I libri migliori

Giancarlo Consonni, Chiarìe, Edizioni Fuoridalcoro, con un intervento grafico di Gianni Bolis

Da sempre attento alle  discrete suggestioni del mondo naturale e senza alcuna pretesa di ricavarne apologhi o di elevarlo a simbolo, Giancarlo Consonni ci regala con queste dieci brevissime poesie il miracolo compiuto di una poesia che si regge sul filo della propria fragilità. Sono fotogrammi di piccoli  eventi: il mandorlo in fiore, lo schiocco montaliano del merlo, un geranio colpito dalla luce,   il lento avvitarsi dei semi di tiglio, il fulvo pettirosso. Ma più che di fotogrammi dovremmo parlare di ideogrammi, perché l’immagine disvela il suo significato non disgiunto dalla perizia con cui la mano la compone, e anzi il fascino di questi versi appena accennati, come nella musica di Cage, risiede soprattutto nel silenzio che suggeriscono, che esercita  un’attrazione invincibile, la sola  in grado ormai di  smascherare  il frastuono e la storditezza di un mondo incapace di raccoglimento, la loro straordinaria eleganza racconta in filigrana il diniego di un’anima aristocratica che ha deciso di voltare le spalle a ogni volgarità, non per subirla in rassegnazione, ma per farne risaltare meglio l’assurda arroganza, i trucchi di un’impotenza  che non sa spiegare, o anche solo  nominare, la realtà. Prendiamo come esemplare la poesia intitolata Tiglio (che va citata riproducendola nella sua interezza grafica):

Avvitati

in brevi giravolte

i semi del tiglio

giocano a lasciarsi cadere.

Angeli bambini

toccano terra senza rumore.

La tessitura sonora (assonanze, allitterazioni), che qui diventa accorta legatura musicale,  trapassa da un verso  all’altro  saldando le singole parole tra loro con richiami semplici, immediati, che conferiscono  alla  caduta dei semi la cadenza di strani fiocchi vegetali, che non solo il senso ma anche, e soprattutto, la sonorità del sintagma accentua mimandone il lento staccarsi dall’albero. Ma la trasparenza del dettato non deve trarre in inganno. A partire dal verbo, giocano, che lascia intendere una disposizione lieve, spensierata, e apparentemente incongrua (i semi cadono secondo la necessità della riproduzione e nel solo tempo concesso al loro destino), l’immagine tende a risolversi in altro, accelerando la caduta e al tempo stesso frenandola,  assecondando il volteggiare di questi particolari semi a cui la brattea, la foglia non più tale che li protegge, ne favorisce come un’ala il disperdersi nell’ambiente. La metamorfosi sta per compiersi: la giocosità, il passo di danza dei semi, la celata presenza nell’immagine della brattea (originariamente fogliolina d’oro) già contengono ciò  che stanno per diventare: Angeli bambini. L’alchimia delle parole ha prodotto l’epifania di una creatura ancora più eterea di un seme, a cui l’epiteto bambino permette di sfruttare il verbo giocare, e al tempo stesso di ricordare che il seme è l’infanzia della pianta, il suo  presentimento (angelo significa colui che annuncia), ma rende anche possibile quell’atterraggio dolce, impercettibile, che solo le ali possono giustificare senza rumore. Ma la progressione del senso, o il suo slittamento, per fondersi nell’immagine richiedevano il giusto accompagnamento metrico, quel ripetersi come rintocchi alti, quasi solenni, che rallentano la caduta dei semi/angeli, delle tre parole sdruciole: giocano, Angeli, toccano. Struttura elementare, semplicità, raffinata calligrafia, conferiscono  ai versi la loro leggerezza, fanno coincidere il movimento dell’immagine con quello del senso, rivelando però anche insospettate profondità, e da ultimo si fanno lezione di decoro.

L’intera sequenza delle poesie, con una nota di Giorgio Morale, può essere letta al link

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/04/09/giancarlo-consonni-chiarie/

Bruno Nacci

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