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Un’idea chiamata Utopia

 di Fabrizio Grasso


 

Breve archeologia dell’utopia

In principio fu Atlantide. È proprio l’isola citata da Platone nel Timeo e nel Crizia (secondo la leggenda, Atlantide, al culmine della sua grandezza, sprofondò sott’acqua in un giorno ed una notte), a fornire l’archetipo mitico e l’ispirazione al pensiero utopico che si svilupperà prepotentemente a partire dal XVI secolo. Capofila moderno, nonché coniatore del neologismo “utopia”, è quel Tommaso Moro (che ebbè la carica di Lord Cancelliere sotto il regno di Enrico VIII in vita e l’attributo di Santo, conferito da Papa Pio XI, secoli dopo la morte) che titolò proprio “Utopia” (il titolo in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia) nel 1516 la sua opera più celebre. Certamente Moro, era consapevole del valore semantico, ambiguo ed ambivalente, del termine utopia, che è parola greca, composta da τóπος (luogo) e dal suffisso ευ (buono) oppure dalla negazione οὐ (non), quindi essa significa contemporaneamente sia “buon luogo” che “non luogo”. È proprio in questo polisenso che si gioca l’ironia di Moro, infatti, da navigato politico qual era, egli, ha inteso sicuramente dire che “il buon luogo, non è in nessun luogo”. In una sola parola quel luogo è quindi Utopia. A conferma di quanto detto, è sufficiente scorrere rapidamente il libello di Moro, infatti il nome del protagonista che  racconta della favolosa isola di Utopia, si chiama Itlodeo, che altro non vuol dire che “Contafrottole” e similmente il governatore di Utopia si chiama Ademo (nome composto da α privativa e δῆμος  = popolo, quindi il nome tradotto sarebbe Senzapopolo). L’isola fantasticata da Moro è un luogo ideale, un luogo dove l’umanità ha trovato l’equilibrio politico, civile, morale e financo religioso, in ultima analisi, è perciò il luogo d’approdo dell’umanità che ha raggiunto la perfezione. L’idea di un luogo del genere, un luogo dove tutto è scientificamente stabilito, ha avuto fortuna nei secoli. Infatti altri illustri filosofi hanno sviluppato questo tema e per restare all’epoca moderna è d’obbligo citare Tommaso Campanella autore de “La città del sole” (1623), Francesco Patrizi autore de “La citta felice” (1553) e Francesco Bacone autore de “La Nuova Atlantide” (1627). Dicevamo all’inizio che “in principio fu Atlantide”, perché, sebbene il termine, come è stato visto, lo si deve a Tommaso Moro, l’idea stessa di utopia ha radici ben più antiche. È già nell’antica Grecia che l’idea di utopia prende forma e prende la forma della “Repubblica” di Platone. A sostenerci nel pensiero che l’idea di utopia sia più antica della sua formulazione linguistica è anche un attento lettore e critico dei classici antichi, quale è stato Giacomo Leopardi, che nota nello Zibaldone (ai Pensieri 3469 – 3470): “Quasi tutti gli antichi che scrissero di politica (tranne Cic. de rep. e de legibus), la pigliarono puramente o principalmente dalla parte speculativa, la vollero ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una repubblica di lor fattura; e questo si fu lo scopo, l’intenzione e il soggetto de’ loro libri. Ond’è che quantunque i moderni, primieramente abbiano fatto della politica il loro principale studio, secondariamente, come privati che erano e sono la più parte, e quindi inesperti del governo, sieno stati obbligati a tenersi in ciò alla speculazione più che alla pratica, e per la medesima cagione abbiano immaginato, sognato, delirato e spropositato nella politica più che in altra scienza; nondimeno io tengo per fermo che gli antichi, anzi i soli greci, avessero più Utopie che tutti i moderni insieme non hanno. Utopia è la repubblica di Platone, sì quella disegnata nella Politia, sì l’altra ne’ libri delle Leggi, diversa da quella, come osserva Aristotele nel 2° de’ Politici, p.106-16. Utopie furono quelle di Filea Calcedonio (Aristot. Politic. l.2. ed. Victorii, Florent. p.117-26.), e d’Ippodamo Milesio (ib. p.127-35.), Utopia è quella d’Aristotele (v. il Fabricio)”
Dal canto nostro, non possiamo che sottoscrivere le parole di Leopardi, poiché esse dicono chiaramente, in estrema e mirabile sintesi, ciò che sopra sostenevamo. Ora rimane da capire che cosa queste utopie hanno in comune tra loro. Cosa caratterizza e qual è il minimo comune denominatore di tutte queste società perfette, partorite dai filosofi nei secoli? In altre parole: a cosa mirano le società perfette o utopiche? Quello che unisce tutte queste repubbliche è certamente il fatto di reggersi sul principio di eguaglianza totale tra i cittadini. Eguaglianza che si declina in ogni campo del vivere dell’uomo, da quello economico a quello giuridico, come da quello morale a quello religioso. Ma il loro essenziale e comune denominatore, è ben detto dallo stesso Tommaso Moro nelle ultime righe di “Utopia”, quando, dopo aver ampiamente descritto le leggi, gli usi ed i costumi degli utopiensi, chiosa scrivendo: “Per ora, pur non potendo condividere tutto ciò ch’è stato detto da quell’uomo, peraltro colto e dotato di esperienza umana, non ho alcuna reticenza a riconoscere che mi piacerebbe venissero adottate qui nei nostri stati molte cose esistenti nella repubblica di Utopia. Ma non ho molta speranza che avvenga.”Alla fine, Utopia, viene a significare proprio questa speranza. La speranza dell’uomo in una condizione migliore di quella presente e reale, la speranza in una società ispirata alle più alte virtù ed ai più nobili scopi, nondimeno è una speranza che si riconosce essere difficilmente realizzabile. Anzi a dirla tutta è una speranza che si configura di per sé come irrealizzabile. In altre parole, utopia è il desiderio di un paradiso sulla terra. Il desiderio di una città senza ingiustizie, di un posto a misura delle anime oltre che dei corpi, è il desiderio di una cosa che, per esperienza, si riconosce come impossibile. La storia difatti, offre il conto dei fallimenti e delle tragedie, ogni qual volta l’uomo abbia provato a trasferire quest’idea nella realtà. Ogni volta che a partire dall’utopia, dall’idea quindi di una giustizia ineffabile, si sia provato a costruire una società di stampo utopico, essa ha sempre mostrato il lato oscuro. Perché tra l’idea e la pratica di questa idea, si è sempre riscontrata una dicotomia ed un’alterazione eccezionale. Lato oscuro che risulterà sempre più evidente nell’ottocento, quando l’idea di utopia acquisterà discepoli e contemporaneamente, mostrerà già certi limiti.

Fortuna dell’utopia nell’ottocento

            È nell’ottocento che l’idea di utopia ha trovato la sua culla naturale. Infatti è questo il secolo rivoluzionario per eccellenza, è questo il secolo che aspirerà alla rivoluzione sociale, al cambiamento politico, per approdare ad una società finalmente giusta. Ed è ovvio che in queste condizioni, l’idea di utopia, che come abbiamo visto è l’idea di una speranza verso il miglioramento, abbia trovato nuova linfa. È questo il secolo dei socialisti utopisti, che furono così chiamati dall’economista Jérôme-Adolphe Blanqui nella sua “Storia dell’economia politica” (1839). Uomini come Henri de Saint-Simon, Charles Fourier e Robert Owen, s’occuparono di dare forma ed organizzazione al pensiero del socialismo utopico. Ad esempio, l’inglese Robert Owen, tentò di non lasciare lettera morta le idee riformatrici e filantropiche espresse nel suo libro “Una nuova concezione della società” (1813), dando così vita ai primi movimenti cooperativi della storia. Ed esce nel 1840 in Francia il libro di Etienne Cabet, “Viaggio in Icaria”, un romanzo, nel quale l’autore descrive un mondo abitato da una società completamente collettivizzata, e per certi versi, il romanzo è anche anticipatore di ciò che sarà il regime comunista sovietico. Diviene così strettissimo, il legame tra utopia e socialismo, ma in modo più esteso anche il legame tra utopia e forma politica (o volendo essere marxisiti, struttura politica). Quello che diventa davvero chiaro nell’ottocento è che l’utopia non è più solo la speranza in un mondo migliore, adesso l’utopia è un piano da attuare. Da desiderio che era, quindi, l’utopia, diventa programma politico auspicabile e realizzabile. Assistiamo quindi ad un cambiamento di significato o per meglio dire ad un’estensione di significato della parola utopia. Infatti per alcuni uomini dell’ottocento l’utopia rappresenta la via nuova dell’umanità, il paradiso terrestre da raggiungere, non nell’immediato certo, perché prima di arrivare alla società ipotizzata e teorizzata ci sono alcuni passaggi da compiere (tra questi passaggi il più noto è certamente quello della rivoluzione contro il capitale). Per ora è fuori luogo assegnare giudizi di valore a questa nuova idea di utopia, quello che è importante in questo momento, è comprendere che l’idea di utopia da quando è nata ad oggi, ha assunto e aggiunto a sé sempre dei nuovi significati. Fare quindi una breve archeologia della parola utopia è questione dirimente per proporre una risposta al tema del nostro saggio e cioè, se, sia possibile vivere senza grandi utopie da raggiungere. Certo è onesto, affermare che durante l’ottocento questa idea è continuamente preda di partiti sociali e politici, che senza indugio la useranno per definire i propri piani politici e programmi sociali e questo è un dato di fatto. Tuttavia occorre notare, che proprio a causa di questi continui slittamenti semantici e nuove evocazioni di cui il termine utopia è vittima, risulta difficile fissargli addosso un significato univoco e supremo. Diventa perciò chiaro, che per dare una risposta alla domanda ricordata prima, è importante capire cosa diciamo, quando diciamo Utopia; insomma c’è da stabilire se per noi, la parola utopia, abbia un significato costruttivo, oppure al contrario, ne abbia uno distruttivo. O ancora, potremmo scoprire che questa parola ha solo un significato ideale. Alla luce di queste considerazioni, è opportuno fare anche un’altra domanda e cioè: se dentro il nucleo dell’utopia, sia contenuta anche una carica religiosa? In altre parole, se essa contenga all’interno un dispositivo profetico? È piuttosto facile, affermare che esiste una somiglianza tra un’ipotetica isola di Utopia ed il paradiso delle religioni. Sia l’utopia, che il paradiso, infatti, hanno in comune una promessa. La promessa è quella di liberare gli uomini dalle nequizie ed ingiustizie del tempo presente (nequizie ed ingiustizie che sono dati empirici di ogni epoca); l’unica differenza, è nel fatto che la promessa del paradiso sottostà ad un tempo divino, mentre quella dell’utopia si propone la sua realizzabilità in un tempo umano. In effetti, se le cose stanno così, è lecito, pensare, senza sorridere, a quello che disse Paul Claudel, il quale nell’ammonire sui rischi insiti nell’utopia, diceva che: “Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.” Analizzare il secolo breve, è conveniente, per capire se Paul Claudel, avesse o no ragione nel fare quella battuta.

Novecento. L’utopia al potere

È proprio durante il novecento, che l’utopia manifesterà quel lato oscuro a cui si accennava, perché è nel novecento, che essa brillerà forte nel cielo, come un nuovo e radioso sole ed è da questa altezza raggiunta, che finalmente appariranno anche le ombre, ombre che purtroppo, faranno grondare la terra di sangue. Saranno proprio i due regimi più sanguinari del novecento, quello comunista (nato direttamente dalle idee diffusasi nell’ottocento e che tanto dovevano all’utopia) e quello nazista (imparentato anche lui ad idee che con l’utopia hanno a che vedere) che prometteranno all’uomo il paradiso in terra. Il punto è, che questo paradiso promesso e in certa misura realizzato dai due regimi, avrà un costo altissimo. Infatti, saranno milioni, le vite che pagheranno al prezzo più alto, il conto di queste utopie. Sono più numerose di quelle che possono sembrare, le affinità tra questi due regimi e cosa più importante di tutte, è una, l’affinità fondamentale ed è anche quella che qui interessa rilevare e cioè che la finalità di questi due regimi era la stessa: realizzare il migliore dei mondi possibili. Le differenze sono soltanto nei mezzi politici, sociali o militari, impiegati e nei modi stabiliti, ma il fine ultimo è proprio lo stesso. Il punto centrale, sul quale vogliamo focalizzare le nostre forze e le attenzioni, e che abbiamo cercato in queste pagine di evidenziare, è proprio la dualità che sembra essere connaturata all’idea di utopia. In altri termini, si è visto che tra una teoria dell’utopia ed una messa in atto di questa teoria c’è sempre uno scarto abissale. Perché se in linea di principio, tutte le utopie sembrano condivisibili (chi di noi non desidera di vivere nel migliore dei mondi possibili?), esse non reggono più, nel momento in cui dalla teoria si passa alla pratica. È questo, il nodo fondamentale, che abbiamo voluto mettere in luce, inoltre è questo il motivo, che rende ogni giudizio di valore sull’utopia, un giudizio carico di ambiguità. Prima ci chiedevamo se fosse meglio assegnare a questa idea, una carica distruttiva od una carica costruttiva. La nostra risposta è che è impossibile assegnare una sola di queste cariche, perché essa le possiede entrambe. Essa, ha in sé la carica costruttiva in potenza ed allo stesso modo detiene la carica distruttiva all’atto. Sembra impossibile, almeno ad un’attenta analisi storica, vedere un equilibrio tra queste due parti della stessa idea. Questa, è la difficoltà, che rende tentennante qualsiasi discorso sull’utopia. Più volgarmente, si potrebbe dire che, gli utopisti, predicano bene e razzolano male, e in questo non sono dissimili dalla maggioranza degli uomini che hanno calpestato coi loro piedi questo pianeta. Il fatto che complica tutto, è, che essi si dotano di un’idea (vivere nel migliore dei mondi possibili) che nel momento in cui viene riconosciuta per giusta, implica una volontà di essere attuata, anche con dei propositi indegni e contrari a quell’idea. Somigliano un po’ a dei fondamentalisti religiosi, e la cosa non deve sorprendere, perché hanno in comune con loro il fatto di promettere pur sempre “un paradiso” all’uomo. Dopo quanto detto, potrebbe sembrare che qui vogliamo definire negativamente l’utopia. Ma non è così, infatti crediamo e pensiamo, che la carica costruttiva contenuta nell’idea, possa essere utile al progresso dell’uomo, anzi che essa sia il carburante fondamentale in un mondo come quello attuale. Infatti il nuovo millennio sorge sulle macerie di ideologie contrapposte, che hanno promesso e non mantenuto, e che quando hanno mantenuto, lo hanno fatto a quel costo altissimo di cui dicevamo prima. Riuscire a disinnescare dall’idea d’utopia quella carica distruttiva, portatrice di violenza, potrebbe essere davvero interessante, perché vorrebbe dire, estendere una volta di più il significato di questa idea. Ed è questo, che ci proponiamo di fare nell’ultimo paragrafo.

Cosa resta del pensiero utopico?    

Cosa resta del pensiero utopico? Ed ancora: si può vivere senza speranze e senza grandi mete da raggiungere? Sono queste, le domande a cui, in quest’ultima parte del lavoro, vogliamo tentare di dare risposta. A questo punto, l’unica cosa che risulta assodata dopo la nostra breve archeologia del concetto di utopia, è questa doppia natura che costituisce tutte le idee di utopia. S’è detto in breve, del duplice corollario dell’utopia. Abbiamo definito i due sensi che ci sono sembrati più caratteristici dell’idea di utopia e li abbiamo distinti in uno costruttivo ed in uno distruttivo. Quindi, quello che resta del pensiero utopico, sono proprio questi due sensi opposti ed uniti nella stessa idea. L’unico modo per non respingere in toto l’idea di utopia, è quello di disinnescare completamente la carica distruttiva. Questa operazione diventa possibile, abbracciando un’interpretazione poetica, piuttosto che filosofica, del concetto di utopia. Proveremo quindi ad offrire al lettore (che poi giudicherà sul risultato in piena autonomia) un’interpretazione poetica dell’utopia. Per far questo, saccheggeremo il pensiero di quello che forse è il più grande poeta italiano (nonché, massima espressione, di quello che è stato definito il pensiero poetante) della storia italiana. Avrete capito che parliamo di Giacomo Leopardi. Ed è riferendoci all’idea dell’estetica dell’illusione (ben teorizzata dal critico Raffaele Gaetano), che vorremmo leggere il concetto di utopia. Per far questo, serve appoggiarsi ad un passo dello “Zibaldone”, esattamente al pensiero 475, Leopardi annota uno dei principali motivi della corruzione dell’animo umano e scrive che:“La causa è la mancanza delle illusioni, delle idee di gloria, di grandezza di virtù di eroismo, ec. tolte le quali idee, deve sottentrar quella di non far nulla, lasciar correre le cose, e godere del presente.” E cos’altro è l’utopia, se non la suprema tra le illusioni? Certo, l’illusione è di per sé, qualcosa che rimanda alla falsità, alla non verità insomma. Possiamo forse conoscere le illusioni? No, non possiamo conoscerle, almeno in senso analitico-scientifico ed empirico. Eppure, le illusioni, sono il prezioso carburante dello spirito dell’uomo. L’illusione, la speranza, il sogno, che in questo caso diventano sinonimi di quello che abbiamo visto significa utopia (lasciando da parte il senso distruttivo), sono l’alimento indispensabile dell’uomo. Alimento che è capace di far crescere le ali al pensiero. Chi nella prima metà del novecento avrebbe creduto al fatto che l’uomo sarebbe arrivato persino sulla luna? In pochi ci avrebbero scommesso, inoltre, quei pochi, sarebbero stati di certo definiti come “poveri illusi” o “pii sognatori”. Eppure è proprio grazie a questa sua capacità distintiva, che l’uomo ha potuto raggiungere mete lontane e scoprire cose eccezionali. L’uomo, non può fare a meno dell’utopia per vivere in modo degno la sua vita (ci riferiamo senza dubbio, alla parte costruttiva dell’utopia), essa è suo specifico nutrimento. Ciò detto, non possiamo però dimenticare quelle ombre a cui l’utopia è strettamente legata. È affare di tutti gli uomini, preoccuparsi che l’utopia non si spinga mai oltre determinati limiti, per far sì, che non si trasformi in strumento di crudeltà verso altri uomini. Fino ad ora, non abbiamo dato una risposta chiara ed ultima alla seconda domanda che facevamo all’inizio del paragrafo. Questo, perché, speriamo che adesso, che siamo arrivati alla fine, il lettore, perdoni ed intenda il gioco di parole che gli proponiamo a corona di tutto questo ragionare intorno all’utopia. Qual è insomma la nostra risposta alla domanda: si può tuttavia vivere senza speranze e senza grandi mete da raggiungere? La nostra risposta è formulata nel modo seguente, e cioè che: un mondo senza utopie è certamente un’Utopia.

Bibliografia Essenziale

–           Tommaso Moro, Utopia, Newton, 1994

–           Tommaso Campanella, La città del sole, Adelphi, 1995

–           Giacomo Leopardi, Zibaldone, Newton, 2007

–           Enciclopedia Filosofica, Garzanti, 2003

–           Pierre Vidal-Naquet, Atlantide, Einaudi, 2006

–           Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, 2000

–           Gaetano Raffaele, Giacomo Leopardi e il sublime. Archeologia e percorsi di una idea estetica, Rubbettino, 2002

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