Saggi/Segnalazioni

Da Thomas Mann al doctor House. Per il centocinquantenario della Biblioteca Nazionale di Firenze

di Francesco Bausi*

Nel 2011, la gloriosa Biblioteca Nazionale di Firenze compie 150 anni. Io la frequento da oltre tre decenni, anche se, in confronto a quelle offerte dalle altre grandi biblioteche europee e americane, le condizioni per chi vi si reca a studiare non sono certamente delle migliori: la distribuzione dei libri è lenta, non c’è connessione wireless, manca il bar, non esiste parcheggio, le fotocopie hanno un prezzo esagerato e comunque sono quasi impossibili. In più, essendo la Nazionale frequentata grosso modo sempre dalle stesse persone (prima di entrarci, so già chi incontrerò e chi non incontrerò: una volta, a un amico che veniva a Firenze ma voleva evitare di imbattersi in un illustre collega, gli suggerii di chiudersi in biblioteca, dove quel docente non si è mai visto a memoria d’uomo), si finisce per passare gran parte del tempo a chiacchierare con amici e conoscenti. Così, preferisco di gran lunga le altre biblioteche fiorentine, dove tutto è più semplice e rapido, e ricorro alla Nazionale solo quando non se ne può fare a meno. Eppure, finisco con l’andarci almeno un paio di volte alla settimana, e il malumore che in quei casi spesso mi accompagna svanisce quasi sempre allorché, percorso a piedi il lungarno, approdo in Piazza Cavalleggeri, dove si staglia il brutto edificio primo-novecentesco della biblioteca. E anche quando è tardi, di rado càpita che non mi fermi a pensare, a guardare.

Lo faccio spesso quando cammino per Firenze, dove sono nato e dove vivo. Ogni volta che vado in Piazza della Signoria, ad esempio, anche se ho fretta non posso fare a meno di fermarmi davanti a Palazzo Vecchio e di alzare gli occhi. Una volta devo essere rimasto lì impalato per un bel po’, perché un mio amico, passando per caso e vedendomi, mi disse ironico: «Che fai, mediti sulla caduta della Repubblica fiorentina?». Sapeva del mio amore per Firenze e per la sua storia, e mi prendeva in giro, paragonandomi implicitamente a quell’umanista del ’400 che un giorno fu visto piangere a dirotto di fronte a certi ruderi, e che – a chi gliene chiedeva il motivo – rispose affranto: «Piango perché è caduto l’impero romano» (ed era successo mille anni prima!). Ma davanti alla Nazionale, non torno così indietro nel tempo: il pensiero corre sempre e soltanto a un episodio, quel preciso tragico episodio di quasi mezzo secolo fa.

Sì, perché all’alba del 4 novembre 1966 questa spalletta dell’Arno cedette, il quartiere di Santa Croce fu allagato e la Nazionale venne completamente inondata, subendo danni catastrofici solo in parte riparati dall’eroico lavoro degli angeli del fango, che recuperarono migliaia di libri. Io non avevo neppure sei anni, allora, e dell’alluvione ricordo poco o niente. Ricordo che quel giorno chiusero le scuole; che a lungo rimanemmo senz’acqua (un vero paradosso!) e venivamo riforniti dalle autobotti del Comune; che nelle settimane successive fui portato da mio nonno a Santa Croce, e che la chiesa, col pavimento coperto di fango, emanava un insopportabile odore di umido ed era riscaldata da enormi stufe a gas; che sui muri di interi quartieri si continuarono a vedere per molto tempo i segni lasciati dalla marea immonda di acqua, fango e detriti. Di altro non mi rendevo conto. Però so che, in seguito, tornavo molto spesso a guardare con curiosità e inquietudine le fotografie e i filmati dell’alluvione, in un terreo bianco e nero che ne accresceva l’effetto e ne moltiplicava, almeno per me, le oscure risonanze apocalittiche.

Poi, ben presto, ho capito che quell’evento si coloriva di un forte valore simbolico. Lo aveva già colto Eugenio Montale: secondo lui, l’alluvione del 1966 era stata uno dei tanti segni della fine di una civiltà, la civiltà occidentale e liberale in cui aveva creduto, e che ora agonizzava sotto il fango della cultura di massa e delle ideologie, nemici mortali della libertà individuale e dunque della bellezza e dell’arte. E in una sua poesia rappresentava questo sfacelo descrivendo i raffinati oggetti insozzati e rovinati dallo straripare delle acque, dall’assedio di nafta e sterco: mobili, quadri, libri di poesia, volumi dalle preziose rilegature, spartiti musicali, simboli – tutti questi – della cultura e della vita dello spirito, ormai sepolte e distrutte per sempre dalla volgarità dilagante (figuriamoci che cosa avrebbe detto oggi, nell’età del Grande fratello e dei telefonini!). Anche lui, il poeta, racconta di essere rimasto incrostato fino al collo, scampando soltanto per miracolo.

Anch’io (che non credo al caso e alle coincidenze, e che in ogni evento piccolo o grande mi sforzo di ritrovare segni, simboli, moniti) attribuisco un significato speciale al fatto che l’alluvione si sia accanita con furia devastante proprio sulla Biblioteca Nazionale. Certo, non è stata un’idea brillante quella di costruire la Nazionale in quel luogo, a pochi metri da un fiume noto da secoli per le sue intemperanze. Ma, per un altro verso, non poteva essere scelto posto migliore: l’arca del sapere, il deposito della conoscenza, a due passi dalla forza cieca e imprevedibile delle acque. Come a dire e a ricordarci che il bello e il bene sono sempre minacciati dai loro contrari, e che questi contrari noi possiamo tenerli a bada solo con un’esile spalletta. Forse tutto questo è stato studiato e voluto da un urbanista acuto e profondo, come Dio, che, creando l’uomo, per temperarne l’orgoglio smisurato ha immesso la ragione e l’anima, che tutto possono, nella fragilità del corpo, che basta un soffio di vento per distruggere.

Nel 2007 ho tenuto in un Liceo toscano una lezione sulla poesia di Giosue Carducci, del quale in quell’anno ricorreva il primo centenario della morte. Il pubblico era esiguo: Carducci, ormai da molto tempo, non piace, non lo si legge più, ed è quasi scomparso anche dai programmi scolastici. Lo si considera un poeta noioso, un “trombone”, e per di più un reazionario. Era pomeriggio: studenti pochissimi, ma anche pochi insegnanti, e, quei pochi, anziani. Uno di loro, alla fine, mi si avvicinò e disse: «Non crede che il disinteresse odierno verso il Carducci e la sua “sfortuna” dipendano dall’incapacità di percepire e apprezzare la bellezza?». Non ricordo che cosa gli risposi, ma certamente aveva ragione da vendere. La nostra è l’epoca del brutto: la bruttezza ci circonda da ogni parte, è dentro e fuori di noi, ci assedia senza sosta. Si dirà che era così anche in passato, che è sempre stato così, e magari anche peggio. Forse è vero, ma con alcune differenze fondamentali.

In passato, del brutto si aspirava a liberarsi, mentre oggi lo si ricerca morbosamente, e, ben sapendo questo, televisioni e giornali ce lo forniscono senza sosta in dosi massicce. La cronaca nera furoreggia, così come tutto ciò che fa orrore, ripugna, spaventa. Grande successo riscuotono trasmissioni che esibiscono esseri umani mostruosi o raccontano storie raccapriccianti; in rete si trova un campionario inesauribile di video di questo genere, con dettagli che fanno venire il voltastomaco. Ma il “brutto” non è soltanto questo: c’è anche il brutto della mediocrità e dell’insignificanza, il brutto di chi va a farsi vedere in pubblico senza aver niente da dire e senza saper fare niente, o addirittura di chi va a fare cose che non sa fare, e anziché vergognarsi si diverte, anziché ricevere fischi prende applausi e piace. Infatti, mentre del brutto, un tempo, ci si vergognava, oggi ci se ne vanta, o comunque lo si esibisce senza ritegno, convinti che sia un diritto ostentarlo e che sia un dovere degli altri sopportarlo e accettarlo. E dunque io ti impongo i miei tatuaggi, il mio piercing, il mio abbigliamento trasandato, la mia pancia che straripa dal costume da bagno, il mio turpiloquio, la mia disco-music a tutto volume sulla spiaggia o in strada, gli affaracci miei sbandierati ad alta voce al telefonino in treno o in autobus. Per citare ancora Montale, dappertutto assistiamo al trionfo della spazzatura (e non solo in senso metaforico).

Perché accade questo? Perché il brutto è rassicurante. Il simile ama il simile; logico, quindi, che la maggior parte delle persone chieda ciò che è, e che voglia ciò in cui possa rispecchiarsi e riconoscersi, per convincersi di non essere peggiore degli altri, e per avere conferma che quelli strani, quelli diversi, quelli “sbagliati” sono i pochi che cercano di vivere in un altro modo: quelli che leggono libri, ascoltano buona musica, non parcheggiano in terza fila, non sbraitano nei cellulari, non guardano i reality, non si servono degli “amici” per fare carriera o trovare lavoro. Già, perché il brutto non è solo un fatto estetico: è anche e soprattutto un fatto etico. Il brutto che impera nella nostra società è anche, e ancor più, la piccola e la grande furbizia, l’ipocrisia, la raccomandazione, la disonestà eletta a sistema di vita quotidiana: il furto di denaro pubblico, il concorso truccato, la truffa per intascare due soldi (o un milione di euro: ma non fa differenza) o per favorire il figlio, l’amico, il compagno di partito, l’amante.

E, oltre a questo, un brutto ancora peggiore, senza speranza di redenzione: il brutto di chi crede solo nel male e crede che solo il male esista, schernendo come un povero ingenuo chi parla del “bene”. Sono i teorici della disperazione, dell’abiezione, della follia, pronti a deridere ogni speranza, ogni fede, ogni verità in nome del nulla. Costoro, come ha scritto Pietro De Marco, sono i sacerdoti del trash, e si diffondono, pretendono di ammaestrarci, col supporto corruttore di un’intelligencjia che non sopporta alcuna presenza del vero, del bello, del bene; gioca anzi la partita anticristiana dell’umano degrado e della sua assolutizzazione. Niente è più brutto di questa volontà e voluttà di non-senso. No. L’uomo è nato per il bene e per il bello, che sono la stessa cosa, e girando per Firenze ne trovo la conferma ad ogni angolo. Chi dice il contrario lo fa perché gli conviene, perché in questo modo pensa di annegare le sue malefatte e le sue miserie nella melma generale, in una sorta di primordiale melma metafisica, che assolve gli individui e cancella le loro colpe: così fan tutti, da sempre, e fare altrimenti non è possibile, se vuoi campare e se non sei un santo o un pazzo. Ho letto qualche tempo fa un romanzetto in cui Petrarca, che ha scritto poesia e prosa fra le più alte di tutti i tempi e che venerava la bellezza, viene dipinto come un vecchio brontolone e ipocondriaco, avvilito nelle sue necessità fisiologiche più elementari e volgari, goloso e lussurioso. Come se questo, oggi – anche se fosse vero –, potesse importare qualcosa, come se abbassare i grandi uomini al rango della comune umanità (“non crederete mica a Petrarca quando parla dell’anima o della fede o della rinuncia ai beni del mondo? lui avrebbe solo desiderato scoparsi Laura” – questo è il succo del romanzetto) servisse a giustificare la nostra bruttezza, a crederla, appunto, un male comune e inestirpabile, facendo passare per un’anima candida o un ipocrita mistificatore chi parla del “bello” e del “bene”.

Bellezza è tutto quello che ci eleva al di sopra della bruttezza del mondo e della nostra; che ci rende migliori. L’uomo ha costruito la cattedrale di Chartres, ha scritto la Divina commedia, ha composto la Ciaccona in re minore: uomini hanno fatto questo, e io sono uomo come loro, anche se infinitamente più piccolo. Il fatto solo di apprezzare le loro creazioni me li rende vicini, familiari. E dobbiamo essere sempre grati a chi ci ha insegnato ad amare il bello: perché ci sono due categorie di uomini fortunati, quelli, grandissimi, che creano la bellezza, e quelli – incomparabilmente più piccoli e umili, ma comunque privilegiati dalla sorte – che sono in grado di riconoscerla, di apprezzarla e di farla apprezzare agli altri. Vero, mi direte, però sono uomini anche quelli che hanno inventato Auschwitz, i Gulag e la bomba atomica, quelli che bruciavano pubblicamente libri “degenerati” o che hanno distrutto i Buddha di Bamyian, quelli che costruiscono grandi alberghi e case abusive nelle valli alpine o sulla costiera amalfitana. Certo, rispondo: tuttavia niente e nessuno ci obbliga a scegliere sempre il male e il brutto, né a credere che, se il male e il brutto sembrano talvolta avere il sopravvento, ciò accada perché il male e il brutto sono “necessari”, perché di questi soli ingredienti l’uomo e la storia sarebbero irrimediabilmente impastati.

Con ciò, non voglio dire che la bellezza aiuti a vivere meglio. Anzi, è esattamente l’opposto. Quando hai fatto esperienza del bello e del buono, tornare fuori e affrontare il mondo reale è più difficile di prima. Se i tuoi compagni abituali sono Flaubert, Michelangelo e Mozart, si è disarmati di fronte ai barbari della porta o della scrivania accanto, che nel brutto ci vivono immersi fino al collo, ne conoscono alla perfezione le regole, ci si muovono come pesci nell’acqua, e passano la vita a pensare come possono fregarti, nuocerti, truffarti, perché a loro interessano solo tre cose: denaro, potere, piacere, e per ottenerli sono disposti a tutto. Quando esci da un teatro in cui hai assistito al Flauto magico non pensi che qualcuno, fuori, ti possa aver rubato la macchina, ti abbia clonato la carta di credito o ti stia facendo le scarpe sul lavoro. Non lo pensi perché non credi che questo possa accadere, che esista un mondo in cui vincono il male e il brutto.

Non solo: si sopporta molto peggio anche la bruttezza che ci circonda, quella dei luoghi e delle città. Un mio amico, se si trova in un posto brutto, sta male fisicamente; il suo incubo sono gli alberghi, quasi sempre – anche quelli di lusso –  anonimi, in effetti, e inospitali. Quando entra in certe camere, sa già che non riuscirà a prendere sonno, e che anzi verrà assalito, appena spenta la luce, da una crisi d’ansia. Capitava anche a Tolstoj, gli rivelai una volta – e questo, inutile nasconderlo, lo consolava e lo lusingava; l’illusione di essere forse diversi in meglio dagli altri aiuta a sopportare la certezza di vivere peggio di loro. Come dice Woody Allen? La gente onesta dorme meglio la notte, ma i disonesti se la passano molto meglio di giorno.

Chi mirò coi suoi occhi la bellezza,

egli predestinato è già alla morte.

Così August von Platen nel Tristano. Nel suo racconto omonimo, Thomas Mann descrive una giovane donna, malata di tisi e sposata con un rozzo commerciante, che in sanatorio conosce un artista (malato anch’egli, ovviamente) e spinta da lui suona al pianoforte, appunto, il Tristano e Isotta di Wagner; ma l’emozione che prova è troppo forte per il suo organismo debilitato, che infatti cede improvvisamente, in preda a una violenta crisi che conduce in breve tempo a morte la sventurata. è morta – dice l’artista all’ignaro marito – «sotto il bacio mortale della Bellezza». Le belle opere nascono da una vita cattiva, diceva lo stesso Mann, che praticamente ha affrontato questo tema in tutti i suoi libri.

E il doctor House? Che c’entra il doctor House? Conosco molte persone che non guardano i suoi telefilm perché lo trovano cinico e insopportabile, oltre che totalmente inverosimile dal punto di vista scientifico; per non parlare di chi lo ritiene moralmente riprovevole («Ma tu cosa preferisci?», risponderebbe lui, «un medico che ti tenga la mano mentre muori o un medico che ti ignori mentre migliori?»). Eppure, meglio, molto meglio il doctor House di tanta letteratura dei giorni nostri, molto meglio per la sapienza con cui sono costruiti certi episodi e per la ricchezza simbolica del personaggio, questa sorta di stralunato Cristo dei nostri tempi che si annulla per gli altri, che senza sentimentalismi e senza darlo a vedere cura e guarisce i corpi e le anime, mette pace tra fratelli, aiuta un collega a non farsi lasciare dalla moglie e un altro a non farsi del male nella vita privata e nel lavoro, aiuta tutti a non essere ipocriti con se stessi e con gli altri, costi quello che costi.

Intendiamoci: sotto certi aspetti il doctor House è una tipica ‘americanata’ televisiva, la solita apologia ingenua del puro istinto, dell’intuizione geniale che vince su tutto e risolve in un attimo ogni difficoltà: come se un medico potesse essere davvero un bravo medico senza studiare e senza aggiornarsi, e azzeccare le diagnosi e le terapie facendo battutacce e perdendo tempo in ripicche personali e in battibecchi privati (avete mai visto il doctor House fare ricerca in laboratorio o leggere una rivista medica?).

Però c’è un’idea profonda e profondamente vera in quei telefilm: l’idea che lui, Gregory House, è un grande dottore perché la sua vita è fatta di solitudine, tristezza, incapacità di amare, e soprattutto di continuo, assillante dolore fisico (alla gamba sinistra, dalla quale zoppica penosamente). L’idea, cioè, che, essendo la sua vita uno schifo, lui riesce – senza le distrazioni della felicità e del piacere – a concentrarsi interamente sulla sua arte, a vedere là dove gli altri non arrivano, a capire ciò che nessun altro comprende. E infatti, l’unica volta in cui House è sereno e rilassato (perché, usando il metadone, non sente più dolore: è l’episodio The Softer Side – Il lato più tenero, della quinta stagione, trasmessa negli USA tra il 2008 e il 2009) sbaglia diagnosi e terapia, e rischia di uccidere un paziente: cosicché, alla fine, rinuncia al metadone, consapevole che solo il dolore lo rende grande, lo rende un grande medico. Quando si dice che, se non fosse stato gobbo, Leopardi non sarebbe stato un grande poeta, si dice una banalità e una cattiveria, ma anche una verità (le tre cose spesso coincidono). Se tutti gli uomini avessero donne, soldi e salute a volontà non esisterebbero gli artisti, i filosofi, i poeti, gli scienziati; tutti sarebbero inebetiti dalla loro ottusa felicità. Nel Tonio Kröger di Thomas Mann, l’artista è il goffo e brutto Tonio, non Ingeborg o Hans, belli, felici, fortunati e «mediocri», con i loro occhi azzurri e i loro capelli biondi, perché «un uomo onesto, sano e per bene non scrive, né recita, né compone». «Non mi lasciare, resta, sofferenza!», scriveva per questo Giuseppe Ungaretti, ricordandosi del ben noto aforisma di Proust: «Gli anni felici sono perduti, si aspetta una sofferenza per poter lavorare». Dacci la nostra dose di quotidiana infelicità, potrebbe essere oggi la nostra preghiera: quanto basta, s’intende, una modica quantità per uso personale. Ecco: al decalogo di Bruno Nacci per i giovani scrittori (che tanto ha fatto discutere i lettori di Samgha) avrei forse aggiunto quest’unica breve postilla: perché, sì, l’artista è per molti versi come un falegname che costruisce una sedia, ma in più deve avere da qualche parte la sua piccola ferita, una libbra di carne che gli manca. Altrimenti sarà soltanto, appunto, un bravo e onesto artigiano.

I collaboratori di House – che in realtà lo invidiano – lo rimproverano che a lui non interessano i malati, ma soltanto le malattie. Che gli preme non la salute del paziente, ma la risoluzione dell’enigma, del caso clinico inconsueto e difficile; che gli interessa dunque, in sostanza, soddisfare se stesso e il proprio narcisismo. La seconda cosa, però, si traduce poi nella prima, e dunque l’appunto è ingiustificato: di fatto, il doctor House è anche un inno al liberalismo, al principio, cioè, secondo cui dall’egoismo individuale nasce il bene collettivo, perché perseguendo, anche in modo non corretto, un proprio interesse particolare, l’uomo giova alla collettività. Il vizio privato si ribalta in pubblica virtù, produce ricchezza e benessere. Per questo, House mette sempre zizzania tra i medici del suo team e li tiene costantemente sotto pressione, perché ciascuno di loro – temendo di perdere il posto e di non rivelarsi all’altezza del loro capo – sia spinto a dare sempre il meglio di sé, in una competizione continua e feroce. Ma qualcosa di vero, in quel rimprovero, c’è. Ed è quello che dicevo poco fa. House è un disadattato: fra le sue malattie e i suoi malati nessuno lo batte, perché lì può far valere il suo genio e le sue eccezionali competenze, ma nella cosiddetta vita reale, fuori dal suo ospedale, non si sa muovere, sbaglia tutto, non capisce gli altri e gli altri non lo capiscono, non ha famiglia né amici. E inoltre, la vita reale gli fa orrore, le persone gli si rivelano sempre meschine, noiose, banali e insignificanti: diventano interessanti solo se e quando qualche strana malattia le rende interessanti. Non ricordo più in quale vecchio film (mi sembra che fosse di Hitchcock) un vecchio gioielliere dichiarava di preferire le pietre agli uomini: gli uomini sono deludenti, diceva, mentre le pietre non ti ingannano e non ti tradiscono mai. L’inferno sono gli altri, affermò un filosofo del secolo scorso; «l’umanità è stata sopravvalutata», gli fa eco in qualche modo, in uno sei suoi più celebri aforismi, il dottor Gregory House.

Oggi piove, ma il fiume è basso, e non minaccia. I rari passanti neppure ci buttano l’occhio, verso l’acqua livida. Qualcuno mi guarda sospettoso: sarà perché, quando rimugino dentro di me, muovo le labbra come se parlassi da solo, e faccio la figura dello scemo. Una ragazza passa rapida pedalando, quasi mi mette sotto. Mi fermo appena in tempo, poi attraverso la strada di corsa e raggiungo le poche persone che, avvolte nei loro cappotti, si affrettano lungo la scala d’ingresso, in silenzio. Presto sarò in biblioteca, al primo piano, fra i libri antichi. Lì l’Arno – e il mondo – fanno meno paura. Sarà perché dappertutto ho cercato la pace, ma l’ho trovata solo in un angolo, con un libro.

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* su Francesco Bausi vedi la nota bio-bibliografica pubblicata in calce al suo altro saggio qui su samgha

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2 thoughts on “Da Thomas Mann al doctor House. Per il centocinquantenario della Biblioteca Nazionale di Firenze

  1. Mi è piaciuto molto questo pezzo di Bausi. Molte cose le condivido e il ragionamento sulla bellezza che qualcuno liquiderebbe alla fine dicendo che uno vive da snob (tristezza..) è semplice e chiaro nella sua definizione di mondo.
    L’unico dubbio che mi rimane, essendo la nostra una società legata solo al senso della vista, all’immagine, alla compressione iperbolica di stimoli visivi che necessitano di poca interpretazione da parte dei nostri neuroni, è quello di domandarmi una volta di più se il problema non sia solamente “fisiologico”. Intendo dire che la spiegazione più semplice del nostro discendere verso il brutto è forse l’evoluzione che abbiamo intrapreso privilegiando l’ottuso ripetersi degli stimoli alla ramificazione dei sensi e dei neuroni.
    L’albero neuronale che costruiamo ogni giorno è sempre lo stesso perché la percentuale di stimoli a cui veniamo sottosposti è legata a stimoli che devono ottundere e lasciare passivi: incapaci di interpretazione e scelta nella realtà. E’ insomma una droga sociale bene inoculata a mio avviso. E le persone sono complici nella misura in cui ragionano come dice Bausi: in soldoni, dico io, una volta pensavano “io sono migliore di te”, ma ora sono profondamente convinte che “tu tanto, per quanto schifo possano fare loro, sei peggio di loro”.
    Mi scuso per il ragionamento un po’ troppo generalista fatto qui ma certo l’articolo può far riflettere a lungo da diversi punti di vista, cosa che continuerò a fare di sicuro per me stesso.
    L’uomo non è altro che un pezzo di universo che ogni giorno si rigenera in lui, io penso, quale energia vogliamo essere oggi?

  2. Da Thomas Mann a Thomas à Kempis, in realtà… (e che House sia una stralunata “Imitatio Christi” in salsa liberista è suprema ironia capace di innescare molteplici e felici contraccolpi di pensiero). Ho creduto a lungo e incrollabilmente, ben addentro all'”età adulta”, provandone un’indicibile gioia segreta, che il Flauto Magico, diciamo, proteggesse chi l’ama dalle brutture del mondo, financo dalla “morte comune e de le corti vizio” della scrivania accanto. Dopo i quaranta la certezza vacilla – è da lì in poi, da quando si è consumato questo mezzo tradimento, che la bellezza non aiuta più a vivere meglio – vorrebbe, lei, un’assoluta fiducia. E certo: in chi la fa, la libbra di carne in meno, la piccola ferita. Bellissimo pezzo. Grazie.

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