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Viaggio a Termini nella notte: la “Zona” di Mathias Énard [o Here Comes Everyman]

di Luca Ormelli

«[…] la vita può assomigliare al brutto dépliant di un’agenzia di viaggi, Parigi Zagabria Venezia Alessandria Trieste Il Cairo Beirut Barcellona Algeri Roma, o a un manuale di storia militare, conflitti, guerre, la mia, quella del Duce, quella di Millán Astray il legionario guercio o ancora prima quella del 1914 e così di seguito dalla guerra del fuoco» [Mathias Énard, Zona, Rizzoli, Milano, 2011, p. 29].

Possano gli dèi tutti e Calliope dalla tavoletta in mano renderti grazie Yasmina Melaouah perché del fiume che a cerchio si stringe, uroboro di orrori e ferocia, hai preso il collo e l’hai offerto al lettore indigeno e possano esserti clemente Mathias gli dèi tutti ovunque ti trovi – dentro e fuori la Zona, “breviario mediterraneo” dell’abisso – perché a pochi veggenti è dato vedere e trascrivere dappoi la vertigine che cova nel cuore mozzo dell’uomo sin dai primi fuochi rupestri, tu hai ghermito la penna del drago e del suo fiato tremendo hai fatto inchiostro che brucia le carni, hai viaggiato – sotto altro nome certo, celato di tutti i nomi della Storia che il Destino [«strani giri fa spesso il Destino per meglio ricadere in piedi» – p. 197] apparecchia al tavolo delle Moire – Francis Servain Mirković, novello Bardamu, da un capo all’altro del filo di Atropo guerriero di scacchi listato nel ventre dei Balcani hai saggiato con mano esitante le teste decollate di monaci votati al silenzio cadute sotto la lama lucente del berbero hai calcato le orme fumanti di rabbia dei germani profeti di supremazia ne hai seguito l’ascesa e osservato il crollo di teste coronate di fama e di occhi sparati nel cielo hai emendato i sogni pudici dell’Occidente nel color torbido del sangue dei martiri macchiato l’innocenza dei canti con parole di odio. Per questo ti siano benigni i numi e ti abbiano in favore di vento le onde. Grazie.

Non giova dar di conto della storia – intesa come diegesi – di questo libro straordinario perché la storia, questa storia non è che un frammento, una molecola infinitesimale del mosaico della Storia [«i massacri altrui sono sempre meno ingombranti, la Memoria sempre selettiva e la storia sempre ufficiale» – p. 192] che attraversa il Mediterraneo [la Zona dal «sole collo tagliato» di Apollinaire, «la Zona territorio degli dèi irati e crudeli che si affrontavano all’infinito perlomeno dall’età del bronzo se non da prima, dalle caverne le asce di pietra le selci che provocavano splendide ferite slabbrate, senza contare le clave, le mazze, i randelli, antenati del martello del campo di Stara Gradiška con il quale i miei cugini ustascia sfondavano i crani serbi ebrei e rom quando il coltello gli era venuto a noia, nello stesso momento a Trieste alla Risiera le guardie ucraine finivano i partigiani croati e sloveni con una bella arma quasi una mazza medievale un cubo di metallo acuminato fissato a uno spesso cavo di acciaio con un pratico manico di legno» – p. 145] e che dalle melopee di Omero sulle Porte Scee alle colonne d’Ercole vegliate di scimmie ha inscritto il proprio corso in orazioni di sangue ed epicedii. Énard ha il coraggio e l’ardire, Acheo dalle belle gambiere, di intingere in un maelström infestato di kraken: episodi, memorie spesso sottaciute, aneddoti le grandi linee e perenni sulle quali – come sui binari del treno [«sulle rive del Tigri, quello Stige come il Tevere come il Giordano il Nilo o il Danubio come tutti quei fiumi mortali scorre verso il mare, fiume di urina lungo un muro, le vie fluviali si incrociano come le vie ferroviarie e tessono una ragnatela intorno al vuoto, al centro la cavità marina astratta e mobile, di un nero d’inchiostro la notte verde acqua di giorno e azzurro acciaio all’alba» – p. 137] il “protagonista” nottetempo [ed è una notte gravida di senso quella dell’8 dicembre] viaggia/fugge verso Roma Termini [da Milano – provenienza Parigi –  a Firenze contro il senso di marcia, da Firenze a Roma, affrontata la Gorgone di Caravaggio con il volto gettato in faccia al Destino] per consegnare ad un anonimo emissario del Vaticano, della Giustizia terrena quindi, una valigia contenente migliaia di nomi, di crimini, di vittime e di carnefici di cui ha visto gli atti insieme ad altre migliaia di nomi, di crimini, di vittime e di carnefici agli atti dei quali non ha assistito ma dei quali ha raccolto testimonianza; una “enciclopedia dei morti” [«ne ho frequentati a decine, per anni, nei miei dossier, di martiri di candidati al martirio, di carnefici di invasati di disperati di attivisti presi dalla causa o da Dio ignari di quale servissero, se Ares Zeus signore dell’egida o Pallade Atena, aggrappati a un Dio unico che è tutto questo insieme, l’ordine e il caos l’inizio e la fine, che sparpaglia i loro corpi con un piacere tutto olimpico» – pp. 113-114] da rivendersi alla Chiesa [«il tempo della giustizia è come quello della Chiesa, si lavora per l’eternità» – p. 76] per garantirsi come Giuda una ricompensa ed una assoluzione – l’uomo è condannato dalle Parche a muoversi senza potersi sciogliere: l’odio, la vendetta, la guerra, la violenza [«in fondo raccontiamo tutti la stessa storia, un racconto di violenza e di desiderio» – p. 379], il potere, la sofferenza, la crudeltà, la follia e la morte. E la colpa [«il senso di colpa i rimpianti la vergogna che sono il peso della civiltà occidentale» – p. 123].

E con maestria stilistica non meno che competenza storica Énard scrive/traccia il Destino dell’uomo in una spirale inestricabile di rimandi, dove ogni tessera del mosaico di questo poema-in-prosa lungo circa 500 pagine – quanti cioè sono i kilometri che distanziano Milano da Roma ovvero la tratta di viaggio che aspetta il protagonista, gli spetta si direbbe per poter espiare al ritmo intraversato di una pagina al kilometro per giungere stremato al punto [sintattico non meno che asintotico] d’arrivo, meglio di destinazione in un tour de force che se sfinisce il lettore lo avvinghia inesorabilmente, un flusso di parole, di efferatezze e di orrori scandito in XXIV capitoli a specchio dell’Iliade –  in guisa del capo d’opera omerico Zona, questa “Iliade contemporanea”, si muove per accumulazione di moduli espressivi e di anafore – e dal ronzio ben percepibile del treno e della sbronza cui con lucido metodo, à la Rimbaud, l’io narrante e narrato si sottopone quasi ad offrirsi in sacrificio a Dioniso con la prece, inascoltata, di farlo dimenticare, di lasciarlo andare – non può che sostenere e farsi sorreggere dalle altre atteso che il Mediterraneo, ogni sua sponda, è teatro di lotta e vendetta ininterrotte sin dal Genesi; uno stile che risente delle esperienze di scrittura dell’avanguardia novecentesca certo, da Joyce a Burroughs, dal Malaparte di Kaputt al Magris di Alla cieca, da Lowry a Sebald [e se dovessi fare due nomi per affinità di penna questi sono i progenitori cui mi rivolgerei, Lowry per l’ebbrezza alcolica, l’invasamento che travolge, Sebald il saturnino per il gioco sottile e pregiato del richiamare – evocare? – ‘contando; certo da più parti si è voluto comparare Zona – uscito in Francia nel 2008 e con acuta lungimiranza tradotto in Italia solo nel 2011; un encomio solenne alla Rizzoli per il coraggio e la politezza dell’edizione – a Le Benevole di Littell: detto che il paragone è ingeneroso per Énard è vero sì, entrambi i testi, coevi, si cimentano con ampio respiro, con prolungate apnee con l’abisso fin troppo sondabile della violenza contaminando l’asettico sterminio che ci ha messo a disposizione la modernità con le capacità ineguagliate di analisi offerte dalla mitologia greca ma il gioco delle parti qui si ferma: Littell scrive bene, talvolta ottimamente ma senza urgenza, descrive ricorrendo a forme alquanto tradizionali pur con un approccio iperespressionista – cosa che presta Le Benevole, eccellente opera prima, ad eccessi di caratterizzazione direi cinematografici; Énard – e stiamo parlando di un Autore nato nel 1972 – urla una disperazione silente per l’inalterabilità della natura umana, ce la sbatte in faccia, ci imbratta le mani di merda e di sangue laddove Littell ci faceva assistere più che ad una sempiterna macelleria ad una clinica autopsia – lì il cuore dell’uomo è spento nella propria cenere, quella di Auschwitz e dell’Arcipelago Gulag, qui esso pulsa inesausto e si ciba del sacrificio del sangue come in un rito azteco] ma che ha in Céline il proprio spirito-guida per la volontaria, metodica discesa agli inferi che popolano la notte del cuore ed in Pound [e Dante] il proprio folle Caronte.

Zona è un labirinto in cui è dolore perdersi ma che ha – e pure troppo – ben segnata la via da seguire: quella della guerra che sempre torna, del Fato al quale né gli uomini né le civiltà cui hanno dato lustro [ma non c’è civiltà, neppure la più splendente e fastosa, che non sia stata edificata a prezzo di altre macerie: «tutti questi movimenti nella Zona, flussi, riflussi, esuli che ne cacciano altri, a seconda delle vittorie e delle sconfitte, della potenza delle armi e del tracciato delle frontiere, una danza sanguinosa, una faida eterna e interminabile, sempre, che siano repubblicani in Spagna fascisti in Francia palestinesi in Israele tutti sognano il destino di Enea il troiano figlio di Afrodite, gli sconfitti dalle città distrutte vogliono a loro volta distruggere altre città, riscrivere la propria storia, trasformarla in vittoria, altrove» – p. 219] possono sottrarsi; una traccia inesorabile che conduce – filo d’Arianna – al Minotauro dalle cui fauci neppure l’amore dona scampo. E’ un parto bestiale quello che impasta l’animo umano. Spetta all’avventurato lettore/compagno di viaggio di seguire la via come spettatore o attore con l’avvertenza, ben inteso, che cautela o meno, perderà la propria vita di pellegrino. Ognuno deve giungere a Termini [«c’è nelle ferrovie un’ostinazione simile a quella della vita» – p. 236]. Sotto l’occhio di Medusa che impietra.

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