I libri migliori

Gian Ruggero Manzoni, Emilio Dalmonte, “Pesta duro e vai trànquilo. Dizionario del linguaggio giovanile”, Milano, Feltrinelli, 1980

C’è un libro a cui il sottoscritto si confessa molto affezionato, ed è questo “dizionario del linguaggio giovanile” di Manzoni e Dalmonte. La prima domanda da porsi è la ragione di quest’attrazione, del fascino che, ad una distanza di trent’anni dalla sua pubblicazione, esso riesce ancora a suscitare nei lettori odierni di esili dimensioni, esce nell’anno di Altri libertini, subito dopo Boccalone (1979), ed un anno prima di Casa di nessuno di Claudio Piersanti. Un’epoca insomma capitale per la letteratura italiana, e soprattutto per la sua rinascita ed il suo rilancio, come uno dei migliori frutti del movimento studentesco degli anni Settanta. Non si vuole qui avanzare tuttavia nessun tipo di determinismo: Palandri, Tondelli e Piersanti non sono stati quel che sono stati a causa di quel movimento, di quegli eventi storici. Ma è indubbio che è stato in quel contesto culturale, così ricco e fecondo (anche nelle sue contraddizioni), che opere come quelle hanno potuto vedere la luce ed imporsi, quasi naturalmente, all’attenzione del pubblico. Un libro che appare, a questo proposito, naturale accostare a quello di Manzoni e Dalmonte è, e non potrebbe essere altrimenti, il Week-end postmoderno di Tondelli, almeno al livello delle sue ambizioni sociologiche. È infatti noto che il week-end tondelliano non corrisponde soltanto ad una raccolta (incompleta) degli articoli redatti dall’autore su vari magazines e quotidiani. Esso, almeno nelle intenzioni dell’autore, pretende infatti ad essere una sorta di immagine esaustiva di tutte le risorse culturali ed artistiche all’opera nell’universo giovanile italiano durante gli anni Ottanta. Pretesa che, ad un occhio che la valuti da una propsettiva odierna, appare essere francamente stata coronata dal successo. Ma c‘è qualcosa che Tondelli non ha potuto nella sua opera contemplare od includere, e che costituisce invece il cuore di Pesta duro. Si tratta di una tematizzazione aperta del linguaggio giovanile, cioè della diretta presa ad oggetto dell’opera del linguaggio stesso, utilizzato da Tondelli (e da Palandri e Piersanti) come strumento di espressione nei propri romanzi e racconti. L’intento sociologico che anima l’impresa di Manzoni-Dal Monte, trova infatti una diretta ed immediata concretizzazione nei numerosi lemmi, e nelle rispettive definizioni, che costituiscono materialmente il loro dizionario. Ma c’è un altro aspetto di questo dizionario da prendere, ci sembra, in considerazione, avanti di cominciarne la lettura, sempre al fine di spiegare il fascino che ancora oggi esercita sui lettori. Codesto non dipende, infatti solo dall’opera in sé, ma anche da una componente essenziale di quella forma mentis che ne ha presieduto alla realizzazione, e che è ancora presente in coloro che leggono oggi il dizionario. Si tratta di quella fiducia ontologica nella parola che condiziona larga parte della critica letteraria del secondo Novecento italiano.

In virtù di codesta, nel lemma di un dizionario non è dato ritrovare solo una testimonianza dell’uso, o un riflesso di una componente sociale, ma piuttosto, e senza soluzione di continuità, la realtà stessa. Secondo questa modalità di concepire, o, meglio, di “sentire” il linguaggio, secondo questo rapporto istintivo con la lingua – rapporto che è però parte integrante di una cultura -, nella parola, la realtà si riproduce magicamente. È cioè dato ivi ritrovare l’essenza materiale stessa della realtà, qualcosa che va dunque ben al di là della sua semplice evocazione significante. Se non si accetta questo presupposto epistemologico, non si arriva infatti a capire da dove una tradizione (di stampo filosofico vichiano) come quella, post-romantica, tracciata dalla linea Tommaseo-Pascoli-Pasolini possa, per esmepio, provenire. In questa tradizione (e ciò lo si vede particolarmente bene in Pascoli, nel suo sperimentalismo linguistico, ma anche nella scelta dialettale compiuta da Pasolini all’inizio della sua carriera), la parola non soltanto evoca la realtà, ma la rende in tutta la sua concretezza, ne è una versione altra, ma non per questo meno autentica. Gli addentellati idealisti di questa posizione appaiono immediatmente evidenti. Affermare che qualcosa di così rarefatto come una parola, un suono (per quanto “naturale” e non-convenzionalizzato sia possibile immaginare: vedi le onomatopee pascoliane), possa costituire un rendimento omogeneo della realtà, corrisponde a ridurre la realtà al suo corrispettivo ideale. È per altro chiaro che questi scrittori sono stati motivati dalla fiducia di poter “trattare” e “manipolare” la parola – di piegarla – nella direzione della realizzazione di un corrispettivo verbale della realtà. Ed hanno creduto poter raggiungere quest’obiettivo, da un lato, tramite la messa in valore degli aspetti fono-simbolici della parola, e, dall’altro, tramite l’inedita “discesa” verso gli strati più “bassi”, verso la lingua del popolo ed il dialetto (si pensi, in primis, allo stesso Tommaseo). Ladddove, ai loro occhi, conservavasi ancora quella che poteva essere ritenuta una sorta di lingua naturale, un codice più vicino – se non coincidente – alla lingua stessa della natura. Se una lingua di questa sorta non può, per ovvie ragioni, esistere, è tuttavia chiaro che la spinta che sembra animarli pare in realtà essere di natura anti-idealista, la fiducia di poter saisir la realtà tramite lo strumento del linguaggio. Il confidare nella possibilità di entrare nei suoi visceri bui, di costituirne una superficie trasparente attraverso cui poterla osservare come al microscopio.

È, fra l’altro, anche per codesta ragione che, soprattutto in Itallia (senza dimenticare, però, la Germania), la stilistica ha così bene attecchito in senso alla critica letteraria del secondo Novecento. La stilistica di pende infatti in toto dal presupposto per cui il linguaggio, così come si presenta concretamente in un’opera letteraria, è il corrispettivo reale dell’anima dell’autore. E dal fondamentale presuppsto per cui la sua analisi in corpore vili, cioè nell’opera, e soprattutto la segnalazione degli scarti (i famosi tic spitzeriani) rispetto alla norma così come nell’opera vengono reperiti, costituiscono gli esaustivi segnali delle intenzioni espressive dell’autore. E ciò anche allorquando codesti segnali abbiano la funzione di sintomi, non dipendendo dunque da una volontà patentemente determinata. La stilistica – nella geniale translazione che, nella pensiola, ne hanno dato interpreti come Contini, od anche il suo seguace Pasolini – garantisce infatti la possibilità di integrare, nell’analisi letteraria, componenti mutuate dal sociologismo marxista (per esempio, Gramsci) o dalla psicanalisi, mai perdendo però di vista il linguaggio come quell’irrinunciabile primum datum. In altre parole, la stilistica (e ciò è vero, ci sembra, ancora oggi) nel linguaggio vede quell’imprescindibile dato immanente in rapporto obbligato con componenti extraletterarie – ma determinanti – quali sono quelle di carattere sociale, psicologico etc. Si evita cosí di assegnare un indebito primato a qualsiasi tipo di “contenutismo”, e dunque si àncora lo studio dell’opera a ciò che la costituisce materialmente nella sua essenza – al suo sine qua non –, il linguaggio stesso.

Ciò che si potrebbe comunque imputare oggi alla stilistica è di ritenere il linguaggio quella porta principale, o corsia preferenziale, per accedere all’anima dello scrittore, secondo un movimento che va dal fuori al dentro. In questo senso, la relazione strutturale che la linguistica saussuriana aveva creduto poter assodare fra significato e significante sembra venire, con altri termini, riproposta. E  l’anima dello scrittore consistere in quel nucleo semantico che  il linguaggio ha per funzione di esprimere e comunicare (tramite, come si diceva, quei tic, che non paiono altro che essere una versione altra della parole nella sua relazione alla langue).

Se è necessario rinunciare a questa visione funzionalista del linguaggio, ove codesto non appare che adempiere ad una funzione, mancando di qualsiasi autonomia epistemologica, è perché bisogna iniziare a ricorrere invece ad una concezione “superficiale” del linguaggio. Secondo codesta, i significati sono effetti di superficie, ed il linguaggio stesso è comparabile ad una superficie marina increspata da onde od agitata da marosi – ma anche piatta nella più greve bonaccia –, immagine con cui si intende rendere dinamicamente la maniera in cui i significati vengono prodotti più che accolti in seno al linguaggio. In questa visione, il linguaggio non è un semplice recettore di significati – contenitore di cellule semantiche da trasmettere -, ma, piuttosto, appunto, un produttore di effetti di ordine semantico. I significati, dunque, non presistono al linguaggio, ma da codesto dipendono e sono determinati nella loro totalità. Il significato non ha perciò un’essenza ideale, ma del tutto materiale, essendo un prodotto della materia linguistica, del suo “lavoro”. Anche la lingua, così, viene a fare parte della realtà, senza più essere da codesta separata, o, meglio, non essendo di codesta eterogenea. Fra materia e lingua non c’è soluzione di contintuità, ma, piuttosto, cambiamento di piano, come se entrambe fossero parte integrante della realtà, partecipassero in egual misura alla sua costruzione, ma, in qualche modo, da due posizioni diverse.

Per questa ragione, fra l’altro, il linguaggio è sempre – in senso etimologico – poetico, dipendendo ed essendo in toto determinato dal fare del parlante/scrivente. Ed il suo senso non è mai prestabilito, neppure negli scambi linguistici in cui è solo la funzione più modesta, quella informazionale-comunicativa (p. es. dare un ordine), che viene attivitata. Il linguaggio è, invece, sempre da interpretare e da decifrare, appunto perché la sua essenza è strettamente immanente. Essa cade infatti sempre sotto il segno dell’avvenimento, in cui, ovviamente, anche il contesto della “creazione linguistica” gioca un ruolo fondamentale. Il linguaggio è, in altri termini, sempre qualcosa di artificiale.

E, venendo ora finalmente al dizionario di Manzoni-Dalmonte, tutto quello che stiamo qui dicendo, risulta in maniera inequivocabile. Si veda, a questo proposito, la definizione del lemma cipol-cipos: «Anche ‘cipollino’ e ‘cipolla’. Termini molto attuali per ‘moderno’. Si pensa derivino dalla forma particolare che assume il viso quando i capelli sono tagliati a caschetto. […] “Non c`è più religione; oggi sono tutti modernelli, cipollini, picchiatelli e ramoniani[1].”» Definizione nella quale il segno di modernità, e di essere al passo con le ultime mode, è dunque dato dal taglio dei capelli “a cipolla”, secondo l’immagine in quegli anni propiettata dal gruppo rock americano dei Ramones[2]. Flebo-Flebone: «Abbreviazioni di fleboclisi. Usati soprattutto con il verbo fare – farsi; non hanno un significato ben preciso. Per alcuni sono sinonmi di ‘buco’, per altri indicano qualsiasi cosa, anche astratta, che possa stimolare, dare la carica. “Ti vedo un po’ esaurito; fatti un flebone, schiodati!” “Dopo quella storia pesissima con Anna mi son fatto una flebo” (mi sono tirato su)[3].» Espressione a cui vanno associate le varianti “flebo al tamarindo” e “flebo al ragù” [4].

Dopo quanto abbiamo qui mostrato, appare chiaro come, all’epoca, il gergo giovanile subisse molto l’infleunza del mondo dei tossicodipendenti, a cui sembra in qualche modo associato. Molte delle espressioni create in questo ambito trovano infatti nuovo asilo, e vita, in un ambito, quello giovanile, ove l’uso della droga, benché diffuso, non è però forzatamente sinonimo di tossicodipendenza. Pera: «Termine più corrente per ‘buco’, usato dai giovanissimi anche in sensos lato, nel qual caso si avvicina al significato di ‘flebo’ (inteso come ‘stimolo’). “Mi sono fatto una pera al kinotto che mi ha inverdito” (=mi sono risollevato da una condizione insopportabile)[5].» Da cui il verbo derivato Perare – perarsi («Iniettare – inettarsi stupefacenti. Usato anche in senso figurato […][6].») Ed infatti «[…] perarsi-farsi del kinotto,’ cioè: riprendersi, tornare in forma […][7].» Ma vedasi anche lo speciale significato assegnato al verbo Tirare: «Piacere, gustare, attrarre. […] “Io vado dalla mia tipa solo quando mi tira” (=quando mi va). Nel gergo dei tossicomani, ‘tirare’ o ‘tirarci dentro’ significano: drogarsi, in particolare ‘sniffare[8].’» Allorché ad il sostantivo Tiro corrisponde invece: «Boccata di fumo da sigaretta o ‘spinello’. “C’è un tiro per me da quel cannone?” […] Da notare le espressioni: 1)‘Da tiro’ o ‘di tiro’. Si riferisocno a brano, genere o gruppo musicale, e stanno per: dinamico, veloce, ritmato. 2) ‘Avere un tiro’: avere un interesse di tipo sentimentale. [….] “C’ho un tiro con una tipa di Milano[9].”» La parola Kinotto fa invece riferimento ad un altro ambito sociale di grande creazione lessicale, quello del mondo dello spettacolo. «Titolo di un album del complesso Skiantos […]. È olto in auge l’espressione ‘perarsi – farsi del kinotto, cioè: riprendersi, tornare in forma […]. “Sbarbi, sono fato di kinotto” (=sono gasatissimo)[10]

Od, ancora, cambiando campo semantico (venendo a quello della velocità e delle auto, tradizionalmente affezionato dai giovani), si veda l’espressione caduta oramai in disuso, ma eccezionalmente suggestiva, Abarth: «Dal gergo motoristico. Sinonimo di ‘turbo’. Sta per: bellissimo, grintoso, disinvolto[11].» Mentre l’aggettivo Turbo esprime «[…] dinamismo, prontezza di riflessi, bellezza, spigliatezza, grinta. Dicesi sia di persona che di cosa. […] “Ho comprato il 45 giri di un complesso rock francese che è turbissimo[12].”» O si veda, ancora, il termine Copertone, sinonimo per «’fatto come un copertone’. Dato che i pneumatici a volte ‘scoppiano’ […]. “Pesti durissimo, ti vedo fatto come un copertone. Più stravolto di così non potrsti essere![13]”» È fra l’altro proprio in questo periodo, sempre dovuto all’influssso del mondo della tossicodipendenza, che entra in voga fra i giovani la parola Coma per esprimere un concetto analogo a quello che abbiamo appena visto essere associato alla parola copertone[14]. «Sostantivo usato in gergo al femminile. Stato di estrema prostrazione psicofisica, dovuto a stanchezza o a ‘sballo’ molto forte. Breve descrizione del giovane in coma: occhi sbarrati e arrossati, faccia smunta e livida,mente annebbiata, membra slasse e andatura strascicata. La ‘coma’ può anche essere una situazione o condizione molto noiosa. [..] “Ti vedo in coma duro” (oppure: “ti vedo comatoso”). “Me lo sento: se dura cosí questo sballo finirà in una coma generale.” “Vigliacca boia! Che razza di coma che c’è stasera in ‘sto bar. È in paranoia anche il flipper![15]»

Terminiamo la nostra lettura del dizionario di Manzoni-Delmonte con la parola appena evocata nell’ultimo esempio, Paranoia (anche raccorciata in Para), anche questa traslata dal mondo della droga (essendo probabilmente associata al sintomo della persona in stato di astinenza). «Termini in voga fin dal ’68, soprattutto nel mondo della droga e in altri che lo riecheggiano. Recentemente hanno avuto una diffusione enorme fra i ‘modernissimi’, che li usano asolutamente a sproposito, allontanandosi sempre più dal significato originale. Oggigiorno è ‘paranoia’ ogni crisi depressiva derivata da uno sballo mal riuscito, un ‘viaggio’ angoscioso, una situazione noiosa, un’esperienza negativa di qualunque tipo. Rappresenta in ogni caso una condizione fisica o entale insoddisfacente, che fa star male o che crea paura. “sono in para dura!” […] “Stasera in giro c’è una paranoia che va su pr i muri.” “ Se non ti sai gestire, dopo la pera ti viene la para.” [..] “Durante l’esame mi sono fatto prenndere dalla paranoia (=paura) e sono andato in tilt.[16]”»

Come risulta chiaro, ad ogni pagina del dizionario di Manzoni-Delmonte ci sarebbero da citare esempi lessicali che mostran un’enorme e sorprendete creatività, e che riportano alla luce – proprio grazie a queste caratteristiche – un mondo ormai scomparso. Dobbiamo tuttavia concludere qui la nostra lettura, sperando di poter sollevare un rinnovato interesse verso un libro da troppo tempo dimenticato, ma meritevole ancora oggi di grande attenzione.

Enrico Minardi


[1]Ib., pp. 37-38.

[2]Cf. Ib., p. 125; e per l’aggettivo, che ha dunque la medesima etimologia, “ramoniano”, cf. p. 126.

[3]Ib., p. 60.

[4]«È sempre associato scherzosamente a ‘flebo’ o ‘pera’. ‘Fatti una flebo al tamarindo’ significa tirati su in maniera gioiosa, divertiti.”» (Ib., p. 159) «Così come ‘tamarindo’, questo termine si trova per lo più unito a ‘flebo’ o ‘pera’. ‘Farsi una pera al ragù’ non vuol dire iniettarsi in vena il sugo per la pasta asciutta, bensí trovare il modo e i mezzi giusti per risollevarsi da una condizione di crisi o da una realtà opprimente. È solitamente scherzoso.» (Ib., p. 125)

[5]Ib., p. 114.

[6]Ib., p. 114.

[7]Ib., p. 87.

[8]Ib., pp. 161-162.

[9]Ib., p. 162.

[10]Ib., p. 87.

[11]Ib., p. 9.

[12]Ib., p. 167.

[13]Ib., p. 42.

[14]Si veda, a questo proposito, anche la canzone del cantate Vasco Rossi, dal titolo Sono ancora in coma, dove la parola in questione appare esattamente in questa accezione (dall’album Vado al massimo, 1982).

[15]Ib., p. 41.

[16]Ib., p. 111.

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7 thoughts on “Gian Ruggero Manzoni, Emilio Dalmonte, “Pesta duro e vai trànquilo. Dizionario del linguaggio giovanile”, Milano, Feltrinelli, 1980

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  2. Caro Enrico grazie di questo tuo intervento, oserei profondo ed, nella sintesi, esaustivo, riguardo un periodo e certe tematiche. Fondamentale questo tuo passaggio: <> col quale hai colto l’essenza prima del fare letteratura in quel periodo e non solo. Direi, quindi, che la tua analisi, partita dal libro mio e di Dalmonte, divenga base stabile al fine di confrantarsi con lo “stile”, componente oserei fin troppo sottovalutata… o, meglio, fin troppo messa nell’angolo negli ultimi trent’anni di “scrittura” italiana. Bene che tu abbia riportato a galla tematiche fondamentali al fine di poter comprendere appieno l’opera di un autore o l’Opera in generale. Perciò bravo anche per questo. In effetti il dibattito riguardante l’odierna narrativa (e anche l’attuale poesia) manca di questa componente, manca della riflessione diretta sullo “stile” e manca di una indicazione ben precisa inerente lo stesso, non tanto quale dinamica rivolta a un “canone” prefissato e omologante (scenario che ci sta davanti in tutto il suo squallore), quanto di bellezza individuale del porsi in un “canto”, come avrebbe detto Eliot, che risulta in un “coro”. Grazie ancora. Molto bene.

    • Il tuo passaggio in questione è questo, e non so perché nel commento precedente non sia apparso, ora ci riprovo: In questa visione, il linguaggio non è un semplice recettore di significati – contenitore di cellule semantiche da trasmettere -, ma, piuttosto, appunto, un produttore di effetti di ordine semantico. I significati, dunque, non presistono al linguaggio, ma da codesto dipendono e sono determinati nella loro totalità. Il significato non ha perciò un’essenza ideale, ma del tutto materiale, essendo un prodotto della materia linguistica, del suo “lavoro”.

    • Caro Gian Ruggero,
      grazie per i complimenti, ma in realtà tutto il merito è tuo. era da anni che volevo “usare” il tuo libro in qualche modo, ed ho avuto un’improvvisa ispirazione durante un periodo un po’ strano che sto passando qui in Arizon, dove ora insegno. Mi auguor che questo mio post possa involgiare qualche casa editrice a rippublicare il tuo prezioso dizionario. A presto, tuo Enrico

  3. E’fantastico, sì, riascoltare la prolifica feconda e colorata espressività del linguaggio di allora: anche prima di Palandri, Tondelli, o dei cantautori, sono stati i giovani allora giovani – a parlarlo, a crearne uno stile..Oggi,sostituito da anagrammi e sms o slang molto più diluiti contratti o smunti(non è colpa affatto di- questi giovani – ci vedo mia figlia fra un pò, ad es, ma è che non è facile opporsi al mondo attuale così ben predisposto per omologare o mutare (forse meticciare, anche, sarebbe meglio).
    Utilissimoa citazione di Eliot, Gian: senza il canto in una coralità, che ce ne facciamo della indagine socio psico pedagogica?

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