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WOYZECK: UN TESTO DI CULTO

Il Carnevale, e la liturgia floreal-canora sanremesca, abbondantemente contrappuntata da munifici sponsor della telefonia, dovrebbero condurmi verso lidi tranquilli e rilassanti, tra bibite e risate. Invece, evidentemente, non sono ancora stato contagiato dal virus, forse sono autoimmune. Sono andato a ripescare un testo che con i riti quasi ineluttabili di febbraio ha ben poco a vedere. Semmai, per leggerlo, necessita essere un po’ folli, a prescindere dal Carnevale, e un po’ fuori di testa, con o senza le febbri influenzali proprie di questo periodo. Battute a parte, il testo che ho scelto, Woyzeck di Georg Büchner, è, nonostante sia datato, nonostante la sua genesi travagliata, nonostante i temi ardui che tratta, ancora oggi un testo di culto. Fatti i dovuti distinguo, certo. Non è un testo noto a tutti né adatto a tutti i palati. Ma è vivo, attuale. A tenerlo vivo ha contribuito, qualche anno fa, perfino la televisione, ebbene sì, proprio lei, proponendone una versione basata su una traduzione di Claudio Magris. Se ne è impossessato avidamente anche il cinema, tramite una coppia dannatamente adeguata a proporlo: Herzog in qualità di regista e Klaus Kinski, nella sua versione più emaciata e stralunata possibile, nei panni del protagonista. È vivo, il capolavoro di Büchner, proprio in virtù dei temi aspri che rende nitidamente percepibili, nella loro perdurante natura sfuggente, irrazionale. Dramma quanto mai moderno, quindi, sebbene risalente al 1836.

Ma sono attualissimi, e, temo, eterni, gli spunti che propone con una crudezza scabra, difficile da schivare. Ladislao Mittner, nella sua monumentale Storia della letteratura tedesca, riassume il tutto in termini stringati, definendo Woyzeck “una vittima del militarismo e dello scientifismo”. Anche questi due “ismi”, sono quantomai contemporanei, purtroppo. Il dramma di Büchner ne evidenzia, senza bisogno di commenti autorali o di invettive, ma, piuttosto, tramite una sequela di fatti e di strangolanti eventi, la forza distruttiva, destabilizzante, disumanante.

Il testo è ispirato ad un fatto di cronaca autentico: il barbiere quarantaquattrenne Johann Christian Woyzeck fu decapitato a Lipsia nel 1824, dopo un lungo processo, per aver ucciso per gelosia la vedova quarantaseienne del chirurgo Woost. Partendo da questa vicenda, Büchner passa a delineare la figura di un misero giovane che si fa soldato per poter aiutare l’amata. Trae spunto ulteriore, cioè, da un dramma noto all’epoca, Die Soldaten di Lenz. Dal corto circuito tra il fatto criminoso reale e la vicenda letteraria dell’uomo costretto a farsi soldato, Büchner ricava un lavoro tanto breve quanto denso di forza. Un testo che si colloca, idealmente, tra l’assurdo e Brecht, tra impegno sociale e quadro fedele dell’azione corrosiva del potere sulla libertà individuale e sulla sanità mentale.

Questo lavoro “maledetto” sotto svariati punti di vista, incompiuto e scritto in un linguaggio ostico, praticamente impossibile (lo dicono gli esperti) da tradurre in modo fedele, ma soprattutto maledetto per la capacità di illustrare l’azione aberrante del male, della follia, sulla mente di un “buon diavolo”, narra gli eventi e i mutamenti che conducono il soldato Franz Woyzeck a uccidere, accoltellandola, la sua amata Maria. In pochissime pagine si ha il ribaltamento delle intenzioni iniziali, i sentimenti, la natura stessa del protagonista. Questo testo teatrale è stato definito il più breve e il più intenso dell’intera letteratura tedesca. Chiaramente tali classifiche hanno un valore relativo; ma l’affermazione, di fronte al potere quasi ipnotico della vicenda descritta, non appare del tutto fuori luogo. Franz Woyzeck parte soldato con l’intenzione di fare del bene alla donna che ama. Parte con un’idea, una speranza. Da lì ad arrivare ad uccidere Maria ci sono abissi, sistemi consolidati di annichilimento, violenze fisiche, morali, psicologiche. Nella carne secca e mutilata di questo testo incompiuto è raccolta l’essenza venefica di secoli di codificazione dell’annullamento dell’umanità. Operato, con metodi diretti e indiretti, dal potere che mira ad eternarsi.

Büchner rende quasi tangibile questo buio secolare tramite metafore che assumono vita propria, una voce, una grido lacerante: la mannaia, il coltello, il rasoio. Tutto percorre lento, insistente, ininterrotto, la mente dei protagonisti e di riflesso degli spettatori. Alla fine il risultato ineluttabile è, per il protagonista, l’afasia, la perdita della possibilità di esprimersi, ultimo baluardo di un’individualità perduta, di una libertà fatta a pezzi. Il passaggio decisivo, il vero colpo a sorpresa, ma forse neppure troppo, proposto dell’autore, è quello in cui Woyzeck, esasperato, avvilito, umiliato, progetta in un primo momento di scagliarsi finalmente contro il proprio aguzzino. Questa soluzione avrebbe condotto allo sbocco naturale di una trama di vendetta, alla Thomas Kyd, sanguinosa ma in qualche modo liberatoria, anche per lo spettatore. Ma Büchner, con coraggio, con coerenza, si mantiene fedele al clima, alla logica interna, alla follia sotterranea che pervade la pièce. Franz si lascia convincere, e indirizza la sua carica distruttiva verso Maria, la donna che ama. Verso se stesso. Il dramma di vendetta potenziale è e rimane, in atto, una tragedia della volontà, dell’inadeguatezza, della fragilità della mente e dei destini. L’uomo sano e innocente è stato reso bestia. La vittima, inoltre, dovrà subire anche il processo e l’ineluttabile verdetto.

Lo spettatore è chiamato a qualcosa di più della semplice constatazione della potenza dell’assurdo e della violenza. Il dramma di Woyzeck e la fantasia cruda di Büchner invitano a bilanciare mentalmente, per quanto possibile, la “storicità” del fatto narrato e il suo valore universale. A dirsi che “è accaduto”, nella realtà autentica trasfigurata dalla finzione, lasciando spazio anche al pensiero che, seppure con altre forme e sotto altri cieli, la vicenda “accade”, si ripete, rinasce dalle macerie di se stessa. Capita a tutti di essere Woyzeck, di sentirsi tale. Ma il senso della tragedia, forse, l’invito implicito, è a non imitarlo, per quanto possibile. O, almeno, a fermarsi un attimo prima dell’omicidio-suicidio. Lasciando spazio ad un urlo di rivolta, l’occhio che rimane aperto quel tanto che basta per distinguere la vittima dal carnefice, la resistenza dalla mera sussistenza, l’amore dall’odio.

Ivano Mugnaini

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4 thoughts on “WOYZECK: UN TESTO DI CULTO

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