Poesia/Recensioni

Vera Lúcia de Oliveira, “La carne quando è sola”, premessa di Paolo Valesio, prefazione di Alessio Brandolini, Firenze, Società editrice fiorentina, 2011

di Sebastiano Aglieco

Le cose, a volte, sono belle e felici: “il mare azzurro d’estate il vento/fra i corridoi il bianco delle case illuminate dal sole”, p. 15. Poi, improvvisamente, esse “si mettono a soffrire, “come se si fossero pentite della loro felicità”. Ecco allora il regno della caducità e dello sfiorire; nemmeno l’amore si salva, l’amore che non basta mai; chi non taglia il cordone non può assaggiare l’ebbrezza del distacco, rimane rinchiuso nella casa, e se esce senza indossare la dura corazza del distacco, senza aver permesso all’anima il necessario apprendistato della lucidità, finirà per conoscere la paura, l’inadeguatezza del vivere.

Questo ci racconta il libro: la pienezza del corpo senziente e i pegni che esso deve pagare all’esperienza: entrare nel corpo per essere corpo, vuol dire non aver “mai voluto vedere l’alba/sapendo di doverla pagare/così cara”, p. 20. Questo io è, in realtà, tanti; ognuno può raccontare una storia, fare un resoconto della sua carne; così i corpi sono lasciati soli, sembrano parlare nella condizione di uno sfiorire, di un trovarsi in un limite. Perché, mentre il corpo giovane non sa di essere, la malattia e gli anni aggiunti al calendario acuiscono la percezione, quasi che noi avessimo coscienza del corpo solo quando il vestito non calza più all’anima e la fa sentire pronta per l’avventura di un nuovo corpo desiderante.

dalla finestra sentiva il rumore del vento

la vita nel ventre pulsava

i rami sul vetro come unghie

appuntite laceravano la luce

convocavano Dio per vedere

la carne quando è sola   

p. 23

Qui si spiega il senso che hanno le apparizioni e le dicerie, quei momenti, cioè, della nostra vita, in cui il corpo cerca disperatamente un suo rinnovato splendore e non lo trova; in cui, se una gamba è malata, l’anima finisce essa stessa per zoppicare,  per vivere quasi per sottrazione; vivere solo un poco.

camminare nel buio

incespicando a fatica

non si raggiunge l’uscita

non si fa che girare in cerchio

barcollare sui lembi

della stessa ferita

p. 29

In questa dettagliata descrizione di gesti franti, di fatica a proseguire verso la conclusione, lo sguardo, come ritorto, realizza una visione al contrario; a luce viva, impudica. Ed è una luce che non salva neanche la presunta capacità del pensiero a rischiarare, laddove, paradossalmente, porsi la domanda più semplice: “che cos’è?”, finisce per scatenare il ghigno della nostra ignoranza. I passeri che volteggiano sui morti a raccogliere qualche chicco caduto da un mazzetto di fiori, non pensano la loro salvezza ma la cantano; una gioia che agli uomini è data solo nella preghiera di lode. L’essere si è espresso in tanti visi e voci, si  è allargato, ha conquistato letteralmente spazio, per cui la morte è un contraltare,  necessaria a rimpicciolire per far posto al manifestarsi delle forme. Alcuni testi accelerano l’antipietà dell’indifferenza: “i giovani non hanno il senso del dolore/si figurano i vecchi come vogliono”, p.40; “pareva che il mondo si fosse animato/di una forza che succhiava tutto/verso il basso non era invano/che il letto si apriva per accogliere/i corpi che cercavano il suolo”, p.45; “se mi avesse amato/disse così ad un tratto/sarei stato felice/persino di morire”, p. 41.

Il dolore delle cose che vivono è tale perché si tratta di una legge naturale scompensata, che non si basa, cioè, sul principio naturale di causa effetto –  subisco il dolore perché questo viene da un prima –  ma perché il dolore è sempre: un evento che si ripete. Così, se ci fosse giustizia e legge,  “le anime piccole” dovrebbero andare in cielo” e “i piccoli corpi dovrebbero resuscitare”. La conseguenza di questo squilibrio di giudizio ontologico, o forse solo dell’umano genere, è l’odio, la logica ferrea del male contro la fragilità dei propositi buoni, della costruzione di un senso. L’odio diventa così l’arma per far splendere il corpo martoriato, le sue piaghe irrorate con l’acido e l’aceto. E’ il corpo, oggetto sconcio del creato che lascia di sé solo una croce da apporre sul calendario.

Niente si salva in questa spietata e quotidiana discesa agli inferi del corpo senziente, mostrato, finanche dopo la morte, come l’icona, o il trofeo, del grido umano contro Dio, un dio che si è incarnato nel corpo di donna bruciato per sacrificio, perché il Dio dell’universo lo attraversi, se ne faccia tana, e invece il corpo vorrebbe farsi tempio di questo affronto, di questa richiesta immane. Ma perché Dio ha messo nel corpo la fame se non c’è pane? Cosa si salva di noi? Che cosa ci salva? E’ la domanda che mi pongo dopo la lettura di ogni libro che sappia interrogare il lettore, la stessa dopo altri libri che nominano il corpo con lucidità e pietà; per esempio il recentissimo lavoro di Mauro Germani, “Terra estrema”; non mostrandone gli avanzi dati in pasto ai vermi ma la durezza di una domanda semplice, la più semplice di tutte, impressa con dolore sul petto di ognuno, ereditata dall’ignoranza di essere: “Mamma/come si manda giù/la vita?”.

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