Poesia/Recensioni

Carlo Carabba, “Canti dell’abbandono”, Milano, Mondadori, 2011

 di Daniela Matrònola*

Dopotutto questo titolo, Canti dell’Abbandono (l’autore è fresco vincitore del Premio Carducci 2011), alla riprova della lettura del libro, sottile e denso, è una variatio sul tema del transito tra due condizioni o stati dell’essere (capiamo in modo più pungente avendo lasciato i suoi sali a decantare e depositarsi in modo stabile al cuore dell’anima, trasformati in biochimica integrante) che richiama la Linea d’Ombra conradiana. Ragioni per credere che davvero di un tragitto di trasformazione, di morte e rinascita, si tratti, ce n’è in giusta quantità. Una di queste è l’uso molto insistito degli enjambements: un ritmo felicemente trovato, una sorta di jazz scaleno lento come una bossanova, che oltretutto sottolinea, con vertigine ulteriore, feconda di gustoso sbandamento, la straordinaria natura transeunte del poeta pellegrino, novello Pollicino intento con purezza quasi infantile a pedinare tracce davvero labili, destinate a sfaldarsi: trova fumo dove rincorre un focolare, si sperde per via dove rincorre una strada di casa per poi subito di nuovo smarrirla. Eppure è, questa poesia, non terragna, ma decisamente marina.

È grandiosa la sensazione, che via via si ricava, di una navigazione audace, necessariamente incosciente e irrinunciabile, come fosse stato irresistibile l’invito dell’oceano a salpare con poco o punto pentimento verso una propria vita imperscrutabile, lasciando correre tra i flutti la nave della propria esistenza che beccheggia a volte sottomessa a volte a fronte alta. Allora capiamo che quegli enjambements sono polene, avamposti d’avventura. Ma sono anche, quelle polene generose, rostri lanciati avanti ad agganciare l’esperienza e a tentare di ingrandire a dismisura quei micro tasselli in cui i fatti e gli oggetti si scambiano di posto con le immagini, con i simboli, con la materia dei sogni, come se i fatti si trasformassero in metafore e di nuovo le metafore divenissero fatti, in osmotica dinamica. Secondo un ermetismo di fondo che schiude orizzonti mentre sutura lembi. Non è scolastico né di scuola il ricorso che ogni tanto affiora tra i versi ai modi di poeti maestri – “Le facce del passato sono i corpi / che affiorano sull’acqua le mattine / di bassa marea . (…)”, leggiamo poco prima di trovare: “Ho lasciato che il dolore mi sperdesse / come il vento la neve sulle ali / di un aereo”, che è una citazione ungarettiana, di poco successiva a quel “e qui non c’è sentiero” che è una chiara nostalgia dickinsoniana “da tradire”, come “pagine ingiallite” che, pure, segnano e segnalano “nuove strade”, mentre “mi attende un altro inverno / di nuove stanze e vecchi corridoi”, che fa tanto pensare al vecchio, caduco Prufrock.

Capiamo tuttavia che questo Pollicino è anche, ancora, un po’ Pinocchio, ancora esposto alle distrazioni della giovinezza con le quali è, giusto ora, impegnato a lottare. Il suo emblema è un motorino con cui volteggia lieve per il Gianicolo, malconcio destriero meccanico memore di Ronzinante cui è appuntabile tutto ciò che resta dell’identità del “nostro”, che cerca anche di trovare nella propria storia d’individuo appigli d’appartenenza negli amori, impossibili e suoi, dei quali non resta niente ma di cui riafferma il proprio diritto alla rivendicazione. Proprio quell’andamento polenico di cui vi dicevo, mentre “scopre (…) forme nuove / nuove trasformazioni levigate”, rivela che “il nostro”, poeta / pellegrino / Pollicino, è una barchetta la cui prua si protrude e ricade su se stessa uniformandosi alle sollecitazioni delle onde nel cabotaggio. Così emerge un risvolto di senso di questi Canti dell’Abbandono (in un imprevedibile motivo woolfiano): l’adattamento al movimento dell’acqua, come abbandono ai ritmi equorei, e come propensione a candidarsi, particella agente, nell’equazione energetica che regola l’interazione e l’equilibrio delle masse in quel volume che è il mondo. Allora capiamo, ulteriormente (intendo dire: come ulteriore guadagno–ricavo e somma–prodotto, per noi, da questa timida poesia incisiva), che qui felicemente ci è dato osservare quella sorta di fluviale continuum generazionale che è dono letterario, canale poetico e motivo personale.

È per questo che affiorano appunto scaglie sedimentali come: “in attesa che il sole / un libro o un volto muti / in luminosa estate / l’inverno di scontento / che in giugno ancora dura”– Shakespeare a parte e il suo terribile/amabile Riccardo III, la nostra visione di lettori ascoltatori e astanti su questa superficie terrestre si allarga ancora, diventa un girotondo in cui noi volteggiamo insieme al poeta che è uno di noi e ci fa girare come trottole con i poeti che sono stati noi prima di noi come tutti i suoi padri poeti e come quel padre anagrafico con cui questo poeta intanto tenta di fare i suoi conti personali ripercorrendo i luoghi e le case, i mari e i venti, i cieli neri e gli albatri, in cui sole si confonde con solo, e, mentre illumina il verme vorace che “si fa smisurato / fino a non sopportare / la sua (stessa) lunghezza” scivolando in una “vertigine di segmenti”, ci fa approdare là dove una volta c’era il mare, la placenta che tutti ci conteneva, da dove un giorno sorse (s’erse) l’uomo: sole s’era fatto solo e ora è suolo da cui l’uomo si staccò verso il cielo. È come se l’individuo storico Carlo Carabba si facesse carico d’essere in questo frangente esponente di tutta la propria specie, concentricamente nel ricalcolo di tutta la storia umana e dentro il piccolo/atroce bilancio personale, consistente nel braccio di ferro col padre, uomo addetto a passargli il testimone (motivo anche pericolosamente freudiano, appunto superato in agilità per via di poesia). Questa faccenda del passaggio del testimone è decisiva e stringente.

È il fatto di fondo. È il tarlo e il crogiuolo. Vi coincidono il rapporto col rebus della vita e col mistero della morte, ma ripeto prevale e risulta dominante un’idea di passaggio, di scorrimento, di attraversamento – dunque ci tocca a questo punto riconoscere anche al poeta Carabba il coraggio di aver optato per l’abbandono (!) a quest’incauto tratto di avventura, d’aver accettato di viverlo senza sapere come sarebbe finita. Da ultimo dirò che c’è sì, verso la fine, anche un’aperta suggestione pascoliana nel pianto di stelle del X agosto, segno che è nodale per Carabba il dettato ermetico, l’elaborato simbolistico (tutt’altro che tramontato, semmai rinforzato dall’uso del tempo), anche come trait – d’union ereditario, ma il vero antecedente di questo piccolo, splendido libro è (mi ci gioco quel che volete) 2001 – Odissea nello Spazio, il grande film di Stanley Kubrick il grande (perché ciò che conta è sempre e solo la suggestione, e l’immagine).

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*Daniela Matrònola vive e lavora a Roma. Nel 1997 per il Premio di Poesia Dario Bellezza ha partecipato all’antologia collettiva La sedia di paglia si è rotta. Nel 1999 ha pubblicato Cartolina da Parigi, opera fotopoetica con narrazione finale (Segue Lettera), portata in mostra nel 2004. Nel 2003 per la raccolta Il Luogo dell’Appuntamento (Manni Editori 2002) ha ricevuto il Premio Alghero Donna per la Poesia Edita; ha pubblicato Il Lavoro Rende Liberi (narrazione in 12 stazioni, con lettura integrale il Giorno della Memoria 2011) e CinemAzioni (40 prose poetiche X 40 fotoritratti di Gian Paolo Zaccaria, marzo’11) con LaCameraVerde (di G.A.Semerano, editore, gallerista, cinefilo in Roma). È del 2010 PARTITE – Romanzo in Tre Movimenti (Manni). Ha collaborato con varie testate nazionali – ora collabora con L’Immaginazione, Leggendaria, Nazione Indiana.

 

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