italia) illuminati    —  e gli Stati Uniti nascevano con l’illusione innocentista di fare una rivoluzione pulita.   Ma  in Italia e in Germania, come in  Spagna e in Portogallo e altrove,  le crisi fascistiche hanno colpito tardi, e così hanno deformato lo sviluppo moderno di quei paesi  —  senza che perciò si possa negare il loro tumultuoso e creativo sviluppo moderno.

Fra tutti i  paesi dell’Europa occidentale  l’Italia (tanto spesso criticata per la sua pretesa confusionarietà) ha avuto la maggiore, e tragica, lucidità ideologica, in risposta alla tragica lucidità ideologica che veniva dalla parte orientale dell’Europa  — e precisamente: mentre  la Francia in epoca pre-moderna aveva per prima  mostrato quanto sia labile il confine tra rivoluzione e reazione, nel Novecento prima la Russia poi l’Italia hanno  ammodernato quella terribile lezione. E gli Stati Uniti? Beh, quelli sono arrivati buoni ultimi, ma bisogna dire che si sono abbondantemente ripresi: entrati nel Novecento a gamba tesa hanno, come dire? contemporaneizzato e  ulteriormente verniciato di democrazia gli elementi totalitari già elaborati in Europa e in Oriente, lavorando all’estensione omni-controllante del loro potere.

Beh, ma tutti questi  pensieri sono sbottati  fuori da  una visita a un paio di palazzine e a una vetrina d’antiquario?!    Proprio così: tutto questo è  emerso da un apprezzamento architettonico  e dalla osservazione di una statuetta; perché così vanno le cose nella vita e nel pensiero  — nel pensiero che tenta di seguire la vita. E altre cose fuori uscirebbero, ma intanto il sole è sorto sulle piazze di Vicenza, e lo stadio di dormiveglia è cessato.

Manhattan, 17 agosto 2010

Avevo usato nella scheggia precedente un’espressione che può troppo facilmente predeterminare (diciamo, pre-scrivere)  la sua stessa lettura, dunque  potrebbe diventare un cliché: “l’estensione omni-controllante del potere”. Frasi di questo tipo, infatti, sono di solito pronunciate  con aria compunta   —  come se si parlasse semplicemente  di una cosa brutta assai. In effetti il potere totalizzante è pericoloso, sì; e sì, esso è in larga misura alienante    —  e via deprecando, ecc. ecc. Ma questo potere, non è forse preferibile all’anarchia tribale e localistica? Dunque, questa omnicomprensività non è forse qualcosa che in fondo al cuore noi potremmo anche desiderare?  Ecco allora che parlare del potere a boccuccia stretta e con aria schifiltosa potrebbe assomigliare al tono con cui le ragazze di una volta (di molte volte or sono) parlavano del sesso …

Il fascismo e il comunismo  nelle loro formulazioni classiche  giungono al termine di lunghe genealogie, ma sarebbe errato definirli limitativamente come echi tardi. Si potrebbero invece  chiamare  prematuri  —  o, detto in un’altra maniera,  pionieristici.   Comunismo e fascismo  hanno voluto tutto e subito (ben prima che questa  espressione divenisse uno sventato e superficiale motto sessantottino). Hanno voluto costruire uno sviluppo  militar-industriale senza preoccuparsi  troppo delle  infrastrutture  — la più importante delle quali è la democrazia. Hanno voluto insomma costruire un sistema totalizzante con una struttura politica omogenea a esso, cioè con una democrazia  mutilata, una democrazia sommaria e demagogica. I paesi strutturalmente democratici invece  hanno vinto  grazie anche alla loro accettata e coltivata dis-omogeneità fra un sistema totalizzante e una democrazia autenticamente  articolata: non hanno temuto di affrontare questa dialettica perché si sono resi conto che ne andava della sopravvivenza del loro potere  — e questa è la situazione in cui  tuttora viviamo nell’ Occidente. (Occidente, democrazia : parole che si dovrebbero sempre scrivere tra virgolette di avvertimento cauteloso  — quelle che in inglese si chiamano “scare quotes”; il buffo  —  o il tragicomico  —   è che,  spesso, coloro che  pongono “Occidente” fra virgolette non virgolettano la parola democrazia, e viceversa ; ecco quella che una volta si chiamava la battaglia delle idee, e che adesso si potrebbe definire la  guerra civile delle idee.)

Paolo Valesio

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su Paolo Valesio si veda http://paolovalesio.com/

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