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La vita è sogno? No, è un film

di Luca Ormelli

«DEMETRIUS: Are you sure that we are awake? It seems to me that yet we sleep, we dream» [William Shakespeare, A Midsummer night’s dream, Act IV, Scene 1].

«ANTIGONUS: Thy mother appear’d to me last night, for ne’er was dream so like a waking» [William Shakespeare, The winter’s tale, Act III, Scene 3].

«Talent’s unconscious exercise (…) a long waking dream of pure play» [David Foster Wallace, Infinite jest, p. 173].

«This entire thing we’re involved with called the world, is an opportunity to exhibit how exciting alienation can be» [Waking life, “We are the authors”].

«All that we see or seem/is but a dream within a dream» [Edgar Allan Poe, A dream within a dream].

«Wake up you sleepy head/put on some clothes,/shake up your bed» [David Bowie, Oh! You pretty things].

***

Se il sogno è la traccia di un destino, come ci avverte il prologo (?) di Waking life (Richard Linklater, 2001), è forse la vita che si ridesta l’autopsia della morte? Risvegliare la vita o risvegliarsi alla vita?

Aristotele e Kant [1] sostenevano che la veglia sia quel che abbiamo di comune e il sogno quanto vi è di più proprio, di afferente la persona. Apri gli occhi (come in un aurorale film di Amenabar) dunque e guarda te stesso. Non ho contezza di un film in cui la “materia” sogno sia stata trattata, affrontata direi con altrettanta “lucidità”. Certo vi è il precedente (per quel che riguarda la forma filmica, il contenitore) de La mia cena con André (1981), lungometraggio di quel Louis Malle che la sceneggiatura aperta di Linklater non si esime dal menzionare complice la fantasmatica presenza di Soderbergh che snocciola un gustoso aneddoto coinvolgente Billy Wilder e lo stesso Malle; ma è tutto il testo che sottende e innerva le immagini a costituire più che una sottotraccia una impalcatura su cui decollano le immagini in rotoscope, i cui contorni ectoplasmatici così bene si adattano, si conformano al linguaggio scelto dal regista e dai suoi collaboratori, un linguaggio che si fa ipertesto laddove, ad esempio, si parla di Bazin e del suo “realismo ontologico” nel bel mezzo di una fenomenologia dell’onirismo e della sua nautica! Linklater ha costruito una sceneggiatura con l’imperturbabilità delle note al testo che David Foster Wallace ha disseminato con profonda lievità lungo la sua infinita facezia ma se nel romanzo monstrum della postmodernità la riflessione dell’autore sull’assuefazione, di questo cantore dell’alienazione operata dalla società del benessere stolido prendeva “forma” attorno alle vicende di un regista di culto il cui operato tanto “impressionava” da generare dipendenza nel proprio pubblico qui un regista di culto si riflette nel film e con il film riflette una congerie di libri che trattano della dipendenza dalla realtà con procedimento dunque uguale e contrario ma altrettanto fascinoso. E con le opere del Bardo (l’indiscusso, insieme a Calderon de la Barca, maestro di penna e sublime relatore di quell’intrico realtà/visione/sogno così squisitamente secentesco ma che tanto informa la letteratura dell’900 – penso a Nebula di Unamuno, a Kubin per tacere di Borges e di quel Philip K. Dick esplicitamente citato nel capitolo 18 del film, dove il “protagonista” incontra il regista che intento ad una partita di flipper gli racconta un aneddoto inerente la scrittura di Flow my tears the policeman said) ben presenti alla mente: la vita come un diorama osservato attraverso chi da essa si è divincolato, un teschio la cui visione certo non si può che definire scarna e per anticlimax, forte delle sapide chiacchiere di un intermezzo tanto macabro quanto grottesco Wallace (con un procedimento analogo a quello di Stoppard che sempre da Hamlet prende le mosse attingendo anch’egli a personae minori) lascia che un affresco vorticoso e inafferrabile da sé zampilli. Parimenti Waking life, la cui scansione in circa 100 minuti non è che una finta (o reale?) scansione a episodi che induce nello spettatore l’impressione di assistere ad uno svolgimento lineare, diacronico laddove è un movimento avvolgente e a spirale, calderoniano, a decidere della verosimiglianza della vicenda. La matrioška di Linklater si sdipana lungo 19 sequenze che, sotto prospettive concentriche non meno che eccentriche (dalla neurobiologia all’esistenzialismo sartriano più “umanista”) accompagnano il “protagonista” del film in-fine al suo terminale risveglio come attraverso un procedimento di progressiva agnizione e riconquista del Sé; la peculiarità del risultato sta nell’avere il regista lasciato il campo aperto ad ogni possibile ermeneutica avendo ben presente che «si sta affermando l’ipotesi secondo cui non si può capire la vita e al contempo viverla. Io invece direi che una vita compresa, equivale a una vita vissuta» [capitolo 15: “We are the authors” – per la (apparente) diegesi del testo il riferimento precipuo è: http://strivinglife.com/words/post/Waking-Life-Script-with-Revisions.aspx]. E come in una seduta psicanalitica, moderna traduzione della fucina dell’interiore processo alchemico di matrice ermetica (stante Jung ed il suo imprescindibile Psicologia e alchimia) il percorso è un viaggio, meglio il percorso è il viaggio atteso che: «il viaggio non richiede una spiegazione, ma solo dei passeggeri» [capitolo 2: “Anchors aweigh”]. Così il “protagonista”, sorta di Everyman innominato perché latore di una identità collettiva a guisa dei morality plays medievali, è catturato ed etimologicamente sedotto di volta in volta dalle più disparate dispute che la scolastica di oggigiorno con l’autorevolezza propria di ogni scientismo mette a disposizione del suo torpido vaglio. Un vaglio ben singolare quando ci si interroghi se: può la ragione dotarsi di quegli strumenti atti ad interpretarla o non dobbiamo forse ritenere (come interpreta acutamente il Rensi a proposito di Hegel) che quando stimiamo la realtà eguale alla ragione ed interpretandola solo come ragione di fatto l’abbiamo, la ragione, già estromessa dal reale? Ecco quindi gli interrogativi inerenti il libero arbitrio secondo la diade determinismo-indeterminismo [capitolo 6: “Free will and Physics”: «Nella nostra visione del mondo, è facile pensare che la scienza abbia rimpiazzato Dio. Ma alcune questioni filosofiche sono ancora molto spinose, come il libero arbitrio. (…) Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, si domandavano: come si può essere liberi, se Dio sa in anticipo tutto quello che facciamo? (…) Il mondo funziona secondo alcune leggi fisiche fondamentali, che regolano il comportamento di ogni singolo oggetto nel mondo. L’assoluta attendibilità di queste leggi, permette grandi conquiste in campo tecnologico. (…) L’uomo è in fondo un sistema fisico, una complessa struttura di molecole di carbonio e soprattutto d’acqua. (…) Il nostro comportamento non fa eccezione a queste leggi fisiche basilari. (…) Che sia Dio a predisporre gli eventi, sapendo già tutto ciò che faremo, o che siano queste leggi fisiche a governare tutto, non resta molto spazio per la libertà… (…) Chi sei, dipende soprattutto dalle libere scelte che fai»], l’alienazione [capitolo 4: “Alienation”, in cui la dramatis persona (lo stato coscienziale?) al termine della propria, debordiana, giaculatoria letteralmente si incendia: «L’autolesionista, avverte di essere completamente alienato. Assolutamente solo. Estraneo alla comunità degli uomini. Tra sé e sé pensa: devo essere pazzo! Quello che non riesce a capire è che la società è esattamente come lui. Ha un interesse particolare nelle grandi sciagure, nelle catastrofi. (…) Guerre, carestie, alluvioni e terremoti, rispondono a bisogni ben precisi. L’essere umano vuole il caos! In realtà gli è necessario. Depressione, conflitti, sommosse, omicidi… Tutto questo terrore… Siamo irresistibilmente attratti da quello stato semi-orgiastico creato dalla morte e dalla distruzione. (…) Certo, i media cercano di mettere una maschera triste a queste cose, dipingendole come grandi tragedie umane. Ma sappiamo bene che il compito dei media non è mai stato quello di eliminare i mali dal mondo, no! Il loro compito è convincerci ad accettare questi mali e abituarci a convivere con essi. (…) Chi ha in mano il potere, ci vuole semplici spettatori passivi. (…) E non ci hanno dato nessun altro diritto di scelta, a parte l’occasionale (puramente simbolico) e partecipatorio atto del voto… Vuoi il burattino di destra, o il burattino di sinistra?»], la società interpretata come frode perpetrata a danno dell’individuo, una società come perfezionata predazione a detrimento del più debole [capitolo 12: “Society is a fraud”] sino allo snodo centrale del racconto per immagini: il capitolo 10: “Dreams” laddove prende forma dialogica la massima di Santayana a cui è debitore il titolo [2]:

«PERSONAGGIO: Io mi considero un lubrificatore sociale del mondo dei sogni. Aiuto le persone a diventare lucide, senza problemi. In pratica elimino le paure, le angosce, e lascio solo il bello, lo spasso.
PROTAGONISTA: Con diventare lucidi, intendi sapere che si sta sognando, giusto?
PERSONAGGIO: Sì, così puoi controllare i sogni. E i sogni controllati sono più realistici dei sogni non lucidi.
PROTAGONISTA: Io mi sono appena svegliato da un sogno, ma non era di quelli tipici, era come se fossi entrato in un universo alternativo…
PERSONAGGIO: Sì, è un sogno reale. Tecnicamente sognare, è un fenomeno del sogno, ma ci si può anche divertire un casino nei propri sogni! Perché tutti sanno che divertirsi è il massimo. […] Che succedeva nel tuo sogno?
PROTAGONISTA: Ah, c’erano un sacco di persone che parlavano, qualcuno diceva cose assurde. Sembrava quasi uno strano film. Più che altro, pontificavano su qualsiasi argomento, con molta intensità […].
PERSONAGGIO: Questi sogni li puoi controllare. […] Il trucco è renderti conto che stai sognando, fin dall’inizio. Devi essere capace di riconoscerlo. Devi essere capace di chiederti: oh cavolo ma è un sogno? Sai, quasi nessuno si fa queste domande, né da sveglio, né tantomeno quando dorme. È come se tutti fossero sonnambuli quando sono svegli, e vegliambuli quando dormono. In entrambi i casi, non ne traggono vantaggio.
PROTAGONISTA: Quello che mi ha fatto rendere conto che stavo sognando, è stato il mio orologio digitale. Non riuscivo a leggerlo, come se i circuiti si fossero completamente guastati.
PERSONAGGIO: Sì, capita abbastanza spesso. Anche le piccole scritte sono difficili da leggere, sono molto instabili. Un altro indizio è quando cerchi di regolare l’intensità della luce, non ci riesci mai! Se ti capita di vedere un interruttore, spingili e prova a vedere se funziona.
È una delle cose che non si possono fare nel sogno lucido… Ma sai che mi frega, io posso volare, posso conversare per quanto mi pare con Albert Schweitzer, posso esplorare queste nuove dimensioni della realtà… Per non parlare della possibilità di fare ogni genere di sesso che voglio! È a dir poco stupendo! Non posso regolare la luce, e allora?
PROTAGONISTA: Ma è una delle cose che servono a controllare se stai sognando, giusto?
PERSONAGGIO: Sì! Come ho detto, anche tu puoi allenarti a conoscere i segni, basta che ogni tanto provi ad accendere una luce. Se la luce è accesa, e tu non riesci a spegnerla, probabilmente stai sognando. Allora puoi darti da fare, e credimi, il campo è sconfinato… Sai a cosa mi sto dedicando? Visioni a 360 gradi! Bello eh?…»

La vita che si risveglia coincide dunque con il risveglio alla vita? Una scorribanda è la più aderente soluzione della continuità in cui siamo sempre sospesi. Forse. Poiché è allor «quando ci si rende conto di essere un personaggio dei sogni, ma dei sogni di qualcun altro, è allora che si ha la consapevolezza di se stessi» [capitolo 15: “We are the authors”].

[1]: «Aristotele e Kant concordano nel dire che il carattere distintivo tra la veglia e il sogno è che nella prima abbiamo tutti un mondo comune, nel secondo ciascuno un mondo proprio. (…) Di questo avere ciascuno di noi, nel nostro più vero e profondo io, il nostro mondo particolare – di questo fatto che per Aristotele e Kant vuol dire vivere non nella razionalità della coscienza sveglia ma nell’irrazionalità del sogno» [Giuseppe Rensi, La filosofia dell’assurdo, Adelphi, Milano, 1991, pp. 63, 65 – corsivo dell’Autore]

[2]: «Sanity is a madness put to good uses; waking life is a dream controlled» [George Santayana, Interpretations of Poetry and Religion, MIT Press, Cambridge, p. 156].

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2 thoughts on “La vita è sogno? No, è un film

    • Gentile Tiziana,
      il tuo commento è un generosissimo, inaspettato regalo. Che le cornucopie tinnanti della fantasia ti si schiudano sempre.
      Luca

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