I libri migliori

Le possibili vite

di Fabio De Santis

Tomaso Pieragnolo, nuovomondo, Firenze, Passigli, 2010.

 

Ho accolto con piacere l’avere incrociato la mia attività di lettore con il libro di Tomaso Pieragnolo. Un’opera di spessore insolito, certamente lontana da un modo prevalente di scrivere “sacrificato” ad un minimalismo che da un lato investe sulla scrittura lineare, prosastica, affascinata dai richiami della fruibilità del testo, dall’altro su una poesia fatta di trovate illuminanti, fondata sulla capacità di innescare emozioni immediate. La poesia di nuovomondo è un ordito intenso, realizzato con un resoconto progressivo sulla condizione umana, oramai gravata dal peso delle sue malefatte, inficiata dal peccato originale. Un tema che, più che collocarsi sul piano morale, preferisce toccare sorprendentemente la questione essenziale della sopravvivenza della specie umana, collegandola alla necessità del cambiamento imposta dal nostro tempo.

Ma non si pensi ad un’osservazione lucida, scientifica dell’uomo odierno; a trainare la poesia di Pieragnolo è un astratto anelito, un amore incolmabile, una chimera attesa ed inverosimile, l’urgenza di un luogo dell’immaginazione che trova fondamento nella dissolvenza dell’uomo in bilico, oggi, forse come mai nella storia. Volendo semplificare, il libro dà l’impressione che la poesia viaggi su un doppio binario: il realismo dell’insoddisfazione dell’uomo; lo slancio dell’immaginazione del poeta. Indirizzato dalla percezione di un’apocalisse imminente, Pieragnolo avverte la necessità di ripercorrere il creato attraverso un immaginario poetico, disfacendo l’uomo simultaneamente alla sua affermazione, conducendolo progressivamente ad una nuova fase iniziale, ancora nudo, ma non costretto a ripetere l’errore primordiale, sostenuto da una certezza universale rappresentata dall’amore. Questo luogo chimerico è chiaramente un luogo poetico, dove si realizza l’esistenza di qualcosa di essenzialmente vitale e che passa inosservato nel vivere quotidiano.

Un’ansia di cambiamento pervade il libro. E se l’incalzare di tale desiderio espone l’autore a schietti vagheggiamenti, ad evidenziarsi in particolare modo è il coraggio di scrivere un poema necessario, che tocca il fondamento dell’esistenza, per approdare ad un luogo sostanzialmente sovratemporale, nominato con una lingua intensa, distante dal facile abbandono alle leggi della comunicazione, un luogo che intende compendiare il viaggio umano, per arrivare a spronarlo in direzioni imprevedibili, ma verso un futuro di sopravvivenza, di pacificazione, verso una salvezza imprescindibile. C’è, in sostanza, un’idea di futuro, di costruzione di una storia e perciò di sopravvivenza della poesia stessa.

Difatti questo mondo dell’immaginario in realtà si afferma principalmente nella poesia ed in tal senso il nuovomondo, da anelito utopico, passa a realizzarsi nei versi attraverso la meticolosità del racconto, che come dicevo resiste alla tentazione della prosa o di un verso illuminante, colto da improvvise verticalizzazioni, per lasciare spazio ad un’architettura linguistica che aspira ad essere la misura stessa del mondo descritto. L’ordito è compattato da un uso serrato e poco appariscente di corrispondenze sonore e da questa densità il lettore riceve la tensione adatta per proseguire in una narrazione sistematica, dove il nucleo esclusivo è l’uomo nel creato, il suo rapporto particolare con il mondo.

La sensazione che Pieragnolo voglia giungere a qualcosa di primordiale la si ricava da ogni pagina. Sembra che la sua impresa sia dedicata allo scioglimento di un nodo iniziale, senza mai mettere il piede nel buio di un’investigazione sull’essere, ma rimanendo dentro il fenomeno, attento sempre al destino dell’ente. La visione antropocentrica del mondo fa sì che egli accolga la versione biblica del peccato frutto della perversione umana, dal quale nasce la profonda dispersione dell’uomo e su di lui il presagio di una catastrofe giunta a maturazione, che in certi frangenti sembra pervenire dall’analisi sociale ed economica del mondo contemporaneo, invasato di materialismo e di smania consumistica, in altri – e sembrano i momenti più frequenti – la sofferenza esistenziale pare essere la condizione da riabilitare, quella che con più impellenza attende di essere lenita.

Bisogna sottolineare che Pieragnolo sembra motivato dalla necessità di ordinare e lo fa ricapitolando e compendiando la vicenda dell’uomo all’interno di un mondo nitido ed informe allo stesso tempo, dono e condanna. Un luogo che egli deve per forza rappresentare con una poesia di alta intensità. Di questo mondo ne deve rappresentare la vastità, il mistero, il terrore della sua forza: «la formica su cui pende il piede/del pachiderma», dunque anche la dissonanza irrimediabile e la casualità di un ordine/disordine che rimanda a certe teorie scientifiche: «casuale sbrecciatura/nel quotidiano spasimo tra bestie/corpose». Come in un magma iniziale e creativo deve nominare la fragilità della vita, la profusione dei corpi, una vasta e misteriosa esattezza: un mondo sconfinato dentro una notte che continua anche al di fuori di un luogo compatibile con la nostra percezione ed immaginazione. Pieragnolo svolge il compito di riepilogare la vicenda umana con tutta l’incertezza del caso, come appare chiaro in questo inizio messo anche in copertina: «Forse il primo uomo e la prima donna/di colpo due colombe nella fitta/orditura, due strappi nella ripetizione/del castigo, scalzi appena eretti allo sbaraglio/della precaria luce immaginano/precipui un luogo futuro, bestiali/e spaventati ancora da improvvise/estinzioni e pazze circolazioni/di stormi, metalli e distanze». L’apparizione misteriosa dell’uomo, due strappi alla regola con la loro peculiarità di immaginare il futuro. Una bestia, tuttavia, ancora soggetta al rischio di estinzione.

Su tale slancio si riavvolge il nastro di un’evoluzione dove vengono identificate la persistente insensatezza del sacrificio, legittimata però dall’esistenza dell’incomprensibile a cui l’uomo dichiara sottomissione e la nascita della tecnica, con la quale intende sottomettere le cose, la natura, fissandone limiti ed orizzonti. Il rapporto tra uomo e natura, l’essenza della tecnica, pare – provo ad azzardare – ci conducano ad Heidegger, nell’alveo del suo pensiero. Ma è la centralità del rapporto tra l’uomo ed il luogo a suggerire le più efficaci suggestioni. La vicenda umana è inquadrata come esodo permanente, ricerca spinta dall’amore, dentro il quale trovare rimedio all’imperfetto. È un nomadismo insistente, dentro un mondo percepito come una grande madre nella quale abitiamo e lottiamo nel tentativo di dominare la materia nel presagio di essere da essa soggiogati. In questa crisi si introduce anche il richiamo alla dimensione sociale, con l’accento posto ad un uomo fagocitatore di cose, colto da nuove malattie e dalla solitudine, dentro un finto benessere, isolato nel vuoto e nello scollegamento dalla natura, un ospite definito ingrato, richiamando questa volta Franco Fortini ed il titolo di una sua opera epigrammatica.

Ma la vera crisi che intende cogliere Pieragnolo parte dalla convinzione che l’uomo, pur nella sua straordinaria evoluzione, non ha ancora raggiunto l’abilità di essere felice: «ancora/esperto di poca felicità», dove l’ancora apre ad un divenire, ad uno spiraglio positivo, seppure l’enjambement spezza il connubio con il termine esperto che sembra porsi in dissonanza, lasciando intendere una navigata consuetudine a perseverare nella propria condizione.

È a questo punto che l’autore assume con forza la convinzione di sperare nell’amore come misura che supera la grandezza umana, unica specie disponibile alla belligeranza, ad essere minaccia per il creato, ma soprattutto per se stessa. Ne nasce un richiamo alla fratellanza, ad un uomo che impari a vivere nella consapevolezza anche di fronte al pericolo dell’ignota vastità. Il verso «un popolo di foglie/che al vento parlano» ricorda un’immagine ungarettiana, ma ora in versione propositiva. Il nuovomondo che Pieragnolo lascia intendere sembra realizzarsi nell’affermazione di un nuovo uomo, che viene ulteriormente giustificato dall’esigenza del poeta di rifiutarsi e di rifugiarsi: «Così sprovvisto di pace/termina un giorno, sospeso, lapidario,/indifeso tra improvvise colluttazioni/e occulte sguinzagliate guarnigioni,/chiedendo verso quale lettera accorrere/o quale esito opporre a quotidiane/orazioni, se lapidario è il moto/degli ultimi».

Dall’affermazione dell’amore come rimedio nasce un ulteriore rivolgimento, quasi una regressione ad un rapporto originario, dove diviene possibile ripartire da una nuova nudità, svincolati dalla costrizione di ripetere l’errore primitivo. Ma questa dichiarazione è da ricondurre in primo luogo ad un coraggio non scontato di palesare un desiderio che conduce ad una poesia fortemente utopica, incanalata nella prospettiva di una proliferazione di uomini nuovi che sembra non trovare fondamento nella realtà quotidiana se non nella convinzione di essere davanti ad uno snodo, dove il disastro e la rinascita sono opportunità, il cambiamento la necessità. A tale scopo la coincidenza tra fine ed inizio, esplicitata dalla ripetizione della stessa poesia invertendone i titoli all’inizio e alla fine del libro, appunto, trova senso dove l’uno nasce dalla rivelazione dell’altra e dove l’apocalisse non è subita come imperativo, ma diviene, invece, plausibile aggrapparsi ad una «possibile vita».


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