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“Sopra eroi e tombe”: Ernesto Sábato e Buenos Aires

di Luca Ormelli

«Dunque questo è un uomo solo?»
interrogando lo specchio insolente
tetro il Poeta si riversò
annuendo alla figura danzante
che sontuosa gli ributtava
il viso stravolto di sé in faccia,
la Boca barocca e sgranata
d’antica soprana
sul futuro che mai sarà
altro che bianco e nero
un genio
colle mani tremanti,
incrudelito
da troppe Buone Arie
d’opera incompiute
sul marciapiede annotato
dalle dita di tango
del proprio destino
perduto
dentro gli abbracci spezzati
di un’altra giovinezza
e l’anatomica visione
d’una Ave Maria,
di una Salomè.

1) SOPRA EROI E TOMBE – LA BALLATA DI BUENOS AIRES:

Sopra eroi e tombe «l’anima non può manifestarsi ai nostri occhi se non per mezzo del corpo, ed è questa una debolezza dell’anima ma anche una sua curiosa astuzia».

Sopra eroi e tombe «i pessimisti si annoverano fra gli ex speranzosi: per avere una visione nera del mondo bisogna infatti averci prima creduto».

Sopra eroi e tombe «questi geni soffrono per gli altri, e gli altri non sono che rompiscatole, figli di puttane o cretini».

Sopra eroi e tombe «voglio morire con te,/senza confessione e senza dio,/crocifisso nel mio dolore».

Sopra eroi e tombe «purtroppo la vita la facciamo solo in brutta copia».

Sopra eroi e tombe «nessuno disprezza i poveri diavoli quanto i poveri diavoli in divisa».

Sopra eroi e tombe «la speranza non si stanca di lottare anche se è destinata alla sconfitta, dato che per l’appunto, la speranza nasce dalla disgrazia».

Sopra eroi e tombe «in questo paese di risentiti si diventa un grand’uomo solo quando si è smesso di esserlo».

Sopra eroi e tombe «non è ragionevole nutrire speranze nel mondo in cui viviamo. La nostra ragione, la nostra intelligenza ci dimostrano continuamente che il mondo è atroce, motivo per cui la ragione ci conduce al pessimismo, al cinismo e infine all’annientamento. Ma, per fortuna, l’uomo non è quasi mai un essere ragionevole, e quindi la speranza rinasce di continuo in mezzo alle sventure. Lo stesso rinascere di questa vita così assurda, così sottilmente e visceralmente assurda, dimostra che l’uomo non è un essere razionale».

Sopra eroi e tombe «oh, dèi della notte!/Oh, dèi delle tenebre, dell’incesto e del crimine,/della malinconia e del suicidio!/Oh, dèi dei topi e delle tane,/dei pipistrelli, degli scarafaggi!/Oh, violenti, impenetrabili dèi/del sonno e della morte!»

Sopra eroi e tombe «se il bene avesse sempre la meglio, perché bisognerebbe predicarlo? Se per propria natura l’uomo non tendesse a far del male, perché proibirglielo, perché stigmatizzarlo? […] le più alte religioni predicano il bene. Anzi, meglio: dettano comandamenti, che esigono di non fornicare, non uccidere, non rubare. Bisogna comandarlo. E il potere del male è così grande e contorto che viene usato perfino per raccomandare il bene» [corsivo dello stesso Sábato].

Sopra eroi e tombe «IL CASO NON ESISTE» [maiuscole dello stesso Sábato].

Sopra eroi e tombe «era una lotta titanica che dovevo combattere da solo, in mezzo alla pietrificata indifferenza del nulla».

Sopra eroi e tombe «i pazzi, come i geni, s’innalzano, spesso catastroficamente, al di sopra dei confini della propria patria e del proprio tempo, per entrare in quella terra di nessuno, insensata e magica, delirante e tumultuosa, che i bravi cittadini guardano con paura e odio, con disprezzo e malcelata ammirazione».

Sopra eroi e tombe «niente dovrebbe stupirci negli esseri umani e, se è vero, come afferma Platone, che la saggezza nasce dallo stupore, non è meno vero che lo stupore muore con la saggezza».

Sopra eroi e tombe «il mondo è una confusione, […] una confusione portata avanti con orari esatti, tariffe, ispettori, regolamenti del traffico».

2) SOPRA EROI E TOMBE – UN TENTATIVO DI POETICA [parole di Bruno, questo flavo Settembrini, lampante alter-ego di Sábato]:

«Tutto era così fragile, così transitorio. Scrivere, almeno per questo, per rendere eterno qualcosa di passeggero. Un amore, forse. […] Ma cosa scrivere, di tutto ciò? Come farlo? Tutto era così difficile, fragile e disperato. Inoltre, non si trattava unicamente di rendere eterno, ma di indagare, di scavare nel cuore umano, di esaminare le pieghe più riposte della nostra natura».

«Milioni di uomini, donne, ragazzi, operai, impiegati, affaristi. Come parlare di tutti? Come si fa  a rappresentare quella moltitudine in cento pagine, in mille pagine, in un milione di pagine? […] l’opera d’arte è un tentativo, forse insensato, di restituire l’infinita realtà entro i limiti di un quadro o di un libro. Una scelta».

«Credo che la verità vada benissimo in matematica, in chimica, in filosofia. Non nella vita. Nella vita è più importante l’illusione, l’immaginazione, il desiderio, la speranza. […] Se non dico tutto, assolutamente tutto, sto mentendo. Ma dire tutto è impossibile» [corsivo dello stesso Sábato].

E con apologo quasi zapffiano: «Scrivevo quando mi sentivo solo, infelice, in disaccordo con il mondo in cui mi era toccato vivere. E ora penso che forse sarà sempre così, che l’arte del nostro tempo nasce dallo scontento e dall’infelicità. Un tentativo di riconciliazione con l’universo di quella specie di fragili, inquiete e anelanti creature che sono gli esseri umani. Gli animali non ne hanno bisogno, a loro basta vivere una vita armoniosa e d’accordo con i bisogni atavici, dalla nascita fino alla morte, non lacerati dalla disperazione e dalla follia. Invece l’uomo, da quando si è sollevato sulle due zampe posteriori, ha cominciato a gettare le fondamenta della propria grandezza, ma anche della propria angoscia. Avrebbe costruito quell’edificio strano e potente che si chiama cultura, smettendo di essere un animale, ma senza speranza di diventare il dio che il suo spirito prefigurava. Un essere addolorato e malato, condannato a vivere tra la terra degli animali e il cielo degli dèi, che avrà perso il paradiso dell’innocenza senza guadagnare il paradiso della redenzione, che si farà domande, per la prima volta, sul senso dell’esistenza. L’uso delle mani e del fuoco, e poi la scienza e la tecnica, scaveranno l’abisso sempre più profondo che separa l’uomo dalla specie originaria e dalla felicità zoologica. E la grande città sarà l’ultima tappa della sua corsa impazzita, l’espressione più alta del suo orgoglio e la forma estrema della sua alienazione. E allora questi esseri scontenti e quasi folli cercano di ricuperare l’armonia perduta, dipingono o descrivono una realtà diversa da quella che li circonda, creano un mondo in apparenza fantastico e demenziale che alla fine si rivela più profondo e reale della vita quotidiana, si risollevano per superare la sventura individuale e diventano gli interpreti e persino i salvatori del destino collettivo. […] E si servono di oggetti esterni e indifferenti, oggetti di quel mondo rigido e freddo che rimane fuori di noi, e forse esisterà prima di noi e molto probabilmente continuerà a esistere quando saremo morti, come se quegli oggetti non fossero che ponti tremanti e transitori (come le parole per il poeta) per colmare l’abisso che si apre fra noi e l’universo. […] Perché quegli oggetti dipinti non appartengono a un universo indifferente, sono oggetti creati da un essere solitario e disperato, ansioso di comunicare, che ne fa ciò che l’anima realizza con il corpo, impregnandolo dei suoi aneliti e sentimenti, mostrandosi attraverso le rughe della carne, la luce degli occhi, i sorrisi e la piega della bocca».

3) SOPRA EROI E TOMBE – UN TENTATIVO DI POETICA [parole di Fernando Vidal Olmos che nella sua lucidità di anti-filosofo stirneriano incarna come una chimera d’inferno i caratteri e le ossessioni di Stavrogin (al punto di poterne condividere la sentenza di Šatov, il quale a suo riguardo ebbe a dire che: «l’ideale della Madonna e quello di sodomia dispiegano in lui lo stesso fascino, tanto che il marchese De Sade avrebbe potuto prendere esempio da lui»), di Pëtr Verchovenski, di Raskolnikov e di Ivan Karamazov, a dimostrazione della ammirata, inarrivabile progenitura che Sábato ascrive a Dostoevskij, del quale proprio Vidal affermerà: «Come se ci fosse stato qualcosa di importante nella storia dell’umanità che non sia stata un’esagerazione: dall’Impero romano fino a Dostoevskij»]:

«In osceno e pestilente tumulto, scorrevano frammisti i mestrui di quelle appassionate amanti, le feci delle vaporose giovani, i preservativi usati dei direttori compiti, i feti soffocati di migliaia di aborti, gli avanzi dei pasti di milioni di case e ostelli, l’immenso, infinito pattume di Buenos Aires. E tutto procedeva verso il Nulla dell’oceano, lungo condotte sotterranee e segrete, quasi che gli Esseri Superiori volessero dimenticare, cercassero di ignorare quella più concreta porzione della realtà. O come se eroi alla rovescia, come me, fossero destinati al compito infernale di dar conto di quella realtà».

4) SOPRA EROI E TOMBE – BORGES:

«Borges è uno scrittore inglese che per bestemmiare va in periferia. Bisognerebbe aggiungere: nella periferia di Buenos Aires e della filosofia».

5) A PIE’ DI PAGINA:

Le citazioni da me attinte sono estrapolate dalla recente traduzione, uscita per i tipi di Einaudi, del capolavoro dello scrittore argentino, scritto nel 1961 quale mantice ed apice di una atipica trilogia che muovendo da Il tunnel del 1948 con grandiosa spirale intreccia luoghi e personae in una continua eco di rimandi che avrà termine ne L’angelo dell’abisso del 1974, Sopra eroi e tombe è un monumentale romanzo gnostico ed esistenzialista, moloch polifonico e metropolitano, memorie dal sottosuolo della montagna incantata cui pagheranno dazio più o meno esplicitamente Chatwin con il suo In Patagonia e Roberto Bolaño:

– Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe, Einaudi, Torino, 2009.

La traduzione , ad opera di Jaime Riera Rehren, è meritevole di encomio poiché per la prima volta offre al lettore italiano il romanzo nella sua integrità (precedentemente erano state rese disponibili presso Feltrinelli l’edizione a cura di Fausta Leoni – 1965 e 1975 –  poi confluita in Editori Riuniti – 1987 e 1997; del “Rapporto sui ciechi”, che costituisce la terza parte del romanzo, si pubblicarono, pur se solamente in lingua originale, edizioni indipendenti) ma rivela vistosissimi difetti di curatela. Basti dire che la prima parte del libro, intitolata come da indice ed esergo “Il drago e la principessa” viene riproposta nella sua lunghezza complessiva di approssimative 150 pagine con la nota di intestazione “Il drago e la primavera” (sic) per tacere della smisurata costellazione di refusi disseminati un po’ ovunque lungo il testo che ben altra amorosa attenzione avrebbe meritato.

La poesia riportata in apertura, Attraverso lo specchio (Segreti di famiglia), è del sottoscritto.

Luca Ormelli

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