I libri migliori

Foglio di via: Clausure II

Mercoledì 5 Novembre

Sto dormendo a scuola, insieme agli studenti in una camerata (ho messo insieme convento, scuola e caserma), sento rumore di passi (come la notte scorsa, forse sono le suore sopra di me che si svegliano prima delle cinque, altre volte ho sorpreso, annunciato da piccoli scricchiolii, cigolii, ante di armadi che si aprono e si chiudono, il risveglio dell’alveare), capisco che un ladro si è introdotto nella scuola, mi alzo per inseguirlo, ma due studenti nerboruti lo hanno già bloccato. Ha la mia età, più basso, ben vestito, con i baffetti e un sorriso sardonico sulle labbra, tranquillo e compassato, l’intruso schiaffeggia uno degli studenti. Allora lo afferro per la giacca, e scuotendolo urlo che se non la smette lo riempio di pugni. Poi, con i due studenti che non lo mollano un attimo come se fossero due guardie, lo accompagno fuori dalla scuola, che assomiglia sempre di più a una caserma, per consegnarlo alla polizia. Chiacchieriamo. L’uomo non è spaventato, parla amabilmente e si prende gioco della nostra paura. Dice che voleva solo fare una passeggiata. Io replico che non si fanno passeggiate in una scuola di notte. Lui continua a sorridere beffardo. Poco a poco mi diventa simpatico e glielo dico: “Sarà perché ho sempre avuto un debole per le canaglie”. Ciò nonostante non smetto di tenerlo per un braccio e lo ammonisco: “In ogni caso si prenderà una condanna per violazione di domicilio”.

Belle le preghiere delle Lodi, ora mi destreggio quasi perfettamente tra Salterio e libro delle Lodi. La suora deve intervenire solo per darmi il terzo libricino, quello delle ore piccole (Terza, Sesta e Nona), in cui si prosegue nel canto del salmo 118, lunghissimo, iniziato ieri.  I fedeli sono gli stessi degli altri giorni (io, la mamma della suora e il fedele che se ne va subito dopo le Lodi), più il prete nuovo che a un certo punto, smessi i panni di semplice fedele, indossa i paramenti e rispunta dall’altra parte della grata per  celebrare la messa. La predica è miserella, un temino scarso sulla Lettera ai Filippesi. Mi sono dimenticato di dire che al termine della messa c’è l’adorazione del SS. Sacramento: le suore si mettono lunghe e distese per terra. Nel corridoio (ormai è un’abitudine) accompagno la vecchia con la stampella. Mi indica un vaso di fiori  in un angolo. Che strane calle, saranno vere? Io le tocco e le guardo bene: Certo che sono vere, ma non sone calle, sono orchidee. A tavola siamo solo il prete e io, la vecchia prende la colazione in camera. Poche parole. Cerco di sollecitarlo: Ha vinto Obama. Annuisce. Dice che deve andare a preparare non so quali interventi nella sua parrocchia (ieri sera mi ha raccontato, laconicamente, che per Natale ha intenzione di mettere in piedi un presepio vivente e credo che sia tutto preso dall’idea, mentre di Obama non gli importa proprio niente). Mi affaccio nel parco, c’è una tregua nella pioggia anche se il tempo è cupo. Ne approfitto per una camminata tra i bellissimi alberi, sul muschio e sugli strati di foglie fradice. Ma dopo pochi minuti, al solito, torna a piovere con violenza. Mi rifugio di corsa nel convento.

Dopo un po’ che sono in camera, toc toc, una suorina mi avverte che l’appuntamento con C. è anticipato alle 10. Manca un quarto d’ora e non ho letto niente della pila di libri e riviste che mi ha dato. In fretta e furia sbircio un suo articolo su  **  e la grazia. Un tema su cui posso dire qualcosa. Poi mi affretto nel parlatorio. Aspetto. Sento che sta arrivando, ma credendo di accendere la luce la spegne, così che quando entra io sono al buio. Tossicchio come nei film comici per segnalare la mia presenza. Chiacchieriamo per una mezz’ora. Non so bene di cosa, si spazia dalla grazia alle gran dame del Seicento, dalla storia dell’Ordine alla miseria in Francia al tempo della Fronda ecc. Poi fugge perché ha una riunione. Ma ci vedremo domani….

A pranzo sono  piombati due volontari torinesi della Raccolta Alimentare. Un settantenne vigoroso e battagliero e un cinquantenne scettico e confuso. Mentre mangiavano e bevevano gagliardamente, hanno raccontato scene apocalittiche della povertà a Torino e dell’indifferenza o impotenza delle autorità e della gente benestante. Preti ce ne sono sempre meno, il vescovo ausiliario ha dovuto andare a fare il parroco, le messe sono deserte, gli oratori sono scomparsi perché non c’è più nessun laico che se ne voglia occupare. Loro vanno su e giù per l’Italia raccogliendo cibo e tentando di arginare l’ondata di miseria che sale, ma “Ormai è tutto fuori controllo. In Torino città ragazzini di dodici anni spacciano droga liberamente per le strade, le fabbriche chiudono una dopo l’altra, l’unica industria che tira è la droga”. Chiedevano e si chiedevano: cosa dobbiamo fare? Il prete si è risvegliato dal suo torpore (ma forse poveretto è solo stanco) e ha detto di non avere ricette ma che comunque non si deve mollare. Finito di mangiare sono saliti velocemente sul loro camioncino e hanno ripreso il loro via vai frenetico. Mi sembra di avere assistito al racconto dei soldati che vengono dal fronte con il loro affanno e le loro storie di sangue, mentre gli altri mangiano con la testa nel piatto e un po’ ci credono un po’ non vogliono sapere.

Ho retto fino ad oggi, ma subito dopo aver mangiato, ho preso l’ombrello e sono uscito per la prima volta dal convento. Ho  infilato una stradina a precipizio sul lago, trasformata in torrente dallo sfogo delle grondaie, e sono sbucato vicino a un bar tabacchi.  Ho ordinato un cappuccino (non ne potevo più) che ho sorbito come una delle sette meraviglie del mondo. Ma il “mondo” mi si è presentato in tutto il suo solito squallore: linguaggi sbracati e monosillabici, bestemmie davanti alle macchinette mangiasoldi ecc. Ho ripreso la via del convento meditando sul fatto che in fondo non c’è contraddizione né vera differenza tra  dentro e fuori dal convento. Le mura, i cancelli videosorvegliati, i canti celestiali, i riti, sono solo una fragile barriera, un confine tracciato non tra chi sta fuori e chi sta dentro, ma nell’interiorità di entrambi. Quello che c’è di mondano nelle suore di clausura equivale a quello che c’è di spirituale nei giocatori delle macchinette mangiasoldi. Ed è un confine mobile, una strada che si srotola e si arrotola in continuazione, sparigliando le buone e le cattive intenzioni, i sogni, le paure e le speranze di questo groviglio inestricabile che è l’umanità.

Questa volta sono rimasto e ho anzi risposto a voce alta all’inizio dell’Ave Maria: Santa Maria madre di Dio prega per noi… Per 50 volte. Pascal ha ragione: non è necessario credere prima, basta mettersi a fare quello che fanno gli altri in chiesa, inginocchiarsi, pregare, recitare il Rosario e seguire la messa, la machine si piegherà e la fede arriverà. La ripetizione, caposaldo di ogni propaganda e di ogni religione, e più in generale di ogni forma educativa, induce effettivamente uno stato di ipnosi che si fonda sulla tranquillità, sul senso di sicurezza che ogni situazione controllabile genera in noi. Inoltre, questo è il risultato del Behavourism che conferma Pascal, noi non piangiamo perché siamo tristi, ma siamo tristi perché piangiamo, come sanno tutti gli istruttori del mondo. Il corpo plasma la mente indicandole la via in modo non mediato e dunque potente, perché, pur non richiedendo ragionamenti, genera da sé un ragionamento diventandone il presupposto incrollabile: come facciamo a contraddire il nostro corpo?

A cena nuovo commensale, un quarantenne, lo studioso che ha scritto un libro sulla storia del monastero che le suore mi avevano omaggiato. Dove abita lo storico? Naturalmente a **, periferia nord di Milano, la più cattiva scriveva Testori, dove sono nato a poche centinaia di metri dalle ferriere Testori, appunto. Cosa ha appena terminato di studiare e citare in una sua ricerca? Naturalmente i Pensieri di Pascal nell’edizione Garzanti da me curata. La cena si è protratta quasi fino all’ora di Compieta. Non ho potuto esimermi dal salire in cattedra e spezzare il pane della scienza. Suor Anna Maria era estasiata, e alla fine ha commentato: questa sera abbiamo avuto una bella lezione di storia! Sulle scale il giovane studioso non mi lasciava più e mi ha tempestato di domande. Un ragazzo serio e molto educato (Ma che bello averla conosciuta! Dice quasi commosso, io trattengo battute fuori luogo, offrendo un fioretto alla madonna, che per inciso è la badessa del monastero). Quando sono uscito dalla chiesa ho visto il giovane studioso (ricercatore della Statale) che stava pregando. Ho raggiunto velocemente la mia camera in un tripudio di tuoni e fulmini (sulla carta è meglio invertire l’ordine naturale della successione) che allungavano le loro luci ferrigne nel corridoio …. Te lucis ante terminum….

Giovedì 6 Novembre

Oggi le Lodi sono anticipate alle 7 e la messa è posticipata alle 9. In mezzo la colazione, durante la quale il prete si lamenta per l’ennesima volta delle ragazze che “sono sentimentali” e non si lasciano attrarre nel gruppo oratoriano “perché s’innamorano”. Sarà la pioggia battente, il cielo basso, il lago che sembra una pozza di stagno, ma la monotonia di questa vita mi sembra un meccanismo inceppato, o forse io ne vedo solo alcuni aspetti. Osservando in chiesa la perfetta sincronia delle suore, che obbediscono ai cenni discreti delle superiori (chi dispone i messali, chi porta i paramenti al prete, chi suona, chi si sposta da una parte, chi dall’altra, chi cambia i ceri, chi accende il turibolo con l’incenso), viene da pensare alla ciurma di una nave. Ma dove va questa nave? Da nessuna parte, apparentemente è ferma. E molto probabilmente la maggior parte di loro non ha una cultura sviluppata (come è evidente anche dai colloqui con suor C., che pure deve essere l’intellettuale della comunità), né spirito critico, e a qualsiasi domanda risponderebbe con le formule che ha imparato a ripetere ogni giorno, ogni mese, ogni anno. In alcune, le più anziane, come suor Anna Maria, c’è una pacata e sorridente bonomia, nei volti delle più giovani ci sono tracce di fanatismo, di una serietà rigida che non vuole o non sa più (o non ha mai saputo) guardarsi dentro. Forse per molte il convento è stato un rimedio a pesi che non hanno saputo portare, e poi adagio adagio si è trasformato in una casa, una grande casa abitata solo da donne, che spazzano, pregano, fanno luccicare i pavimenti, mettono e tolgono addobbi, acquisendo abitudini alle quali, anche se volessero, ormai non saprebbero rinunciare. Ma più in profondità, hanno rinunciato non tanto al piacere della vita, quanto alla possibilità di volerne una. Come nella vita militare, anche in quella monastica il giorno è diviso rigorosamente in compiti da svolgere, sempre quelli. Ma a differenza della vita militare, qui il controllo dell’organizzazione si estende alle menti, allenate ad esprimersi esclusivamente  in termini comunitari. E infatti la preghiera è dominante, ma una preghiera già scritta, che si deve solo ripetere, secondo un cerimoniale che toglie la voce ad ognuna per darla a tutte. Il canto è l’espressione di una sola bocca e di una sola mente. Qui il peccato maggiore deve essere considerato l’individualità, e anche il raccoglimento (niente informazioni dall’esterno se non quelle ammesse e filtrate) è visto in funzione dello  spogliamento di sé. Solo che mentre nella mistica di Eckhart la nientificazione di sé assume caratteri sublimi e metafisici (tutt’altro che inconsapevoli, anzi frutto di un lavoro intellettuale raffinato e profondo), nella vita di queste monache ho l’impressione che tutto avvenga a un livello elementare, di semplice condizionamento. Inebriate forse, nel passo che le ha portate a un impegno che considerano irreversibile e che hanno vissuto come un gesto eroico, in seguito non è rimasto loro che il ricordo di questo eroismo, uno slancio che si è cristallizzato nella fissità dei gesti e delle parole, dove anche i simboli sono diventati oggetti di uso quotidiano (la corda al collo, l’atto di adorare mediante la prosternazione ecc.). Così si addice perfettamente a questa condizione un tipo di preti chiusi, a loro volta, nel cerchio dei sentimenti ecclesiali, e immagino che la loro scelta da parte dei superiori non sia casuale. Anche nella predica di questa mattina, il parroco non ha saputo fare altro che parafrasare il testo evangelico, infiorettandolo con espressioni di banale devozione, senza mai accennare, nemmeno lontanamente, ad alcun problema, senza sforzarsi di trovare gli elementi drammatici della coscienza religiosa e proporli alle suore. Ma per lui tutto è dato nella semplicità ottusa del gergo che ripete con l’evidente terrore (inconscio) di rimanere esposto alla vita e alle sue incandescenti contraddizioni.

Solita ora di penitenza quotidiana con suor C. Penitenza per il gran freddo del parlatorio, immerso in una luce fioca, e per il fatto che non so bene a cosa  mirino questi colloqui dove si passa da un argomento all’altro, facendo girotondo attorno a Port-Royal e a questa ** che è la fondatrice, bruttina stando ai  ritratti dell’epoca, tra cui quello dell’immancabile Philippe de Champaigne, dell’ordine. Provo ad allargare il discorso sul tema dell’obbedienza, in relazione a Port-Royal e al rifiuto di molte suore di firmare il formulaire, ma cerco anche di stuzzicare C., insinuando il sospetto che in certi casi l’obbedienza vada contro la libertà di coscienza. C., furba, risponde che il voto di obbedienza è stato fatto liberamente. Replico che questo non può voler dire rinunciare alla libertà di coscienza per sempre, in quanto non si possono alienare i doveri ma solo i diritti. Non mi segue, e davanti ad alcuni esempi sentenzia: Ma sono casi eccezionali. Come di consueto si è portata dietro una pila di libri, e più gliene restituisco, più me ne porta. Sono anche rassegnato al fatto che una parte, come ripete spesso, me li posso tenere.

Ormai i due tavoli sono separati: in uno la mamma della suora con i suoi dolori, le visite mediche e le operazioni passate e future, e la signora in cura chemio, piuttosto taciturna, nell’altro noi tre uomini. La presenza del ricercatore ha reso i pasti più vivaci e interessanti, anche il prete partecipa, con il suo buonsenso un po’ greve (“vaca vegia” direbbe il mio amico prete Luigi Pozzoli). Siamo tutto concordi sulla positività di internet, ma… E ciascuno aggiunge la sua croce. La presenza maschile mi ha fatto rompere il voto di non bere vino, tutti e due bevono volontieri e il vino dei salesiani è veramente buono, dunque mi concedo un mezzo bicchiere a pasto, anche per combattere il freddo che in refettorio come in tutto il convento non è da sottovalutare, almeno per chi sta fermo, studia o mangia. La sera a letto nonostante le calze ci vuole un bel po’ prima che i piedi si riscaldino sotto cinque strati di coperte, poi però mi sveglio di notte che ho caldo e tolgo le calze. Ieri sera mi ero addormentato al solito con il telefonino acceso per via della sveglia, nel bel mezzo della notte, o così credevo, sento un trillo, mi sveglio annaspando con la mano sul comodino per interrompere il cicalino, credendo che fossero già le 6.30, e invece era un sms da casa, e l’orologio segnava le 23!

La particolarità di questo ordine conventuale, simile a quello di Port-Royal, consiste nell’Adorazione perpetua, il che vuol dire che anche di notte, a turno, le monache vegliano il SS. Sacramento. Dopo mezzanotte i turni sono di un’ora e mezza l’uno. In pratica il convento si comporta come una caserma o un accampamento, fissa turni di guardia a rotazione. Il senso di questa vigilanza perpetua è di mantenere il contatto con il divino, fisicamente, senza alcuna interruzione (anche durante le due guerre mondiali, mi hanno assicurato, con una punta di orgoglio. E durante la seconda, nonostante che il comando tedesco fosse acquartierato in una casa che confina col monastero, nelle cantine le suore davano rifugio ad alcune famiglie ebree). La particolarità di questo cerimoniale riassume l’intera vicenda del cristianesimo, equidistante, o meglio in equilibrio, ma non senza tentazioni in una direzione e nell’altra, tra lo spiritualismo puro misticheggiante e il feticismo, l’idolatria delle reliquie, la superstizione e la segreta propensione per tutta una foresta di idoli e usi apotropaici. Non far mancare la presenza fisica dell’adorante per bilanciare la disaffezione generale del mondo, in un empito di espiazione che comprende anche, o soprattutto, le colpe degli altri assunte come proprie. Il Dio vendicatore, assetato del sangue dei sacrifici, l’ordinatore di olocausti il cui fumo è grato alle sue narici, questo dio selvaggio sta sempre in agguato, traspare dal salmodiare angelico allo sguardo furtivo e indagatore delle monache, che attendono trappole, e a volte le preparano.

La pioggia è diminuita e ne ho approfittato per scendere al lago. E’ la seconda volta ma il barista, appena mi vede, si dà da solo l’ordine: un cappuccio per il signore. Un cappuccio per il signore, il rotolio metallico di una piccola vincita alla slotmashine, la voce rauca del  gestore napoletano che tratta con un fornitore. Sopra il bancone un cartello con i numeri del lotto e la scritta trovata in chissà quale Smorfia: cinquina di Obama. E poi di nuovo su, salendo i larghi gradini della stradina con passo veloce, fino ad avere il fiato grosso, fino a quando il lago torna ad acquattarsi, tra palme, oleandri, gru e scavatrici che impietose preparano le nuove cucce per i ricchi, a cui la vista lago piace tanto, tanto che per goderne non esitano a distruggerlo. In portineria la suora giovane mi chiede se ho sfidato il tempaccio. Rispondo che la pioggia sta scemando, percorro il corridoio con la sensazione di essere capitato precocemente in una casa ricovero per vecchi. Alle cinque oggi ci sono i Vespri.

Non è più comparsa la suora guardiana (mia). Misteriosamente ha visto o capito che ormai so alternare il Sinfonario ai libretti delle Ore. Forte della mia disinvoltura, oltre ad alternare i libri ho alternato anche  gli occhiali da lettura a quelli  da vista, per guardare meglio in faccia le suore: in quasi tutte prevale un’espressione dura in singolare contrasto con il canto dolcissimo e le voci angeliche. O forse gli angeli, guerrieri di dio, sono duri come i pretoriani di ogni tempo, forse senza una certa durezza non si può vivere reclusi dentro le mura di un convento o di una prigione, e tantomeno al cospetto di Dio. Il regno dei cieli appartiene ai violenti, c’è scritto nel Vangelo.

Anticipata Compieta alle 20.00, dopo una cena discreta a cui si è aggiunta una studentessa di matematica, c’è stata la lunga, interminabile liturgia dell’Adorazione. Quello che colpisce nella scelta dei testi “laici”  è l’estrema banalità offerta in meditazione: nessuno spunto al di là di una scontata rimasticatura dove le parole amore, Gesù, offerta, dono, sacrificio, comprensione, perdono ecc. vengono ripetute fino alla nausea. Nessun concetto. Nessuna analisi. Nessun interrogativo. Solo risposte tranquilizzanti a domande tranquillizzanti. La palude dello spirito non può essere turbata dalla realtà, una volta che la realtà è stata spiegata con una formula magica. La chiesa è vuota, tranne noi. Questi riti condannano gli abitatori del convento all’isolamento, l’esclusione li fa escludere. Però ha smesso di piovere.

Venerdì 7 Novembre

Non ha smesso di piovere. Le Lodi, con uno stupendo canto d’ingresso presente nell’antifonario e il salmodiare puro del coro delle suore, sono con Compieta il momento liturgico più commovente. La messa invece, con le lunghe prediche barbose del cappellano del convento, è quasi insopportabile e non riesco a mantenere la concentrazione. Due novizie in prima fila, prese dal loro fervore, atteggiano i volti in modo diverso, così inconsapevolemente espressivo che vale la pena di notarlo. Una, in attitudine estatica e da beghina, tiene durante la funzione,  quando non deve leggere o cantare, il volto e lo sguardo rivolti verso l’alto a sinistra; l’altra, compunta e contrita, verso il basso a destra. Come in una sorta di rappresentazione plastica delle oranti, incarnano a modo loro due tipi umani, due tipi di religiose. Una, la religiosa mossa da antiche ferite mai del tutto confessate, che difende se stessa con il piccolo muro di certezze da cui per niente al mondo vorrebbe sporgersi, l’altra, sinceramente addolorata, che non smette di guardare nel pozzo di sé, spaventata ma ad occhi aperti. E così più o meno devono essere tutte queste monache, almeno fino a quando l’età e l’abitudine non le rende assuefatte, fedeli alla vita del monastero come vecchi guardiani, pacificate e forse rassegnate a quella che ormai deve apparire loro come l’unica vita possibile.

A colazione siamo io e la studentessa di matematica. Mi racconta di Pavia, vorrebbe insegnare, le parlo della difficoltà di trovare un insegnante di matematica capace di trasmettere l’amore per la matematica. Mi sorprendo a dire cose banali, ad essere didascalico e sentenzioso. Sarà il clima del convento? Mi accorgo che suor Anna Maria mi è passata dietro le spalle senza salutare, con la ramazza in mano. Allora fingo di stupirmi e la rimprovero ad alta voce. Sempre sorniona mi risponde: non volevo interrompere i suoi discorsi profondi. Mi lamento che il tempo non mi abbia permesso di vedere il santuario in cima alla collina. Allarga le braccia e schiacciando l’occhio alla ragazza dice: magari è un segno del Signore, che vuole che lei torni con la bella stagione. Come se a me dispiacesse!

L’ultimo colloquio con C. è durato un’ora. Io fingo di fare domande, lei finge di dare risposte. Ma sono riuscito a divagare un po’ parlando di Parigi. Mi ha annunciato che oggi la Madre mi parlerà. Nel salutarla, per la prima volta, le ho dato la mano, la bella mano al tatto offre una delusione: è ruvida come un artiglio. La vice priora è una donna di buon senso, la priora, penso fantasticando, deve essere algida e deve avere le labbra sottili. Così la immagino. Una cosa divertente, ho scoperto, è che se dici una parola a una suora, lo sa subito tutto il convento. Universo femminile comunque. Ieri sera ho comunicato a Suor Anna Maria che sarei partito domani mattina e la notizia ha fatto il giro del convento, questo piccolo mondo richiuso su se stesso e spalancato sull’infinito, e ancora non capisco quanto sia chiuso e quanto spalancato.

Commiato dallo storico a pranzo (pranzo ricco come al solito). Chiedo a suor Anna Maria come mi devo regolare per i conti con il convento. Sfarfalla le mani e dice: faccia un’offerta come può. Farò un’offerta come posso. Intanto è uscito finalmente un po’ di sole, ma non posso uscire perché pende su di me l’incontro con la priora, a cui non voglio mancare.

Vengo accompagnato nel parlatorio ufficiale. La Madre non è arrivata, le grandi tende che coprono la grata sono ancora tirate. Nell’attesa osservo meglio la stanza. Come in quasi tutti gli interni ecclesiali domina un arredamento d’altri tempi, piuttosto cupo e freddo, dove le suppellettili non servono a niente e a nessuno: al centro un tavolo massiccio e alle pareti due mobili in legno scuro, tutti  colonnine, intarsi, timpani e guglie. Le innocenti bizzarrie barocche di intagliatori o fabbriceri della curia. Su uno dei mobili c’è un piccolo orologio a cucù, mentre su una parete ce n’è una versione più grande (i  religiosi amano gli orologi a cucù?). Cammino avanti e indietro sul parquet perfettamente  tirato a cera che scricchiola ad ogni passo, guardo i ritratti alle pareti: la fondatrice, una priora del novecento in odore di santità, un paio di papi, direttori spirituali attteggiati a piccoli pontefici grassocci, vescovi benedicenti sperduti nelle nebbie del tempo e del lago. Su un tavolino davanti alle tende le pubblicazioni del convento, la buona stampa, insomma. A un tratto un rumore di passi veloci (le suore si muovono tutte con grande velocità e in silenzio, come gli angeli nella Commedia di Dante) e le tende si aprono. Mi aspettavo una donna austera e secca, oppure grassa e arcigna. La priora (qui la badessa è la Vergine Maria) è una suora minuscola, sulla settantina, che sembra la copia più magra della sua sottopriora. Gentile, molto pia, di buon senso, concreta, mi lascia parlare annuendo, concordiamo sulla comunità come modello di vita, e sul suo abbandono tragico per l’uomo contemporaneo, lasciato completamente solo (con la televisione). La ringrazio sinceramente per l’accoglienza. Parliamo anche della possibilità da parte mia di presentare alla casa editrice con cui collaboro una biografia della fondatrice, a cui aveva accennato suor C.  A un certo punto la priora dice di non aver  afferrato che tipo di libro sto scrivendo, “Perché sa…. suor C.… non sempre si capisce quello che dice”. Prendo con un sorriso questa piccola malignità femminile. Mi sono già accorto che C. non è proprio amatissima dalle consorelle. Alla fine mi promette che verrò ricordato nelle loro preghiere (ne ho bisogno) e mi invita a tornare quando ne ho voglia, avvertendomi che sentirò la differenza tornando nel “mondo” (se è solo per questo mi è bastato il baretto sul lago). Ma prima vuole regalarmi un libricino che mi fa passare dallo sportello girevole. Io esclamo, riferendomi al marchingegno tipico della tradizione conventuale: Il giro del mondo! E cito il romanzo di Parazzoli, ma ho l’impressione che qui di romanzi se ne leggano pochi, anzi nessuno.

Dopo i Vespri, prima del Rosario (ma stavo già pensando di svignarmela) entra una suorina e mi dice sottovoce che suor E. vorrebbe salutarmi. Mi pilota nell’ennesimo parlatorio, questo attiguo alla chiesa, una stanza spoglia con le immancabili tende. Suor E. nel congedarsi mi ripete quello che già le altre mi hanno detto quasi con stupore: “La sua presenza è stata così discreta, di questo le siamo grate”. Penso: ma gli altri cosa faranno mai? Anche lei vuole che io torni con il sole. Io replico che la pioggia sul lago non mi dispiace, e che tornerò molto volentieri.

A cena nuovo  valzer dei posti. In un’altra sala mettono le ragazze, amiche della studentessa, che sono venute per il ritiro spirituale, io torno al tavolo delle donne composto dalla mamma della suora, dalla famosa malata di cancro con febbre (ampiamente illustrata nei giorni scorsi dalla mamma della suora), e da una  signora che accompagna una delle ragazze, un donnone biondo, vestito di nero, con le scarpe a punta di coccodrillo, le labbra pittate di rosso. Compagnia peggio assortita non si poteva trovare. La cena trascorre nei racconti (questa volta di prima mano) degli interventi subiti alla vescica dalla malata. La mamma della suora però non vuole che si sottovalutino i suoi malanni e torna a descrivere (sarà la centesima volta) il ferro nel piede, l’osteoporosi, il diabete ecc.  Il donnone dalle labbra pittate allora introduce una storia fulminea: un suo vicino di casa, sessant’anni, appresa la diagnosi di diabete, ha rifiutato di curarsi e di limitarsi nel cibo. Morale, è morto due anni dopo. Chi approva, chi scuote la testa, il donnone con le scarpe a punta di coccodrillo sentenzia: tutti dobbiamo morire. E con questo apoftegma si chiude la serata, che suor Anna Maria voleva iniziare facendomi benedire (lei è il pater familias!) il cibo. Io, sapendo che la mamma della suora ci tiene, ho declinato l’invito accusando un’improbabile timidezza. Durante il pasto suor Anna Maria mi porta delle fotocopie e un libricino (un altro!) da parte di C.  Appoggio tutto sul tavolo di fianco e naturalmente lo dimentico. Quando sono in camera toc toc, è suor Anna Maria, che mi porta il lascito dell’ineffabile martinicana. Ne approfitto per darle la busta con l’offerta per il convento (nel frattempo ruota gli occhi per la stanza come una vera zia, per fortuna è tutto a posto). Mi raccomanda ancora di tornare. Tornerò.

Gli ultimi Vespri nelle ombre della chiesa, ci siamo solo io e la signora bionda devotamente inginocchiata. Quando si spengono le luci e le suore una a una lasciano il coro, viene da pensare a una compagnia di attori che, pronunciate le ultime battute, lascia in silenzio il palcoscenico.

 Bruno Nacci

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...