I libri migliori

Don Chisciotte e… Il bene che resta

Cominciamo dalla fine. E quindi dal fatto che mi sono messo a rileggere il Don Chisciotte di Cervantes, in un’edizione e traduzione diverse da quelle che avevo letto ormai parecchi anni fa, un’edizione degli anni ’60 se non mi sbaglio.
Avevo voglia di rileggere questa impresa letteraria che non c’è bisogno di dire che tutti dovrebbero leggere, in barba al senso comune che i classici siano pesanti o inaffrontabili o noiosi. I classici sono classici proprio perché in sé hanno evidente il seme della letteratura capace di rinnovare la letteratura e generare nuovi libri, nuova contemporaneità.
Vi basterà leggere l’introduzione di Cervantes, gentile presa in giro dei dotti scrittori del tempo, e sfogliare le prime pagine per capire la modernità di questo romanzo “di genere cavalleresco” (si fa per dire). Cervantes parte da un espediente narrativo semplice nella sua genialità: abbiamo un protagonista che totalmente invasato dalla letteratura cavalleresca del tempo si perde in una lettura talmente assidua e felice che a forza di sentirsi pervaso da alti ideali e prove di nobiltà d’animo esce velocemente di testa e si convince di essere lui stesso un cavaliere, di dover andar in giro per il suo regno a compiere atti nobili e salvare tutti, nonché possibilmente raggiungere il suo amore irraggiungibile per Dulcinea. E’ come se oggi, che so, qualsiasi donna o uomo che sia vedesse abbastanza assiduamente la televisione o tutto quello che è comunicazione nel mondo moderno e incredibilmente si mettesse in testa di diventare una star della televisione o del cinema, o un politico intelligente, o uno scrittore. Sarebbe incredibile no?
Il linguaggio di Cervantes, anche in traduzione, è facile intuire come sia tutto giocato sull’effetto molto divertente del contrasto tra il linguaggio “basso” del narratore e dei personaggi del libro e il linguaggio “altissimo” usato da Don Chisciotte che parla come un libro stampato in qualsivoglia occasione. Naturalmente un libro che parla come un romanzo cavalleresco. Cavalleresco è l’aggettivo più usato nella prima dozzina di pagine e Don Chisciotte è da subito pazzo ma anche molto simpatico al lettore solo per i ragionamenti che fa per scegliere il nome al suo cavallo: Ronzinante.
Sul Don Chisciotte comunque potete leggere fiumi di critica letteraria (che vi sconsiglio),  ma ancora più facilmente potete reperirne una copia credo in ogni casa che non abbia bandito i libri dal suo essere casa e in realtà il mio era un accenno dovuto al fatto che mi è venuta voglia di rileggere il Don Chisciotte dopo aver terminato un altro libro, Il bene che resta di Pietro Spirito (Edizioni Santi Quaranta 2009).


Questo libro non credo abbia niente di Don Chisciottesco, o almeno non così tanto da costringermi a rileggere il libro di Cervantes. Una vaga idea sul perché sia scattata questa associazione ce l’ho ed è legata alla parola bene ma me la tengo per me, poi mi saprete dire se farete lo stesso percorso e se sarà scattata anche in voi questa perversione. Il libro di Pietro Spirito, intendiamoci, non è uno di quei romanzi straordinari che vi colgono come folgorazione sulla via ma è un libro, secondo me, misurato, che ti lascia tracce addosso (cosa fondamentale per un libro), scritto molto bene e che ha quella proverbiale capacità di apparire al momento giusto tra le tue letture quando sei in un periodo in cui sei stanco di leggere cose inutili e scritte male.
Nel caso de Il bene che resta la parola apparire è proprio quella giusta, in quanto, mentre mi recavo al lavoro, un mesetto fa, il libro mi è apparso appoggiato sul muretto di un ponticello medioevale della città in cui sono tornato ad abitare dopo tanti anni, abbandonato a se stesso per trovare il suo lettore. Anche nel luogo dove lavoro facciamo di queste cose con i nostri libri ogni tanto e sapevo che la casa editrice Santi Quaranta lo fa con i suoi libri da anni. Tale case editrice è una piccola casa editrice di Treviso che ha alle spalle una meritoria attività che dura credo da più di venticinque anni, e il proprietario di tale casa editrice, che credo ormai abbia più di settant’anni suonati, ancora gira personalmente per portare i libri che edita in tutte le librerie che può raggiungere fisicamente. Quindi nella zona ma anche in altre parti di Italia i libri della Santi Quaranta è come se te li dessero direttamente in mano. Il catalogo dell’editore è molto interessante, soprattutto per la meritoria opera di traduzione di alcune opere europee meno conosciute e in particolare di quelle provenienti dalla letteratura contemporanea dell’est spesso troppo trascurata da noi, con l’aggiunta di qualche chicca tutta italiana (e questo libro di Pietro Spirito rientra nella categoria a mio avviso). Qualcuno sui giornali ha definito la casa editrice (anche per l’identificazione con il suo padre padrone) l’Adelphi veneta, ma a parte questo vi consiglio una bella ricerca nel suo catalogo. Scoprirete di certo cose interessanti.
Tornando al bene che resta anche qui abbiamo un libro che parte da un espediente semplice e a volte abusato: il ritrovamento di un manoscritto. L’espediente è più consistente del solito per due motivi: il primo perché Pietro Spirito ci informa che realmente il manoscritto che troveremo nel libro lui l’ha casualmente fatto suo girando tra le librerie antiquarie di Trieste (altro motivo per cui io ho raccolto il libro dal ponte, perché le librerie antiquarie di Trieste un po’ le conosco anch’io e mio nonno era di Trieste, come facilmente si evince dal mio cognome) e dopo averlo esaminato, studiato e averci fatto ricerche sopra ha deciso di offrilo in un contesto letterario d’invenzione, il secondo perché la storia del manoscritto è quella di un gerarca fascista, probabilmente un politico più che un vero e proprio militare che viene catturato alla fine della guerra e imprigionato dal governo provvisorio e poi dalla Repubblica, per un crimine tra l’altro, come si scoprirà più avanti nel romanzo, che non ha nemmeno compiuto, tutt’altro, ha subito.
La figura di questo fascista è a suo modo eroica, è ideologicamente fascista fino in fondo, e disprezza chi ha venduto secondo lui la patria al nemico, è probabilmente un uomo macchiato da delitti sul fronte di guerra ma non da quell’unico che gli viene contestato e causerà la sua odissea. Non è pentito, e fino al termine del manoscritto lo troveremo nelle vesti di prigioniero nelle peggiori carceri italiane dell’epoca fino alla sua rocambolesca uscita dalle prigioni che non lo consegnerà alla storia (tanto è vero che Spirito nonostante le sue ricerche non è riuscito a identificarlo) ma all’oblio assoluto. Oblio che si interrompe con questo romanzo intenso, dove il manoscritto divulgato attraverso un’altra storia nella quale un anziano professore, macchiato anche lui da un delitto che invece probabilmente ha commesso, lo porge ad un vecchio amico dal letto dove sta consumando i suoi ultimi giorni a causa di una grave malattia senza uscita. Ed è così che le due storie si intrecciano, una riverberando nell’altra, tra eroismo e codardia, tra verità letteraria e verità storica, inseguendosi l’un l’altra sulla china pericolosa della memoria. Tanto è glaciale la parte che coinvolge il nostro fascista che si muove in catene per l’Italia tanto è velata di sentimento e quasi struggente la parte del professore, a volte così caparbio nel cercare un senso alla sua vita da risultare assai più stucchevole dell’ideale fascista portato all’estremo dal nostro sconosciuto gerarca.
Pietro Spirito riesce con bravura e naturalezza a porgerci queste due storie dalla lingua calibrata che misurano a bei passi quell’anima umana che a volte tendiamo a distinguere malamente come se fosse di una sola misura e peso. Nessuna compassione, in un senso o nell’altro attraversa il libro, nessun giudizio viene mai a galla, ma l’esperienza umana si, quella il libro riesce a trasmetterla tutta, lasciando a volte sgomenti per la sensazione di trovarsi in balia di eventi che la vita ci scopre nitidamente quando riusciamo ad osservare le cose di altri dall’esterno, senza preconcetti.
Due piccoli uomini diventano enormi in questo romanzo attraverso le conseguenze del dolore, un dolore diverso e distante che in entrambi trova come unica manifestazione di sfogo la possibilità di narrare a qualcuno la propria storia e quasi di farla morire, una buona volta e per sempre, mettendola su carta, dove le parole diventano carne morta per chi le scrive e più non si possono muovere fino a che, magari su un ponte, incontrano il lettore che aspettavano.


Simone Battig

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