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Foglio di via: Clausure I

Domenica 2 Novembre 2008

Arrivo alle 11 del mattino. Dopo una breve e ripida salita in auto da **, frazione rivierasca su lago, lungo una strada molto stretta costituita nel tratto iniziale da un acciottolato e incassata tra gli impenetrabili muri delle ville patrizie, a una curva mi appare una piccola chiesa e mi fermo davanti al cancello posto di fianco, incerto se si tratti del monastero. La porta elettrica si apre, da una porticina laterale si affaccia una suora minuta e anziana a cui chiedo se posso parcheggiare sul vialetto ghiaioso che, come vedo, conduce in un vasto parco. Torno a piedi nella portineria trascinandomi il troller e una suora giovane mi accompagna alla mia stanza, in fondo a un interminabile corridoio. Mi dice solo che alle 11.45, se voglio, c’è nella cappella la funzione dell’Ora di Sesta, e che alle 12.30 viene servito il pranzo. Poi si congeda. La camera, pulitissima, con il riscaldamento autonomo, offre, dalla porta finestra e dalla finestra più piccola con le persiane sul lato breve della scrivania, una vista superba: dalla porta finestra il lago e le colline che lo incorniciano sulla sponda opposta, sempre uno scorcio di lago e le più lontane montagne già coperte di neve dalla finestra di cui ho subito spalancato le persiane, lasciando entrare l’aria fredda dell’autunno. Trovo facilmente la cappella a cui si accede anche internamente, senza dover uscire dal convento, separata per mezzo di una grata di ferro dallo spazio riservato alle monache. Oltre a me c’è solo un giovane in preghiera. Una vecchia suora mi si avvicina e mi porge il testo delle preghiere. Poi, dalla parte oltre la grata, entrano una a una le religiose, in un fruscio di vesti. Sono tutte in abito nero tranne tre (le novizie), che portano in testa un velo bianco. La breve liturgia è quasi tutta cantata. La suggestione di questo canto femminile in cui non si distinguono affatto le singole voci, ma sembra venire da un’unica, ferma e appassionata orante, è davvero forte.

Il refettorio si trova più in basso del piano della foresteria ma nella stessa ala del convento, un edificio relativamente moderno. Ci sono due tavoli apparecchiati, uno con quattro donne, l’altro con due e il giovane che ho già incontrato all’Ora di Sesta, il mio posto è di fronte a lui. Mi presento dicendo nome e cognome, e saranno le uniche parole che pronuncio durante il pranzo. Tutti mi invitano a leggere la scritta a mano personalizzata sul mio portatovagliolo: Apri il tuo cuore alla luce di Dio. Sorrido. Ho interrotto una conversazione che verte sul grado di parentela tra Gesù e Giovanni il Battista. C’è un lieve imbarazzo per la mia presenza che non faccio niente per sciogliere. Le donne sono tutte di una certa età, tranne una, che è la figlia della più anziana. Arriva suor Anna Maria, che scoprirò essere addetta agli ospiti e che ci serve a tavola. Prima di iniziare a mangiare e dopo aver mangiato recitiamo una preghiera. Il giovane (un seminarista?) è siciliano e da quello che dice mi sembra molto ortodosso, esperto in ogni minimo dettaglio della liturgia. Si discute, tra una sortita e l’altra della donna più  anziana che sembra intenta al cibo più che ai discorsi, della mancanza di forma nella messa in Italia. Io taccio, ascolto, gli occhi bassi. Scopro che in cucina ci sono tre o quattro suore, ciascuna specializzata in un tipo di portata (la signora al mio fianco mi sussurra con orgoglio: una di loro è mia figlia!). I piatti sono cucinati con grande cura e le porzioni anche troppo abbondanti. Non bevo vino (una mia piccola prova di ascesi), mentre le signore e il giovane si servono volentieri. Suor Anna Maria garantisce che si tratta di vino prodotto dai salesiani. Ci sono dei silenzi, ma qualcuno si preoccupa subito di romperli, soprattutto la madre e la figlia (venete o bresciane) che scherzosamente, ma non troppo, battibeccano. Il pranzo si chiude con un’osservazione del giovane, il quale riferisce di aver visto alla messa del mattino un ragazzo (figlio di un’insegnante del luogo, che frequenta il seminario minore di **. Le notizie provengono da suor Anna Maria, che a una domanda sul padre osserva sconsolata, alzando gli occhi al cielo: se n’è andato. E tutti capiamo che la moglie non è rimasta vedova…) inginocchiarsi prima di prendere la comunione. Il fatto deve averlo sconvolto, perché si è subito informato, ha detto, presso il  sacerdote per sapere se si tratta di una nuova disposizione liturgica. Pare che sia una variante, ammessa ma non obbligatoria. L’altra signora alla mia destra, che è stata un’insegnante, racconta che una volta il suo parroco ha redarguito un fedele per un inchino simile: la comunione si prende in piedi. Aggiunge poi che, nei primi tempi in cui era invalsa l’abitudine di ricevere l’ostia in mano, sempre il solito parroco l’aveva schiaffeggiata sulle mani.

Dopo la preghiera di ringraziamento, suor Anna Maria mi accompagna alla porta che dà sul parco e m’invita a fare una passeggiata, se ne ho voglia. La ringrazio e mi avvio. Il parco è molto grande. I vialetti si spingono in su fino alle spalliere di cespugli che dividono il muro di cinta dalla strada, in giù fino al lago. E’ un tripudio di alberi e di piante, che in parte mi sono ignoti. Dovunque pini e abeti secolari, macchie di palme nane, faggi, betulle, aceri, pungitopo, lauri. Alle estremità, piccole rotonde circondate da balaustre in pietra che sporgono sul lago qualche decina di metri più in basso, e dovunque sedie, gazebo estivi chiusi, diramazioni del sentiero in sentieri più piccoli che si perdono dentro boschetti animati da uccelli canterini, mentre sotto i piedi si stende il tappeto di foglie autunnali. Strisce cinerine di nuvole a mezz’aria rigano i monti, il lago è immobile e il silenzio assoluto.

L’Ora di Nona (14.45) ripete le lodi e l’adorazione del Sacramento, cerimonia breve come la precedente, con la variante data dal fatto che le suore escono dalla cappella cantando e a lungo si sente, sempre più lontano, il purissimo canto che si perde nelle profondità della clausura. Sulle scale, un piano sopra la foresteria, c’è una porta chiusa con la scritta CLAUSURA. Il nome è inquietante (chiusura, recinzione), separa il mondo noto da un altro mondo reso inaccessibile, rifletto, da una semplice porta e da un cartello. La porta stessa, una comunissima porta in legno verniciata di bianco, sembra riverberare un alone, e sulla soglia, che lo si veda o meno, c’è l’angelo con il dito sulle labbra, un angelo che non sorride ma che non è neppure severo: forse nemmeno lui capisce fino in fondo queste comunità di donne che si sono sottratte al ciclo naturale e cantano con una voce che solo gli angeli potrebbero avere, ma non hanno. Riesce difficile immaginare la vita oltre quella porta, scandita dalle cerimonie religiose e dai lavori necessari alla  conduzione del convento, anche se i contenuti di quella vita, mi dico, non possono essere diversi da quelli di ogni altra vita.

Le correnti increspano qua e là il lago come lastre di vetro smerigliato. In cielo dense coltri di nubi contendono agli spicchi di celeste il primato in questo pomeriggio domenicale, il due novembre, giorno dei morti. A metà pomeriggio bussano alla porta, mentre sto studiando. E’ la suora giovane che mi dice che suor E., la sottopriora con cui avevo parlato al telefono prima di partire, desidera vedermi. Vengo accompagnato nel parlatorio, una stanza con chiari intenti di rappresentanza,  pesanti mobili in legno scuro e lucido. Al centro un tavolo con grandi sedie a spalliera. Ingenuamente, mi aspetto di veder entrare suor E. dalla porta per la quale sono entrato io. Dopo un paio di minuti, si apre una tenda scorrevole e, dall’altra parte di una pesante grata in ferro, appare la suora che mi saluta cordialmente. Ci sediamo, lei da una parte e  io dall’altra della grata,  seduto su una lustra savonarola. Dopo aver ringraziato per l’ospitalità e per l’esperienza che il convento mi rende possibile, sollecitato dalla suora, gentile e discreta, parlo dei miei studi, della mia curiosità per il mondo monacale, della forte differenza che segna il passaggio tra la società moderna e questa presenza allusiva di altri mondi e altre dimensioni dello spirito. La suora ascolta, sembra contenta della mia prospettiva. Le confesso di essere solo un “pellegrino” non un uomo di fede, forse. Annuisce e sorride. Chiacchieriamo ancora un po’, accenno al mio lavoro su Pascal e al mio interesse per il Seicento, mi chiede se può farmi conoscere una suora della Martinica che si occupa di storia benedettina. Ci lasciamo dopo che scherzando le ho detto che, tutto sommato, conduco anch’io una vita monacale.

Assisto alla messa delle 17 con i Vespri. Durante la messa il cancelletto al centro della grata che separa il coro con le suore dalla parte riservata  ai fedeli viene aperto e le tende, che solitamente impediscono la vista del coro ai due lati del cancello, vengono tirate. La particolarità di questa funzione consiste nell’antico rito della corda, per cui prima dell’elevazione una suora avanza nella navata, si cinge il collo con un cordone bianco e abbraccia il grande cero (pare che l’abbia introdotta Anna d’Austria e che alluda alla schiavitù del peccato, che porta alla morte dell’anima, così come il condannato alla forca). La predica del sacerdote sulle beatitudini è piuttosto filologica e tende evidentemente a sminuirne ogni valore umano, cancellando i contenuti con più alto valore storico (la giustizia). Nel momento della consacrazione mi trovo a riflettere su quante lotte siano state ingaggiate, quanti libri scritti, quante eresie dichiarate, e insomma quanto tempo e dolore sia stato  consumato per  elaborare e difendere la consustanziazione, quando proprio nelle parole che il sacerdote pronuncia, tratte dal Vangelo, si dice chiaramente: fate questo in ricordo di me, e nient’altro. Non ho assistito al Rosario, anche perché faceva freddo e, improvvido, indossavo solo un golf  leggero. All’uscita la suora vecchierella, che già all’inizio mi aveva fornito il testo dei Vespri, mi affida una preghiera per i defunti, dicendo: “E’ molto bella”. Ritorno in camera attraversando il lunghissimo corridoio, tutto buio, tranne che per le lucine tra una porta e l’altra. Dalla vetrata in fondo si  scorge la costa opposta del lago già illuminata.

Nella luce fioca del refettorio mi stanno aspettando per la preghiera prima della cena. Adesso sono di fronte alla mamma della suora cuoca, una donna molto semplice, perché il giovane e un’altra signora sono partiti. Anche  il secondo tavolo si è sfoltito, mamma e figlia bresciane (che si urtano come da copione madre/figlia) sono in partenza. La mia dirimpettaia teme da domani di  rimanere sola. Mi chiede quando parto. Se ho una figlia suora. Rinfrancata dal fatto che rimarrò tutta la settimana, non sembra particolarmente turbata dal fatto che sono qui per motivi di studio. Resterà anche lei tutta la settimana (immagino le tristi cene da domani sera…), scuote la testa e dice che dovrà pregare per la poverina (la signora grossa con in testa un berretto che era al nostro tavolo a pranzo) perché deve  sottoporsi alla chemio. Poi manda indietro una tazza di frutta cotta lamentandosi del cattivo sapore: chissà cosa ci ha messo dentro mia figlia, commenta. Suor Anna Maria si comporta con me come tutte le vecchie zie: ne prenda ancora, signor Bruno! E sciao. Mi informa che la colazione viene servita dopo la messa del mattino (7.30), mi sconsiglia di alzarmi alle 5.30 per l’Ufficio delle letture e la Lectio divina. In effetti non saprei come svegliarmi, devo ancora studiare il telefonino, che prevede anche questa funzione. Così si riposa,  aggiunge sollecita. Ogni volta ritrovare la strada tra interminabili scale e mille porte è un’impresa, e temo sempre di aprire la porta che non devo. Metafora della vita? Comunque alle 20.30 c’è Compieta, che ho recitato per anni da ragazzo, e che mi ha sempre  affascinato per la mestizia soffusa di speranza: Te lucis ante terminum, rerum creator, poscimus….

Arrivo in chiesa alle 20.30. Non c’è nessuno, le luci sono spente e arde solo il cero sull’altare. Poi, dopo che mi sono abituato al buio, mi accorgo di una suora in mezzo alla navata, in ginocchio. Ci siamo solo io e lei. Mi chiedo se anche lei pensa la stessa cosa oppure è immersa nella preghiera e non permette a niente di distrarla. In ogni distrazione, ho letto, s’insinua il demonio. Poi, lentamente e con il solito fruscio, entrano le suore, si accendono le luci e inizia il canto dei Salmi. A un certo punto una suora, spuntata dal nulla,  mi raggiunge e mi porge il testo dei canti. Un tempo i canti in chiesa mi annoiavano, adesso li trovo molto intensi e belli. Le luci tornano a spegnersi, al suono del clavicembalo (ci sono sia un piccolo organo che un clavicembalo, suonati da una suora energica che dirige anche il coro) si leva l’invocazione, altissima. Solo il cero e alcune candele dalla mia parte effondono una luce breve, pallida come le labbra dei morti, nelle tenebre della chiesa, e sembrano oscillare al suono delle voci che s’innalzano nella dolcezza acuta del canto. Quando vengono riaccese le lampade penso al privilegio di questo spettacolo grandioso dato solo per me e mi ricordo di una bella pagina di Chateaubriand che a Roma assiste (in San Luigi dei Francesi?) al Miserere dell’Allegri. Penso anche che questo per loro non è affatto uno spettacolo, che si ripete ogni giorno, tutti i giorni della loro vita. E vedo il corteo interminabile di donne che lungo i secoli, questi  sconfinati rosari di giorni, accendono e spengono ceri e fiaccole nella notte, vegliano gli altari, cantano, pregano, s’immolano nelle loro vesti lunghe e caste alla divinità remota che dal fondo di tutti i tempi e di tutti gli spazi cela il suo volto enigmatico e taciturno.

Fuori brilla la costa e il lago è solo acqua ferma che dorme.

Lunedì 3 Novembre

E’ stata una di quelle notti in cui si rimane a lungo con gli occhi sbarrati e poi, a un tratto, si cade come svenuti in un sonno breve da cui ci si risveglia quasi subito, di nuovo con gli occhi ben aperti, come se non li avessimo mai chiusi. Durante uno di questi assopimenti ho sognato di sentire dei rumori nel corridoio e poi armeggiare alla porta, allora mi sono raggomitolato restando immobile, perché così, pensavo, non si accorgeranno di me. Ma qualcuno è entrato e ho sentito il letto muoversi su e giù come se accanto a me stessero facendo l’amore. Mi sono voltato e mi sono trovato in braccio un bambino piccolissimo, nudo. Ho cercato di gridare ma mi è uscito un lungo guaito penoso con il quale mi sono svegliato. Fuori un rovescio di pioggia stava battendo sulle persiane.

Alle 7.30 le Lodi, la messa e l’Ora di Terza. Sempre la suora premurosa si materializza dal nulla e mi mette in mano il libricino giusto,  mi indica il punto esatto da cui devo seguire il canto. Oltre a me e alla suora, di qua dalla grata (con  il cancelletto spalancato per via della messa) c’è la mamma della suora e un un signore della mia età che si unisce al coro che intona le Lodi e poi se ne va. All’inizio della messa entra un uomo giovane, robusto, molto alto, che allo scambio del segno di pace mi stringerà la mano chiudendola nella sua, gigantesca e quasi inerte. Quando io e la mamma della suora usciamo dalla porticina laterale, riprendendo il corridoio che a zig zag ci riporta sulle scale, le chiedo perché si appoggia a una stampella. Mi racconta una lunga storia di operazioni all’alluce vago e al tendine, fatte di viti dimenticate e altro. La sua preoccupazione maggiore è non poter riprendere a guidare (la cosa più difficile, dice, sarà muovere il piede della frizione). Chissà perché trovo la cosa buffa, forse in relazione all’età della donna, o forse perché la assimilo al convento, e tutto ciò che riguarda il convento mi sembra straordinariamente lontano dalla vita comune, dalle auto, dal traffico e dalla televisione. Faccio colazione da solo in refettorio. Bevo velocemente il mio latte sporcato con un caffè insapore, mangio il panino imburrato e mi allontano in punta di piedi. Post scriptum. La parte di cappella riservata ai fedeli corrisponde all’abside nelle chiese, in quanto l’altare, posto subito dopo la grata, è rivolto al coro dove siedono le suore, e il prete che celebra ci dà dunque le spalle. Nelle parti in pietra che sorreggono la grata (una specie di iconostasi) ci sono diverse figure, tra cui un’edicola con due grandi pavoni (simbolo di resurrezione), simbolo del Cristo, che beccano arcigni, uno da una parte e uno dall’altra, gli acini di un melograno (altro simbolo di resurrezione).

Alle dieci la solita suorina giovane bussa alla porta per dirmi che suor C. vorrebbe vedermi. L’incontro avviene in un parlatorio più piccolo di quello dove ho incontrato suor E., completamente al freddo (in una vetrinetta sono esposti vestiti per bambini che immagino siano il frutto del lavoro a maglia delle suore, rosari e crocifissi di legno, immaginette sacre, piastrelle smaltate con l’immagine del convento ecc.), e per circa un’ora parleremo di **, la fondatrice dell’ordine benedettino **, e della spiritualità nel Seicento, attraverso la grata con uno sportello da cui suor C., nera della Martinica che scoprirò essere nata nel 1958, ma che ha il volto di una ragazza, mi sommerge di libri. All’inizio le parlo in francese, credendo di farle piacere, e infatti è molto contenta di ciò, poi però proseguiamo quasi sempre in italiano. Mi sembra una donna sveglia, aperta, su posizioni  quasi “progressiste”, con una cultura in gran parte di natura storico devozionale. Si vede che non ha molte occasioni per parlare dei suoi studi e si sfoga dilungandosi, poi si scusa. Io intervengo a tratti, restando sulle generali, sui temi della grazia e dei rapporti tra politica e giansenismo. Alla fine, semiassiderato, mi congedo con la promessa che ci rivedremo. Con la mia pila di libri riguadagno la camera, mentre dalla porta finestra in fondo al corridoio il lago è scomparso. Piove selvaggiamente.

Ho l’impressione che le suore mi stiano “assaggiando”, una qui, una là, per vedere di che pasta sono fatto più che per verificare cosa penso. Il che è molto femminile.

Il pranzo a due con la mamma della suora cuciniera langue nonostante la mia buona volontà. La figlia è entrata in convento (molto probabilmente per sfuggire a una madre simile) a 22 anni e adesso ne ha 45. E’ tutto quello che ottengo. Continuano le sue recriminazioni per il vitto (oggi la carne non riusciva a mangiarla perché troppo dura, colpa naturalmente della figlia: “devo ingoiare tutto, non ho denti, lo sa che non ho i denti, mica come lei”. Segue descrizione dell’ultimo ascesso), beve volentieri vino, mentre io, virtuoso, me ne astengo. Pare che domani arrivi lo storico del convento: suor Anna Maria mi regala il suo libro per il centenario, di due anni fa. Io noto subito che la copertina è messa al contrario e con una punta di sadismo editoriale lo faccio notare. Suor Anna Maria disperata va vedere se tutte le copie sono così. La tranquillizzo. Capita.

Cielo e lago si confondono. Piove e per oggi, temo, niente passeggiata nel parco. Invece, credendo che la pioggia fosse diminuita, mi sono precipitato con l’ombrello sul vialetto che porta alla sommità del parco. Ma la pioggia ha ripreso con più forza. Alberi e piante sono così fitti che ho potuto assaporare la differenza, già espressa con finezza da D’Annunzio, del diverso suono delle gocce a seconda della vegetazione. Comunque mi sono dovuto rifugiare di nuovo nel convento.

Alle 17.15 Vespri e Rosario. La solita suora, che mi spia da non so quale spiraglio, avendo visto che leggevo (finalmente) in modo corretto dal libricino delle Ore, ma non potevo seguire i canti previsti dal Salterio, mi ha messo in mano il grosso volume dell’Antifonario. Dopo qualche esitazione, ho capito e, come uno scolaro zuccone, mi sono messo a seguire prima su uno e poi sull’altro, con grande soddisfazione per l’ostacolo superato. A un certo punto, entra in chiesa una coppia di giovani ben vestiti, alti, lei minigonna e calze scure, con scarpe su altissimi tacchi che fanno un rumore bizzarro tra una pausa e l’altra dei canti. Sembrano attenti e compresi di quanto accade e restano anche per una parte del Rosario, poi, lei ticchettando, lui con una superba giacca di montone, escono.

Alle 19.30 sono già in camera. La cena è stata fulminea. La mia unica commensale questa sera era di buon umore. Ha iniziato con una descrizione particolareggiata degli inconvenienti a cui va incontro la malata (sempre in camera) a cui hanno impiantato un catetere per urinare. Poi siamo passati a una nuova rassegna dei suoi chiodi, e infine, come ciliegina sulla torta (torta che non potrebbe mangiare), al diabete. Per fortuna suor Anna Maria la prende bonariamente in giro e conclude ogni osservazione scherzosa con un “Vero Sig. Bruno?”. Vero. Ci siamo ritrovati (lei prende l’ascensore) io e la mia commensale sul lungo corridoio della foresteria. Quando ha visto dov’è la mia camera, ha esclamato: “Quella è la stanza riservata al vescovo”. In effetti non dubitavo che fosse la migliore.

Ad assistere alle preghiere di Compieta ci sono solo io. Ma come ieri arrivo troppo presto e per qualche istante, nel buio quasi totale, ci fronteggiamo io e la suora in solitaria adorazione, facendo a gara a chi fa meno rumore. Poi arrivano tutte le altre e iniziano i canti rivolti alla notte che viene e alla morte. Sempre l’animo religioso è rivolto alla morte, che teme, invoca ed evoca come se lì sapesse di giocarsi tutte le sue carte, ansioso di verificare se ogni cosa sia stata inutile. Alla fine della cerimonia le luci vengono di nuovo spente e due suore benedicono le consorelle, con strane movenze da cormorani. Sembra l’ultimo atto di una commedia, ma nessuno applaude e qui gli attori non possono togliersi le maschere o il trucco. Rifletto su come questo tipo di vita, così perfetto nella scansione del tempo, nella ripartizione delle funzioni di ciascuno, si fondi generalmente su una consapevolezza abbastanza limitata: e non potrebbe essere che così, perché alle monache non viene certo chiesto di essere delle intellettuali. Sono operaie o api mistiche a cui non di rado, come in questo caso, viene offerto l’aiuto di un paesaggio sublime (ieri alla vice priora, suor E., ho detto che il paesaggio è importante, perché educa o quanto meno non corrompe come quello delle nostre orrende città).

Martedì 4 Novembre

Non ho ancora svelato il mistero dell’improvviso odore d’incenso che si avverte appena si apre la porta che, dopo le scale, conduce al corridoio (poco più di un camminamento) gelido e buio che comunica con la chiesa, separata dal corpo dell’edificio. Durante nessuna funzione ho visto bruciare dell’incenso, tranne che per la messa. Sarà un incenso mistico oppure l’incenso si deposita e permane come una diossina trinitaria. Anche questa mattina la suora guardiana (nel senso che è addetta a vigilare su di me) mi si è avvicinata, spuntando al solito dalla sua nicchia misteriosa. Ero sicuro di stare consultando i testi giusti ed ero pronto a riceve un tacito complimento per la mia solerzia, invece mi ha sussurrato di scusarla, perché si era dimenticata che, essendo la festa di san Carlo, doveva procurarmi il testo dell’inno al santo non riportato dal sinfonario e dai libricini delle ore. Finalmente ho ascoltato cantare una parte del salmo 118, quello preferito da Pascal, a cui pensavo proprio ieri. All’uscita dalla chiesa, lungo il corridoio obitoriale, la mia commensale ha trovato modo per aggiornarmi sugli impegni medici della giornata, che prevedono tra l’altro il dentista. Dopo la frugale,  rapida e solitaria colazione, approfittando di una pausa nella pioggia, ho fatto una passeggiata nel parco. Al rientro, dalla porta di fianco alla chiesa, la suora portinaia mi ha chiesto se non avevo nulla in contrario a  incontrare alle 11 suor C. Veramente avrei preferito studiare, ma come si fa a dire di no? Dunque m’incontrerò con l’ineffabile C., che probabilmente vede in me la possibilità per un’esperienza intellettuale unica. E anche un’occasione per parlare un po’ in francese. O anche solo per parlare. Amen.

Il nuovo colloquio si è svolto in un parlatorio più sotterraneo, accanto alla famosa porta con la scritta Clausura. Questa volta la grata è in legno e aperta per un largo tratto (che esista una gradazione in questi incontri? Una scala della prudenza?) così che io e suor C. stiamo seduti uno davanti all’altra senza sbarre che ci separano. Naturalmente mi ha portato un altro pacco di libri con alcuni saggi suoi. Mentre parla, la osservo. Sembra incredibile che abbia 50 anni, al massimo ne dimostra trentacinque. Ha delle belle mani  affusolate, e noto che le unghie dei pollici sono lunghe e lievemente ricurve. Ogni tanto inforca gli occhiali (una vecchia e antiquata montatura) e si mette a cercare una citazione aprendo e chiudendo i libri, con quei ridicoli occhiali sul naso che si aggiusta in continuazione. Mi sembra eccitata, come se volesse far vedere che non è soltanto una suora, ma una studiosa! Io la assecondo e mi concedo ogni tanto dei brevi excursus, poi porto il discorso su internet e le prometto di darle alcuni indirizzi di siti dove potrà trovare libri on line (spalanca gli occhi come se le avessi mostrato la mappa del tesoro). Concordiamo sulla comodità della rete, le racconto che recentemente ho acquistato due testi che mi hanno evitato di andare a Parigi. C. sorride e, saggiamente,  commenta che lei però preferirebbe fare un viaggio a Parigi per procurarsi un libro. Alla parola magica Parigi, cerco di immaginarla vestita in un altro modo, le taglio addosso un bolerino giallo e una gonna scozzese, come fanno le bambine con le bambole, la metto seduta all’ora dell’aperitivo sulla Place des Poètes a Montparnasse, davanti a un Pastis, mentre legge con occhiali firmati Christian Dior un libro che tiene sul tavolino insieme alla borsetta e a un paio di occhiali da sole. Sta aspettando qualcuno. Ecc. E mentre torno in camera con questi pensieri  scandalosamente profani, mi chiedo come facciano delle giovani donne a rinchiudersi in un mondo che sta aggrappato a un’idea, da cui usciranno solo da morte. Ogni giorno della loro vita saranno le Lodi, la Terza, la Sesta, i Vespri ecc. Ogni giorno. Nessuno verrà a cercarle al telefonino, non aspetteranno nessuno al tavolo di un caffè nella Place des Poètes. La cosa che mi sembra più atroce non sono i limiti alla libertà, che apparentano il convento al carcere (ma anche al lavoro e a tanti matrimoni), ma la secchezza di una vita che può solo alimentarsi da sé e di sé. Non è la rinuncia al sesso e ai sentimenti, quanto la spoliazione di ogni orizzonte che non sia quello previsto da un calendario implacabile e immutabile, un carillon che, una volta aperto il coperchio, invece di farle ballare sulle punte dei piedi, le fa inginocchiare, rialzarsi, inginocchiare, rialzarsi.

A un certo punto ha un lieve sussulto: Ha sentito? In effetti anche a me è sembrato di avvertire uno scricchiolio, a cui non avrei dato la minima importanza. Ma forse la vita in spazi ristretti, dove i rapporti si misurano sui minimi dettagli, dove uno sguardo può nascondere una simpatia o un rancore più di mille parole, anche uno scricchiolio ha il suo significato. C. si alza e va a controllare. Naturalmente dietro la porta alle sue spalle non c’è nessuno (non c’è più nessuno?).

A pranzo compare di nuovo la signora che viene curata con la chemio. Sembra serena ma ha il volto gonfio. Arriva anche il confessore (oggi è giorno di confessioni), un vecchio magrissimo che non apre quasi bocca, in compenso mangia e beve di gusto e sembra scuotersi solo quando, vedendo che non bevo vino, si stupisce e si indigna. Io spiego che nel pomeriggio devo studiare, ma la cosa non sembra convincerlo minimamente e scuote la testa. Oggi è san Carlo e ci sono le paste. Suor Anna Maria, che assomiglia vagamente a una mia zia, è sempre disposta a fare dello spirito e in forza della sua autorità religiosa ne dà un paio anche alla vecchia col diabete, che non aspettava altro che un’approvazione dall’alto per superare il divieto medico. Di ritorno dalla messa del mattino mi sono dimenticato di chiederle se è poi riuscita a farsi portare nella cripta (dove adesso vorrei andare anch’io) per completare non so più quale novena che dà diritto a non so quale indulgenza. Ho l’impressione che tutta la vita religiosa, compresa l’idea della figlia di farsi monaca, non sia altro per lei che un accumulo di punti per la premiazione finale, un po’ come certi buoni del supermercato. Comunque riversa anche sul prete, intento a mangiare le patate arrosto di cui è ghiotto, i malanni di Tizio e di Caio. Alla fine del pranzo, chiedo se qualcuno sa dirmi come si chiama il bellissimo albero nel parco che si vede dalla porta finestra attraverso una cortina di pioggia. Nessuno lo sa. Poi suor Anna Maria me lo dirà non senza prima avermi costretto a prendere due paste invece dell’unica che avevo scelto (mi ero già ribellato alla fetta di tacchino oltre alle polpette): si tratta dell’albero della Canfora.

Tornando in camera passo dalla portineria e chiedo un temperamatite. Detto fatto. Vivere in un mondo di donne con cui non si hanno rapporti affettivi ha i suoi vantaggi. Fuori il parco e il lago sono immersi nelle nuvole e nella pioggia. Forse domani mattina, se non piove, mi concedo una fuga per un cappuccino o almeno un caffè, anche se  arrivando non ho visto bar, e credo si debba raggiungere la frazione di **. L’immobilità fisica è un un po’ difficile da sopportare per me, e anche la mancanza di un buon caffè.

Oggi, al primo versetto del Rosario sono sgusciato via. Neanche da ragazzo ho mai sopportato la ripetizione ossessiva della preghiera mariana. Ma allora non mi dispiaceva la coroncina che mi avevano regalato per la prima comunione o per la cresima, era fosforescente e recitavo le mie avemarie a letto, al buio, più che altro per vedere il chiarore verde dei grani.

Dal corridoio, molto raramente perché qui il silenzio è totale, mi arriva la voce di una suora e mi sorprendo a pensarla come si pensa a un’infermiera che va e viene dal dispensario. In realtà le suore non caminano, scivolano a due centimetri da terra, e invece del rumore delle scarpe, senti quell’eterno frusciare di gonne nere, sempre indaffarate a strofinare un pavimento, a pregare, a scegliere la verdura nell’orto, a sorreggere un’anziana. Tutta questa devozione femminile, mi dico, non è che il rovescio della medaglia, l’imbrigliamento di istinti e tendenze dell’animo femminile che altrove e in altro modo diventano molesti, si trasformano facilmente in piccole e grandi ossessioni, al fondo delle quali c’è la regale coscienza che da loro viene la vita e che a loro, misteriosamente, torna. Capricci e bizzarrie, litigi e ritorsioni, certamente esistono anche tra le mura di un convento, ma tutte queste regine senza trono e senza famiglia si sforzano, e forse ci riescono, di mettere tra sé e l’impulso naturale che le muove, una disciplina severa e un fine troppo lontano perché possano distruggerlo o  avvilirlo nella servitù domestica.

Questa sera a cena eravamo in tre: suor Anna Maria ha lasciato la mamma della suora da sola al tavolo, e nell’altro ha messo me e un prete che si ferma per un paio di giorni. Così, ha detto ghignando soddisfatta, il signor Bruno può chiacchierare… Alto, brusco,  passo da montanaro (ci eravamo già incontrati ai Vespri davanti alla porticina interna della chiesa insolitamente chiusa, poi ci hanno detto che dovevamo rimuovere un piccolo e invisibile catenaccio per entrare), velocissimo (negli interminabili corridoi sparisce in un baleno lasciandomi indietro), con la voce grossa dei contadini lombardi, è parroco a **, vicino a Busto Arsizio. Ma con mia grande sorpresa è nato in Corso Italia a Milano e ha fatto il classico al Beccaria, quando ancora era in centro (dunque deve essere più vecchio di me di un bel pezzo). La cena è stata un po’ più allegra del solito, ma nemmeno lui ha potuto evitare la descrizione dei chiodi “a rastrello” nel piede della mia ex compagna di pasto. Non sembrava molto contento all’idea di dover supplire  al mattino (per lui è una specie di ritiro-vacanza prima del tour de force delle benedizioni natalizie) il cappellano del convento che, con la scusa  di un forte raffreddore  (ma a me sembrava che stesse benissimo),  si è affrettato a rifilargli l’incombenza. Anche qui mi fanno lavorare, ha sospirato. Poi ha aggiunto che domani non andrà all’ufficio delle letture delle 5.30. Io invece prima di partire, magari sabato, vorrei esserci. E’ l’unica liturgia che mi manca.

Compieta è la chiusura ideale della giornata, i canti si fanno più dolci,  la salvezza tanto invocata si vena di mestizia, alla fine le suore sfilano a due a due inchinandosi nell’adorazione del SS. Sacramento dentro la chiesa già immersa nel buio. Quando sono entrato nella cappella il nuovo prete era già in ginocchio, la testa tra le mani come se fosse affranto, pregava. Quando sono uscito con il corteo delle monache che sfilava a sua volta nel più assoluto silenzio dall’altra parte della grata, lui era di nuovo in ginocchio con la testa tra le mani, un atteggiamento poco consueto in un sacerdote. Che sia un uomo tormentato? Dovrei intendermene.

Bruno Nacci

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