Recensioni

Centoparole: Emma Pretti

Emma Pretti, I giorni chiamati nemici, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2010.

Rispetto ai due libri precedenti (Economia del bosco e A caccia in paradiso), soprattutto il secondo, salta subito agli occhi, ed è una circostanza esteriore ma non priva di implicazioni, come la poetessa vercellese abbia allungato il passo, dilatando i pochi versi dei componimenti verso la misura del poemetto, rarefacendo certe atmosfere e suggestioni liriche che ricordavano il conterraneo Giorgio Simonotti Manacorda, scrollandosi di dosso emozioni e sentimenti, per definire un mondo allusivo nel quale l’io (“ma le voci sembrano essere più d’una”, osserva giustamente Paolo Valesio) si muove con intrepida barbarie. Basterebbe l’uso del paragone, in lei dominante a scapito (per fortuna) delle abusate metafore, in funzione di  riflesso della propria coscienza, per segnare la distanza tra una raccolta e l’altra: Su questa pianura mi accampo con soddisfazione/come mosca sul vetro (A caccia in paradiso); Un piccolo corpo di torto e ragione,/egoismo e fatica./Disteso come un prato nel sonno, laborioso, inutile/con la testa tra le nuvole e il cuore disperso (I giorni chiamati nemici).

E non si tratta solo del variare di prospettiva e degli stati d’animo, ma di una precisa disposizione retorica: nel primo caso il paragone è con un piccolo animale, in una gaia proiezione antropomorfica, nel secondo con un paesaggio, il prato, e per di più onirico. E’ come se assistessimo a una cancellazione in diretta, sovente con accenti apocalittici, alla distruzione non solo di senso ma anche di punti di riferimento nella percezione: Più a sud del diluvio, adesso per noi premono/le nuvole, gemono voci che si radunano […] Non avanzeremo oltre,/in quest’ora solo i morti viaggiano veloci […] Canterà il divino l’ira gloriosa/e le furiose armi che ci agganciarono. Perfino il tema della ferita d’amore o meglio dell’amore come ferita, ricorrente nella poesia di Emma Pretti,  appare ora modulato con più freddezza, tradotto fuori dal consueto immaginario romantico che persiste nella precedente raccolta: Al risveglio, per me la tristezza/a te la rabbia/imbarcati su due navi/che si allontanano (A caccia in paradiso), prefigurando, nella personificazione di amore, uno sgretolarsi tanto implacabile quanto accettato, come si accetta una regola o una profezia in cui infallibilmente si crede: L’amore ci distruggerà separatamente/coprendo la distanza che ci divide/e soffiando il suo affanno/dentro le bocche aperte/intente a parlare con chiunque altro/di qualcosa che sia tutt’altro/che il motivo fisso della nostra mente” (I giorni chiamati nemici). E che questo nuovo orientamento si  avvii non di rado verso la narrazione aperta, prosastica (Ancora prima di far domande/la polizia comincia a setacciare/i cascinali abbandonati; Sonia sta seduta davanti alla scuola,/ha sbagliato bar ed è uscita subito), non stupisce, perché  alla fine di questo itinerario o cunicolo scavato in un mondo soffocante, riemerge l’antica domanda, la preghiera, la supplica: Mi hai visto Dio, quando mentivo e/quando restavo fermo e impotente/davanti a una miniera di vergogna.

Non c’è aria di resa in questi versi così chini sui motivi di una possibile disfatta, così poco consolatori, che sono tenaci nel rivendicare il decoro nell’asprezza: Non vedrò questo miracolo/ma almeno ci ho provato./Ho giocato senza regole/e senza nome/senza conteggi/che potessero frenarmi,/e la partenza è stata alla grande. Insomma si ha la sensazione, come scrive Mauro Ferrari, che la poetessa “abbia acquisito un controllo sul materiale tematico ed espressivo che le permette di raggiungere gli stessi felici risultati con un (apparente) minimo dispendio di elaborazione stilistica”. Un percorso da seguire con attenzione e che potrebbe riservare altre sorprese, fughe inaspettate o altrettanto inaspettati ritorni. Il libro di Emma Pretti inaugura una nuova collana, «Ungarettiana» (http://www.sefeditrice.it/collana.asp?IDCollana=34), presso un Editore che, caso se non unico rarissimo, non chiede agli autori, per quanto mi risulta, alcun contributo di qualsiasi tipo, restituendo alla poesia, non da ultimo con la bella impaginazione, una dignità editoriale che credevamo scomparsa o relegata nei preziosi prototipi Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi.

Bruno Nacci

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